Arte sacra da ridefinire

giudizio_universale-_giotto

Nei documenti del Magistero della Chiesa Cattolica “arte sacra” esprime il vertice dell’arte, quella a servizio della liturgia. Ma se vai in giro a parlar di arte sacra pensando di parlare di arte liturgica la babele è totale e ognuno capisce quello che vuole. La nozione di “sacro” è troppo ampia ed equivoca. Ormai è schiacciata su quella di “numinoso” e vagola d’abitudine dalle parti di Rudolf Otto. Ognuno ci mette dentro quello che vuole. Sarebbe invece diverso e più chiaro se al posto di “arte sacra” si dicesse (e si esigesse) “arte cristiana” o, meglio ancora, “arte liturgica”. Anche perché l’arte cristiana ha da essere annuncio che si fonda sull’analogia e non sull’equivocità.

Tenendo conto del contesto nel quale ci muoviamo oggi e delle questioni sorte in particolare dopo il Concilio Vaticano II, propongo qui un riordino e una breve riformulazione dei significati di arte sacra, arte cristiana e arte liturgica.

La nozione di arte sacra è ampia e generica. Il sacro si limita a indicare la soglia che apre su un’alterità unita al timore del suo superamento. Ci sta dentro tanto il battistero di Parma quanto la cappella Rothko, un ostensorio come un mandala. Col “sacro” si rimane al primo scalino e questo può portare ovunque.

Si distacca dalla genericità della nozione di “arte sacra” quella di arte religiosa. Quest’ultima in quanto espressione del legame tra un gruppo di persone non si ferma all’esperienza insindacabile del singolo, al sacro arpocratico, ma richiama esplicitamente un codice condiviso e definisce un contenuto semantico riconoscibile e coerente. L’arte cristiana è riconoscibile in quanto “parola seconda” rispetto alla “parola prima” data dall’annuncio cristiano. L’arte cristiana è fedeltà alla forma dell’incarnazione.

L’arte liturgica, l’arte a servizio della liturgia, costituisce la nozione più selettiva ed esigente. Essa deve portare a compimento il carattere sacramentale dell’arte cristiana ovvero disporre ed accompagnare le persone ad accogliere la grazia di Dio.

Nella liturgia il popolo è convocato da Dio e, assieme ad esso, è convocata pure l’arte (bada bene: convocata, non a fare quello che le gira in quel momento). L’arte infatti altro non fa che rendere visibile il movimento della storia e del cosmo intero che, col popolo dei fedeli, risponde a Dio. Questa risposta avvia un cammino di liberazione in quanto rigenera l’autentico volto del creato. Affinché questo avvenga la libertà di questa risposta deve avere la forma dell’offerta di sé alla volontà del Padre. Volontà che non è dispotica ma amore. Questo significa che l’uomo ha un destino preciso: o dona se stesso o si perde. La storia quindi è storia di liberazione solo se è sequela di Cristo: il creato è chiamato a diventare carne e sangue di Cristo. Questo celebra la liturgia

L’arte liturgica deve restituire questa unità. La contemporaneità l’ha smarrita. Ad esempio, i grandi cicli pittorici che vanno dalla creazione alla parusia non sono neppure più immaginati. Ma questo è dovuto anche perché tanta nobilissima arte cristiana che ha riempito le chiese nei secoli non è liturgica. Tantissime belle chiese antiche si ritrovano con uno spazio celebrativo frammentato: altari su altari, quadri stratificati, dipinti messi come riempitivi, statue ad ogni angolo hanno facilitato devozioni (in sé buone, giuste e sante) ma reso più difficile percepire e vivere l’unità della liturgia.

Non che vada meglio con le chiese di recente costruzione. Il fatto che dopo il Concilio Vaticano II gli altari laterali non siano più stati costruiti ha fatto sì che abbiamo superfici enormi di pareti che l’architettura moderna si ostina a riempire di intonaco bianco e di pilastri. Invece può costituire il motivo e la sfida per scoprire un’arte liturgica capace di celebrare la redenzione del creato.

C’è una forza nella parola della liturgia: essa fa ciò che dice nel mentre la dice. Le tre nozioni di arte appena elencate nel loro succedersi si avvicinano sempre di più a quella parola. Non hanno che da servirla, lodarla e renderne manifesta l’azione nella storia.

Domenica

Santagata sulla via di emmaus

Due discepoli si allontanano da Gerusalemme, se ne tornano a casa. Il loro maestro è stato crocifisso. Attorno si distendono lunghe ombre.

Un forestiero si accosta e, camminando, chiede loro: «cosa è successo?» (Lc 24,19). Poco a poco, il dialogo con lui porta i due discepoli a leggere in modo nuovo quanto accaduto: le profezie antiche illuminano gli eventi occorsi, tutto inizia a ricomporsi in un senso promettente di vita. Ed ecco che il cuore inizia ad ardere, la mente inizia ad essere inondata di luce, il cammino si rischiara.

Di lì a poco si fermeranno ad una locanda e, alla frazione del pane, riconosceranno che il forestiero è Gesù risorto.

Ripercorreranno di corsa quella stessa strada per tornare verso Gerusalemme ad annunciare la luce della risurrezione.

(A. Giuseppe, Sulla via di Emmuas, Milano, Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei)  

Sabato

Il giorno del distacco.

Maria è segnata dall’impronta lasciata dal figlio, materia della sua materia. Il bronzo traccia il mistero dell’Incarnazione: «il Verbo si è fatto carne» (Gv 1,14).

calvelli madonna del distacco

Non c’è nascita senza dolore materno. Cristo è vero Dio e vero uomo. Ogni madre si deve staccare dal figlio affinché questi viva. E viva e muoia da vero uomo.

Gesù è nel sepolcro come seme di frumento nel buio della terra. Si apra la terra e germini il salvatore (Is 45,8). Maria veglia, attende di abbracciare la parola promessa.

Il figlio, nella notte di Natale, uscì dal suo ventre di vergine; nello stesso silenzio, uscirà dal sepolcro.

(Ettore Calvelli, La Madonna del distacco, Milano, Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei)

Giovedì

Chi non ama è riassorbito dalle tenebre. 

Giuda Iscariota, durante l’ultima cena, «preso il boccone», esce per compiere il tradimento «ed entra nella notte» (Gv 13,30). In questo bronzo, Giuda è coperto da un mantello impenetrabile, sigillato dalla borsa dei trenta denari. È tenebra che avanza.

Giuda - Pirrone

 

 

(Giuseppe Pirrone, Giuda, bronzo, Milano, Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei)

Mercoledì

Nessuna verticalità. Non c’è da accollare una pretesa liturgica all’opera di Raul Gabriel. È piuttosto un esercizio duraturo che chiede di stare appoggiato sul tavolo da lavoro. Qui ha la sua forza.

raul gabriel, buon pastore e agnello

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore (Gv 10,11).

I fili neri disegnano un costato. Una croce ne è il telaio. Le scapole s’incurvano come una pecora sulle spalle. Trama e ordito intessono agnello e pastore.

L’agnello sarà il loro pastore e li condurrà alle sorgenti d’acqua viva (Ap7,17).

(Raul Gabriel, Cristo Buon Pastore e Agnello, 2011, Bitume graffite e resina, Milano, GASC)