Function follows form – 2

luglio 25, 2012

Function follows form - 2

Function follows form

luglio 24, 2012

Form follows function

luglio 3, 2012

Proviamo. Proviamo ad ammetterlo: form follows function, la forma segue la funzione, e nulla più. Assolutamente nulla più di questo.

La funzione, se rigorosa, specifica e limita; esclude tutto ciò che non serve ad affilare il proprio essere funzione. Ma la funzione, se assoluta, è una e non può non prevedere il proprio giungere a termine. Anzi, non può che concentrarsi sul proprio limite. Perché ineludibile. Non può che essere totalmente assorbita dalla funzione del non avere più funzione. Deve prevederlo in modo assoluto, rigoroso, esclusivo.

Che è come dire che un edificio è fatto non per essere un giorno, un domani, demolito. Ma è fatto per essere demolito. Entrarci, abitarci, lavorarci risulterebbe un di più, un qualcosa di ornamentale. Insomma, un delitto.

Sul fondamento dell’ornamento

giugno 21, 2012

Ripartire da zero. E ripartirono: presero dei punti e li sommarono; accatastarono linee; assemblarono superfici. Ripartirono da zero, ma si fermarono alle addizioni. La palingenesi creò scatole. Le battezzarono “macchine da abitare”.

Il principio è questo: il meno è più. Ci deve essere solo ciò che serve. E ciò che serve è dritto, spigoloso, piatto. Tutto uniforme. Nessun ornamento. Bianco su bianco. Così la materia fila via come un’idea. Non ingombra più. Rarefatta diventa angelica. Spolpata diventa spirituale. Pura architettura pura.

Il risultato è questo: tutto è impilato. Tutto è lì perché porta un carico. Nulla mai riposa. Tutto è lì solo perché impiegato. Tra tutte le funzioni possibili è ammessa solo la funzione che serve. Tutto è servile. Tutto è giogo. Non c’è dono. Non c’è grazia.

Non è architettura per uomini. È architettura per telamoni.

Ψ

L’ornamento, invece, segna una differenza. Segna che qualcosa eccede. Che non tutto è servile. Che c’è dell’altro. L’ornamento segna un già e non ancora. Segna che solo una parte è legata, fissata a terra, sotto lo sforzo del peso. Segna che una parte regge e lavora e non può non reggere e lavorare, pena il crollo e la morte. Ma una parte no, una parte riposa. Una parte ha già conosciuto la libertà. Come un volto che alza lo sguardo.

La mano che orna è una mano libera. Che non deve solo cacciare o tagliare le frasche o portare il cibo alla bocca. È la mano di un uomo libero.

Solo l’uomo orna perché solo l’uomo ha una capacità creativa che lo libera dall’urgenza, dal freddo, dal cibo, dall’uccidere. Solo l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Solo l’uomo partecipa del riposo di Dio. Solo l’uomo celebra la festa.

L’ornamento, fin dal principio, riproduce elementi vegetali. Che sono segno di quel primo giardino. Di quei primi dialoghi. Di quella confidenza con Dio.

La luce del fondo scuro

giugno 12, 2012

“Spesso ho provato a suggerire ai turisti che costantemente visitano la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma, di approfittare dei momenti di minor flusso per adattare l’occhio alla penombra e provare a vedere i famosissimi dipinti di Caravaggio del ciclo di San Matteo, senza luce elettrica. La riluttanza è tanta e il disagio è spesso palesato in vibranti proteste, perché si afferma che senza luce artificiale non si possono apprezzare i dipinti, ma dopo un po’ qualcuno inizia a vedere e quindi a capire. Allora gli occhi, adattati all’ombra e finalmente sgombrati dai pregiudizi, divengono in grado di provare qualche timido approccio con una pittura che non hanno mai visto, perché sempre soffocata dalla luce artificiale. Il risultato è stupefacente ed è replicabile su ogni dipinto così concepito in altre chiese romane ed europee”.

 Rodolfo Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, 2012, p. 126

Why Beauty Matters

giugno 5, 2012

di Roger Scruton – BBC (2009)

Corpo spaziale

maggio 29, 2012

“Conta l’idea, basta un taglio”.

I concetti spaziali, le attese, i tagli di Lucio Fontana. Ricordarsi che Antonio Calderara, nell’allestire la propria collezione, sembra suggerire un processo di astrazione.

[Vacciago, Fondazione Calderara].

 

 

 

Rm 5,20

aprile 30, 2012

Come per dire: se fai un errore, inizia a correggere ma non smettere di attendere un miracolo.

Rm 5,20

Dedica

aprile 20, 2012

«Ma, nel frattempo, quanti artisti, nel secolo che si è concluso e in quello da poco iniziato, incomparabilmente più maltrattati dei loro compagni della fine dell’altro secolo che venivano chiamati “maledetti”, sono scomparsi, in realtà sacrificati, nell’indifferenza dei poteri che avrebbero invece dovuto aiutarli, morti senza essere stati riconosciuti, troppo spesso disperati per questo essere ignorati? E’ per loro che questo piccolo libro sarà stato scritto».

(Jean Clair, L’inverno della cultura, Skira, 2011)

Liberatorio questo libretto di Jean Clair. Lo si può impugnare come una clava contro circensi e idolatri. Ma però, alla fine, anche qui, la scena è stata riservata ai peggiori, ai frivoli, ai funebri, ai cazzoni. Invece, quelli per i quali questo libro è stato scritto, i maltrattati-ignorati-sacrificati, se ne stanno in questo paragrafo finale. Marginali. Citati quanto sconosciuti. Senza nome. Manco uno. Forse non esistono neanche.

La bellezza è promessa

aprile 7, 2012

“Crocifisso con i Santi Giacomo, Filippo e Francesco” di Giovanni Battista Crespi detto il Cerano (1573-1632), Cappella del Seminario, Seveso.

Quando ci fermiamo davanti a un dipinto come questo riconosciamo una bellezza. Ma questa constatazione ci pone di fronte a un problema: come possiamo dire che un Crocifisso è bello, dove sta la bellezza davanti a un corpo inchiodato alla croce e condannato a una morte terribile?

La risposta più semplice è attribuirla alla bravura del pittore con la sua pennellata raffinata, i colori intensi, i gesti armoniosi. Ma questo non basta: se fosse solo una questione formale, la bellezza rimarrebbe chiusa e sigillata in una scenografia struggente quanto vuota e, alla lunga, disperante.

La bellezza, invece, annuncia, apre, spalanca. Anticipa quanto il mondo da solo non può darsi. È caparra. La bellezza è la promessa che regge alla prova. È promessa temprata, che rimane fedele nonostante le ferite inferte dall’ultimo e più implacabile nemico: la morte.

La bellezza, insegnano i filosofi medievali, è splendore della verità. E nulla è più vero di una vita donata nella carità. Questo è quanto vediamo davanti a un crocifisso. Gesù, benché uguale a Dio, si è fatto simile agli uomini: ha assunto così profondamente la sua umanità che, posto sulla croce, la sua stessa vita ha ceduto alla morte. Morte che però non ha avuto l’ultima parola. Cristo ha incarnato l’amore della carità e ha donato la propria vita per gli uomini affidandola all’abbraccio del Padre. E se anche la morte è stata capace di intaccare la vita, non ha però annientato l’amore che regge e governa la vita. Gesù Cristo risorto lo testimonia.

Ecco, allora, che possiamo trovare una risposta al nostro interrogativo iniziale. Un’opera d’arte comunica bellezza quando contiene questa promessa: l’amore capace di donarsi non soccombe. E un’opera d’arte, quando è annuncio cristiano, va ancora più in profondità dicendoci che questa vita, questa bellezza, questa verità si sono rese visibili come primizia nel corpo, nel volto di Cristo.

La bellezza è promessa, e quindi chiede tempo. Lo vediamo in questo dipinto del Cerano. Il corpo fisso in croce risplende di una luce bianca che anticipa agli occhi della fede il corpo trasfigurato del Risorto.

San Filippo, alla destra della tela, guardando negli occhi chi giunge davanti al dipinto, apre un varco, crea una continuità di tempo e di luogo tra lo spettatore e il Crocifisso. Chiama il fedele sul Gòlgota e lo trasforma in pellegrino. È l’invito a intraprendere un cammino di conversione.

San Giacomo, a sinistra della croce, contempla il mistero dell’amore di Dio resosi visibile nell’obbedienza del Figlio: nelle tenebre del Venerdì Santo scorge la luce; nell’urlo emesso dalla croce riconosce la Parola che fa nuove tutte le cose. La bellezza non è un’ideale ma una persona, un corpo da sfiorare, da accarezzare.

San Francesco, quasi nascosto, umile, si inginocchia e abbraccia il legno della croce. Dopo la conversione che purifica, dopo la contemplazione che illumina il cuore, il terzo Santo, il Santo con le stimmate, l’alter Christus, indica la via dell’unione con Dio, la via che trasforma l’esistenza e la rende feconda.

La bellezza è promessa e, per questo, chiede tempo. Il tempo che si fa carne e storia, affinché  il cuore si apra alla conversione, affinché la storia si apra alla grazia.

[La Bussola Quotidiana]


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