Triangolo e martello

Maggio 8, 2009 by lc

A volte le cose sono messe in  fila e sembrano legate da nesso causale. Ma non lo sono. 


occhio triangolo

Se entrate in una chiesa, tipo S. Maria Maggiore a Trieste, non spaventatevi se un occhio in un triangolo vi guarda. Non è il culto del dio architetto massonico, ma un modo, un po’ freddo, di rappresentare la SS. Trinità.

s maria maggiore martello

Se poi sulla porta, tra le volute di fetto battuto, ci fosse un martelletto come quelli massonici, potrebbe non essere il segnale in codice di adunanze strane che lì si compirebbero, ma l’attrezzo simbolo di chi ha forgiato e magari donato quell’inferriata ben lavorata. Martelletto che si trova anche in molti stemmi di forgiatori, mastri ferrai o di famiglie dal cognome Ferrari, Ferrai, Ferrera ecc.

Del resto, e in ogni caso, bisogna sempre ricordare che i cristiani c’erano già da un pezzo quando i massoni si facevano ancora la pipì a letto.

La discussione è avvenuta nel forum di effedieffe (sito a pagamento) e da lì sono state tratte le foto.

Un luogo per il lucernario – appello

Maggio 4, 2009 by lc

Tempo di Pasqua: la morte, che poteva anche rimanere morte, è vinta. Durante la veglia del Sabato Santo è la benedizione del fuoco nuovo il momento che spalanca l’inizio della vita risorta: O Padre che per mezzo del tuo figlio chi hai comunicato la fiamma viva della tua gloria, benedici questo fuoco nuovo. Come la vita proviene solo dalla vita, così il cero pasquale viene acceso dal fuoco: fiamma da fiamma, luce da luce, gloria da gloria.
La fiamma del cero pasquale segnato dalla croce, arde e si consuma dentro nella storia, racchiudendo nella sua presenza visibile l’alfa e l’omega, il principio e la fine: è il lumen Christi, segno di eterno e tempo che si uniscono affinché ovunque splendano e riscaldino la luce e il calore del Dio Vivente.
La luce taglia le tenebre della notte fino a farne la notte felice che genera i figli della luce. Nessun vantaggio per noi essere nati, se lui non ci avesse redenti. Cristo luce del mondo. La notte inondata di luce splenderà come il giorno. Di luce in luce la terra si ricongiunge al cielo, l’uomo al suo creatore

La Veglia del Sabato Santo è il cuore dell’anno. Senza quella notte non ci sarebbe cero pasquale, non ci sarebbe ambone, non ci sarebbe altare. Da lì scaturisce la potenza di ogni altro segno.

Mi rimane inesplicabile come mai l’inizio della veglia, la liturgia della luce, il lucernario con i suoi segni solenni celebrati all’esterno della chiesa, non abbia trovato nei secoli e nei tempi recenti un corrispettivo fisico e segnico nel sagrato della chiesa. Neanche una piccola croce incisa. Eppure mi parrebbe importante un qualcosa che segni e ricordi sempre, in ogni tempo, quella adunanza e quel fuoco, l’inizio di quel cammino di luce che nella notte entra nella chiesa, e quindi nel cosmo intero.
Anche e soprattutto per dare dignità a quel fuoco. Un qualcosa di fisico che lo strutturi e che raccolga negli anni le tracce nere della cenere. Perché mi è capitato di vedere timidi focherelli o pire imbarazzanti. Ho perfino visto fuochi dentro una cariola, soluzione pratica che non sporca il sagrato…
Credo che quel momento che apre la notte della risurrezione meriti un’attenzione meno improvvisata. Dovrebbe esserci una riflessione dove teologi, artisti e architetti ne tracciano una adeguata “strutturazione” (certo, artisti e architetti, e pure teologi, non altrettanto improvvisati).
Forse qualcuno conosce qualche soluzione già attuata. O forse manca per un motivo preciso e dimentico qualcosa di essenziale.

Vi sarei grati se poteste confermare o smentire questa mia impressione. E magari iniziare qui delle prime riflessioni. Potremmo anche indirizzarle a qualche responsabile dei beni culturali ecclesiastici.

Cemento vivo

Aprile 24, 2009 by lc

La chiesa progettata da Fuksas e costruita a Foligno vedrà domenica prossima la propria dedicazione a Dio. Con questa liturgia quell’edificio viene contraddistinto dagli altri. Il Vescovo imprimerà dei segni e la liturgia affermerà che quei piloni di cemento non sono solo cemento ma si elevano a una realtà vivente.

Le pareti e il popolo dei fedeli saranno asperse con l’acqua benedetta, ricordo del battesimo, segno di trasformazione, di una nuova vita in Cristo che fa nuove tutte le cose.

L’altare sarà unto con l’olio così come i piloni portanti dell’edificio. L’olio deriva dall’ulivo segno di pace che si riversa sull’umanità dopo il diluvio. Ed è’ segno di amore profuso, come Maria di Betania ai piedi di Gesù. E’ segno di conferimento di grazia e perfezione. Domum Dei decet sanctitudo: Sponsum eius Christum adoremus in ea. L’olio è segno nuziale tra Cristo, lo sposo rappresentato dall’altare, e la sua sposa la Chiesa, indicata nell’edificio.

Ci sarà il segno dell’incenso che riempirà tutto lo spazio come ovunque si spanderà la fragranza di Cristo.

Ci sarà il segno della luce con le candele sopra l’altare, perché come risplende la luce di Cristo così la verità illumini ogni cuore.

Questi sono alcuni dei segni che la liturgia della dedicazione prevede e che ci indicano come l’edificio stesso sia  segno visibile del mistero di Cristo e della Chiesa. E lo dovrà essere anche quel cubo di cemento che ha concepito Fuksas.

“Voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (Lettera di Pietro 2,5). Se la Chiesa è testimonianza di un rapporto vivo, l’errore più grande è pensare che quella chiesa possa dirsi finita. La dedicazione stessa ci dice di una trasformazione che non potrà non coinvolgere quel monolite. E’ un cubo, bene: la comunità lo prenda in consegna, e nel tempo chiami altri a lavorarci, a ricrearlo con se stessa. E lo potrà fare sapendo di andare incontro a colui che fa nuove tutte le cose. Un cubo è anche la Nuova Gerusalemme.

La chiesa vista da una panca

Aprile 23, 2009 by lc

Scrive Camillo Langone su Il Foglio (17 aprile 2009): “Che succede ad Avvenire? Il direttore Boffo ha perso il controllo delle pagine interne? Il quotidiano dei vescovi ha incredibilmente dedicato uno speciale alla rassegna di arte sincretica, cristo-satanista, che apre domani a Vicenza. Puzza di zolfo, la pubblicità della ditta Cibiemme: una grande foto per vantarsi di produrre panche senza inginocchiatoi. In redazione nessuno ha mai letto “Introduzione allo spirito della liturgia” di un certo Joseph Ratzinger? “L’incapacità a inginocchiarsi appare addirittura come l’essenza stessa del diabolico”. Sempre Avvenire dà voce ad alcuni inquietanti personaggi vestiti di nero che si aggirano ai margini della rassegna vicentina: sembra che siano i finanziatori dei templi gnostici, ostili all’Incarnazione, costruiti da Mario Botta a Torino, da Renzo Piano a San Giovanni Rotondo, da Richard Meier e Pietro Sartogo a Roma. Che Boffo svolga un’indagine interna, individui i responsabili e neutralizzi immediatamente quei figli di streghe”.

Quando leggo i fioretti estetizzanti di Langone Camillo, il nostro Mishima della ristorazione, so che pensare il contrario è semplicemente salutare.

Così mi vien voglia di difendere Koinè e Avvenire, rei di aver dato spazio ad “arte sincretica” e perfino a ”panche da chiesa senza inginocchiatoi”:  robba per gnostici dice Langone. E pensare che a Koinè ci stava pure lo stand della Tridentinum di Pietro Siffi.

D’accordo, è vero, rimane il fatto che molte chiese recenti sono astrazioni invivibili o scatole polivalenti o totem incombenti. Ma gli esercizi d’inerzia di Langone sono peggio. Pensiamo invece a come ricreare, a dare compiutezza a queste chiese. Se un obelisco pagano sta in mezzo a Piazza san Pietro, a volte basta conficcare bene una croce.

piazza san pietro e obelisco

Hierusalem – 9

Aprile 15, 2009 by lc

La tomba vuota a Gerusalemme è l’antifona che rivela ogni altra parola. Tutto è ribaltato e scoperchiato. Come in principio, bisogna ancora venire, ancora vedere.

Come questi pellegrini del III secolo che, giunti al Santo Sepolcro, hanno lasciato il disegno di un’imbarcazione e questa scritta: Domine ivimus, Signore siamo venuti.

domine-ivimus

Christus vincit

Aprile 12, 2009 by lc

Profeti quotidiani

Aprile 4, 2009 by lc

Non li chiamano solo maestri, li chiamano profeti. Ma chi li chiama così? Corrieri, stampe, gazzette… e sarebbero profeti perché ci vanno d’accordo. Ma che profeta è quello che dice quanto dice anche uno che vende parole a giornata? Che profeta è quel profeta che conferma i titoli di un giornale?

“Guai a voi quando tutti parleranno bene di voi” (Lc 6,26).

[da una conversazione con lw]

Hierusalem – 8

Aprile 1, 2009 by lc

Ovvio dire che ogni Via Crucis porta chi la percorre sulla via dolorosa di Gerusalemme, su quegli stessi ciotoli. E’ una salita al Calvario in quattordici stazioni. Più una, la risurrezione, stazione del giorno di Pasqua.

Meno ovvio notare che i salmi delle ascensioni, quelli del pellegrino che si reca a Gerusalemme, sono quindici. Come quindici erano i gradini del Tempio che i capi sacerdoti dovevano salire per giungere fino al Santo dei Santi.

Hierusalem – 7

Marzo 28, 2009 by lc

A Gerusalemme si va per quanto mostra un’assenza, come “quella gran buca nella terra, quella che fece la Croce quando fu innalzata. Tutto vi converge. Là è il punto che non può essere spostato, il nodo che non può essere sciolto” (P. Claudel, L’annuncio a Maria). A Gerusalemme si va per un sepolcro vuoto.

La pietra dura e svuotata mette davanti un’identità (una permanenza) e una differenza. Perché quel bordo immobile è stato scavalcato dall’inatteso, ma bisogna esercitarsi per riconoscere ciò che non può essere. Come davanti al Risorto: la Maddalena non lo riconosce, e poi lo riconosce quando risuona il proprio nome, Maria (e non quello di chi la chiama – Gv 20,16); anche i due di Emmaus non lo riconoscono, e poi lo riconoscono quando le parole si schiudono nel gesto del pane spezzato (Lc 24,31).

Cosa c’è di più estraneo del figlio che ti assomiglia. O del lavoro che ti esce dalle mani. E rispetto al silenzio cosa c’è di più prossimo della parola. Cosa c’è di più prossimo alla cura che non sia la ferita.

Non c’è che esercitarsi con quanto abbiamo davanti per riconoscere la carne che si trasfigura.

Hierusalem – 6

Marzo 12, 2009 by lc

“Si nega forse la resurrezione se si afferma che non è necessario credere in una tomba di Gesù fisicamente vuota? Io non credo!” (Eugen Drewermann)

labyrinth-labirinto-chartres

I labirinti nelle cattedrali non sono fatti per perdersi. Sono percorsi che hanno una direzione: si parte con le spalle a ovest e si arriva guardando a est. La direzione anche se tortuosa è volta verso il sole che sorge per giungere al centro. Il centro della circonferenza esprime una potenza: da fermo, infatti, è capace di muovere la rotazione del cerchio; il centro non può che essere una terra santa.
Il labirinto è un percorso di conversione. Non per nulla alcune fonti lo definiscono Chemin de Jerusalem. A Gerusalemme, nella chiesa del Santo Sepolcro, si apre l’omphalos, l’ombelico del mondo (Ez 5,5).

Oggi è facile trovare labirinti che non richiedono cammino, né fatica, perché non portano da nessuna parte. Ingenuo è chi pensa di perdersi in questi labirinti, visto che non c’è nessun posto dove arrivare. Oggi questi labirinti sono le parole. Parole che dicono di rimandare a parole, che a loro volta rimandano ad altre parole. Come se fosse possibile avere il simbolo senza la pietra che lo porta scolpito.

Eppure ci sono momenti in cui anche i labirinti più oscuri portano a Gerusalemme. Anche chi vede nelle parole dei Vangeli segni che rinviano a segni, libri che riposano in altri libri, parola fatta di parole, non può eludere piccoli segni che escono fuori dal testo e incidono con la propria impronta la terra santa. Sono i deittici: pronomi, avverbi di tempo, avverbi di luogo, come questo, quello, qui, , ieri, adesso.

Questi deittici non girano in tondo, non risuonano di alcun simbolo, ma rapidi ti portano a concludere il ragionamento, ti fissano negli occhi e, se necessario, ti inchiodano sotto la croce. Come quel centurione che esclamò: “Veramente quest’uomo qui era Figlio di Dio” (Mc 15,39). I deittici escono dal testo e mostrano quello che hai sotto gli occhi: “E’ risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto… vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ho detto” (Mc 16,6-7). Deittico è il dito di Tommaso che scava la ferita nella carne viva: “Metti qua il tuo dito…“ (Gv 20, 27).