Pietra che vive (15 architetti nel 1968) – 3

Agosto 29, 2009 di lc

1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?
2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?
3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?
4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?
5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?
6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

Le sottolineature sono mie.

Arch. Fausto Bontempi – Salò

Sono convinto che la normativa non ci assicura un operare positivo, costruttivo, ma al massimo un certo ordine, un ambito sopportabile entro cui operare con libertà.
Le indicazioni conciliari saranno di utilità e stimolo solo a quegli architetti che avvertendo le aspettative anche inconscie delle attuali comunità, le facciano proprie e le sappiano tramutare in spazi sacri corali e singolari.
Le indicazioni conciliari ridanno all’artista la libertà operativa. La rovinosa decadenza dell’ultimo secolo, che ci aveva portato all’erezione di sale false e vuote in cui l’uomo si sentiva in un rapporto che non gli era naturale, è frenata da queste innovazioni.
All’uomo è ridata fiducia. È ritornato ad essere considerato nella sua singolarità e nelle sue aspirazioni comunitarie. Ripeto che non è compito solo di una norma risolvere i problemi, ma spetta alla sensibilità dell’artista recepirli e darne una soluzione che soddisfi le aspettative ed i bisogni di «quella specifica» comunità.
Mi interessano gli spazi in cui vive, si muove ed agisce una comunità. In particolare gli spazi in cui si verifichino particolari tensioni: i moti dell’anima. Il ritrovarsi con la propria esistenza con quella dei vicini amici e sconosciuti (ma, in questi spazi singolari, non più tali ).
La comunità degli uomini qui solo libera la propria anima; ed ogni cavità, piega, segno, li fa propri.
Sono il popolo di Dio …
L’uomo accanto all’uomo; l’uomo dentro l’uomo.
Solo qui, in questo spazio singolare il marmo può essere una appropriata materia che, opportunamente usata, può entrare e comporre lo spazio sacro ed essere struttura comprimaria.
Occorre reinventare il linguaggio.
Nello spazio che noi proponiamo il tradizionale uso del marmo non ha più senso.
Poiché è un discorso di linguistica generale; di nuovi contenuti; di nuovi rapporti tra elementi singolari del linguaggio, per cui è errato condizionare l’uso di una materia a specifiche funzioni o destinazioni di struttura; ma vitale è capirne lo spirito, la struttura logica ed i rapporti tra questo elemento e l’ideologia generale affinché la singolarità della materia, logicamente realizzata generi relazioni, tensioni: viva.

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Arch. Giulio Brunetta – Padova

1 – Le istruzioni conciliari, nelle poche pagine volutamente tenute su un tono generale destinate alla costruzione delle chiese, che devono essere atte «a consentire la celebrazione delle azioni sacre secondo la loro vera natura e ad ottenere la partecipazione attiva dei fedeli », non condizionano, fortunatamente, in alcun modo la libera interpretazione in chiave architettonica di esse da parte del progettista, e se una valutazione sarà da fare sulla loro «interpretazione », questa va quindi fatta soprattutto in ordine al gusto, alla misura e alla pertinenza con la quale è stato tradotto in forma architettonica un assunto quasi esclusivamente spirituale: dico quasi, in quanto poche altre indicazioni assegnano particolari collocazioni o significati ad alcune parti della chiesa.
Giudico perciò le indicazioni sufficienti.

2 – Però le nuove istruzioni, a voler bene intenderle, rappresentano effettivamente una, (cauta), rivoluzione nei riguardi delle precedenti disposizioni, interpretazioni e giudizi, ancorati a stratificazioni puramente formalistiche, vecchie di secoli, e superate da lungo tempo; il discorso però non potrebbe qui andare disgiunto da quello su tutta la riforma liturgica, e se  problemi sono ancora da risolvere sono in questa.

A me pare, dico pare, che le nuove norme, e liturgiche in generale, e di progettazione in particolare, portino ad abbandonare il concetto delle chiese « monumento », per celebrazioni in onore di Dio, per la chiesa « casa », dove gli uomini possano incontrarsi con un Dio fatto uomo: in poche parole per un edificio che piuttosto ispiri, nel raccoglimento, l’amore a Dio, anziché esaltarne la gloria, anche se i due fatti, in sostanza, finiscano per coincidere.

3 – Il progetto di una chiesa ha sempre costituito per me più un impegno di scoprire una «idea» di fondo, ispiratrice di tutto il progetto, che una ricerca esteriore o formale: e penso alla «chiesa che apre le braccia» della Guizza; alla « chiesa chioccia» della Casa della Provvidenza di S. Antonio; al «cerchio e la parabola», e al «cerchio e l’ellisse» di Abano Terme, e ora a una «chiesa grande casa» che sto portando avanti.
Per questo progettare una chiesa ogni quattro o cinque anni è più che sufficiente per qualsiasi architetto.

4 – Ho già detto sopra: la chiesa concepita come una «grande casa», per tanta gente, non «fruitrice», (Dio ne liberi), ma partecipe di un sacro avvenimento.

5 e 6 – Il marmo è un materiale naturale e «pulito»: ha quindi ancora tutte le caratteristiche necessarie per poter partecipare di diritto alla realizzazione di un edificio nel quale ogni particolare deve essere oramai improntato alla massima semplicità, sobrietà e onestà applicative; in più sottintende, aggiungerei, la continuità nel tempo.
Ad eccezione di alcuni elementi cui si debba dare particolare risalto: il Tabernacolo, l’Altare, il Fonte battesimale, che possono giustificare utilizzazioni comunque « pregiate », per tutto il resto, e può anche essere tanto, penso quindi che l’impiego del marmo vada fatto evitando il più possibile materiali o lavorazioni di «effetto».

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Arch. Giorgio Garau – Verona

Il problema di costruire chiese oggi in Italia direi è giunto a un punto critico. Ci sono naturalmente quelli che di chiese ne progettano e costruiscono senza troppi problemi tanto lunga e alta, tonda o a stella la chiesa va sempre bene. E anche le indicazioni conciliari sono facilmente assorbibili: basta far attenzione a certe localizzazioni logistiche; per il resto si fa come si vuole. Per altri invece il problema è giunto a un punto critico.

Prima del Concilio il problema di questi «altri» era quello di soppiantare il monumentalismo della chiesa, l’enfatizzazione del rapporto uomo-Dio, di dare al popolo il senso della concelebrazione. Prima del Concilio esistevano già chiese con l’altare rivolto al popolo, in mezzo al popolo. Ora col Concilio tutto questo è stato sancito, è divenuto prassi comune. Pertanto il nostro problema si è spostato una volta acquisita la prima meta.

Si tratta di dare alla chiesa dei nostri tempi una fisionomia, uno spazio, un linguaggio nostro, maturo, comprensibile, esprimente un’idea nostra: genuina interpretazione del sacro. Ma nella crisi del sacro in cui stiamo tutti più o meno vivendo, in cui il rapporto del singolo col trascendente è sempre meno sentito, mentre lo è sempre più quello dei singoli fra di loro, che senso hanno le chiese? Spazi in cui finora gli individui, minimizzati i rapporti fra loro, vengono suggestionati dalla forma stessa ad un individualistico rapporto con la trascendenza.

Già si è verificato recentemente che taluno fra i fedeli abbia interrotto con qualche domanda la predica del sacerdote durante la messa. Fatto inaudito? o segno dei tempi? Tempi in cui è il dialogo e la chiarificazione comunitaria che andiamo cercando.

Allora come faremo le chiese se non ne abbiamo chiari i significati, i contenuti, la funzione sociale? Luoghi di ascesi? Luoghi di dialogo? Luoghi di pura celebrazione liturgica? È stato giustamente osservato che per ben 300 anni di cristianesimo (fino a Costantino) non c’è stato nessun bisogno di luoghi appositamente confezionati per la liturgia.

La chiesa futura sarà una «casa» con una sala liturgica? O sarà un «centro spirituale e culturale» in cui spazio preminente sarà dato allo studio, alla cultura, all’approfondimento comunitario dei problemi?

Del resto la stessa rigida struttura parrocchiale fortemente ancorata a un territorio divenuto così quantitativamente irrilevante di fronte alle comunicazioni e agli spostamenti degli uomini, che rispondenza ha con le esigenze della società? Sono problemi che ci stiamo ponendo e vorremmo, sia pure embrionalmente, avviare a soluzione prima di fare altre chiese, per non farle vecchie e sbagliate.

A questo punto fermerei il discorso in quanto penso si sia già capito che il problema mio e di quelli che la pensano a questo modo, non è tanto con quali criteri progettare la chiesa, con quali materiali, ecc., ma è la messa in discussione della chiesa stessa per scoprirne i contenuti essenziali e i significati che noi società di oggi cerchiamo e le diamo.

Mi pare quindi di non poter dare una risposta alla domanda se l’uso del marmo può essere valido in un luogo di cllto e come e perché. Può essere valido né più né meno di come lo può essere in qualsiasi altra architettura. C’è da dire comunque una cosa importante: che l’uso finora fatto del marmo nelle chiese è quanto di più lontano ci sia dallo spirito del Concilio. È avvilente osservarlo nelle chiese dei nuovi quartieri. In quelli ricchi il marmo è sprecato in tutti i colori e in tutte le forme: pavimenti, pareti, altari, statue … chi più ha soldi più ne mette, è l’ostentazione tangibile della ricchezza dei fedeli della parrocchia. Nei quartieri poveri le chiese son lasciate nude, al rustico, brutte, non finite, in attesa del «marmo» che per il momento non possono pagarsi, ma c’è la speranza un domani di averlo.

Lo spirito del Concilio è che la Chiesa sia povera e quindi che non ci siano le chiese dei ricchi e le chiese dei poveri, ma solo le chiese povere. Il che, contrariamente a quanto pensano le persone/bene, non vuol dire far chiese brutte, scalcinate, ma farle genuinamente belle. È un grosso equivoco borghese considerare bello ciò che è ricco e costoso, e brutto ciò che è povero e costa poco.

Può essere il marmo un materiale povero? Forse si, purché la tecnologia e soprattutto i suoi produttori glielo consentano.

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Arch. Glauco Gresleri – Bologna

1 – Sarebbe errato riguardare la letteratura ufficiale conciliare come la regola dalla quale possa scaturire meccanicamente la soluzione architettonica del problema. La progettazione, per attingere a risultati di poesia come è tanto necessario in materia di culto, deve risolvere propri problemi di sintesi organizzativa ed espressiva ai quali ben poco possono aiutare i termini grammaticali o anche di concetto delle «leggi». È da ricordare come tali norme conciliari non siano in effetto altro che un riconoscimento ufficiale di quante esperienze e ricerche di rivitalizzazione in tutto il mondo da decenni erano condotte dalle «base».

2 – Tendono anzitutto a ridare dignità e coscienza alla assemblea in quanto partecipe e parte insostituibile della stessa azione sacrificale. È in questa visione generale che vanno collocati i vari criteri collaterali dell’altare verso il popolo, della lingua italiana, della disposizione serrata attorno all’area presbiterale ecc. Le indicazioni conciliari aiutano a ricostruire una semanticità ai contenuti liturgici attraverso una riqualificata gererchia di valori e di significati, ma certamente lasciano ancora insoluta, o meglio aperta, la soluzione totale architettonica, ma ancor prima espressiva della «nuova chiesa ».

3 – L’architetto è per vocazione costruttore e quindi la domanda indulge ad una risposta facile. Ma il discorso è invece molto difficile, al punto forse da rischiare di essere frainteso. Il mondo cammina tanto in fretta che al momento attuale l’organizzazione pastorale di tipo tradizionale sembra non più in grado di risolvere la massa di problemi tipici della grande città industriale. E quindi anche la chiesa, sempre intesa nel senso tradizionale che tale organizzazione pastorale presuppone, sembra rischiare di non poter più essere termine di colloquio se la stessa struttura pastorale non troverà adeguate alternative. Lo stesso reinserimento diaconale vedrà forse dilatarsi in una azione dinamica mentre le strutture « fisse» tenderanno a diminuire di numero per meglio caratterizzarsi come basi di tale azione a lunga gittata portata dai diaconi.

4 – Con le premesse di cui sopra questa domanda sembra forzare un po’ troppo la risposta. Comunque mi sembra che alcuni criteri debbano assolutamente dichiararsi prioritari e debbano oggettivamente e realmente essere messi in atto:

a) non indulgere alla concorrenza con strutture che sono e debbono restare della città, quali scuole, cinema, campo sportivo ecc. che troppo spesso sono ritenuti fondamentali complementi alla chiesa, e che, pur assorbendo ingenti sacrifici finanziari, non arrivano quasi mai ai livelli di qualità e di efficienza delle analoghe strutture civiche.

b) operando il più possibile la sfrangiatura dell’oggetto architettonico nel tessuto cittadino non solo sul piano formale, ma soprattutto nella disponibilità ricettiva, perché sia il meno possibile recinto dei buoni e il più possibile spazio di tutti.

c) semplicità costruttiva, basso costo, materiali poveri ma questo tutto vivificato da una altissima qualificazione spaziale capace di riverberare di giusta ricchezza il tutto architettonico.

d) intendendo questo luogo come il prolungamento della casa più umile e più povera, vorrei dire del mondo intero; ma fermiamoci pure al confine parrocchiale … perché almeno questo spazio vi sia per il più umile che egli possa varcare senza crisi e senza maledizioni…

5 – Nessun materiale è inibito ad un certo uso costruttivo e ad una certa adozione di servizio. Il marmo come il legno, il ferro come la materia plastica, il vetro come la tela possono essere i vettori di qualificazione spaziale e di formulazione fisica di un certo spazio creato dall’uomo. Ma non credo che questo diritto possa essere un privilegio di casta o di nascita … È da dirsi anzi che come le nuove tecnologie del ferro e del legno hanno conferito a questi materiali una migliore qualità di interpretazione della spiritualità moderna (vedi ad esempio per il legno le tecniche del ballon-fram o della composizione con elementi leggeri assemblati in sistemi spaziali leggeri con collanti e piccole chiodature) così il marmo attende ancora forrse una nuova tecnologia che ne proietti le possibilità espressive nella nuova visione costruttiva.

6 – Parte di questa risposta è contenuta in quanto detto subito sopra. L’intuizione dell’operatore architettonico potrà adoperarlo per una maniglia come per un sedile, per il tabernacolo come per un lampadario. Sarà solo importante che l’uso sia conseguente alle caratteristiche del materiale sì, ma anche che in tale adozione sia interpretato e capito l’atteggiamento spirituale che, anche se sul piano dell’inconscio, ogni uomo assume entrando in rapporto con ogni fisicità con cui viene in contatto e che, per istinto, è portato a giudicare se «vera» o «falsa ».

Pietra che vive (15 architetti nel 1968) – 2

Agosto 27, 2009 di lc

1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?
2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?
3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?
4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?
5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?
6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

Le sottolineature sono mie.

Arch. Melchiorre Bega – Milano

1 – Ritengo che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di nuove Chiese.

2 – L’indicazione nuova maggiore è la celebrazione della S. Messa verso i fedeli e quindi con la Mensa al centro dell’Altare con la partecipazione dell’ Assemblea. Già 3-4 anni fa quando iniziai la progettazione della Chiesa di S. Giovanni Battista a Casalecchio di Reno, Bologna, io avevo proposto al Cardinale Lercaro questa sistemazione e il Cardinale andò a Roma per chiedere il permesso per questa innovazione che il Vaticano concesse. La mia Chiesa era già in corso di esecuzione quando giunsero le indicazioni conciliari.

3 – Ho già accettato di costruire un’altra Chiesa a Monte Donato ed una terza Chiesa a Reggio Emilia giacché questo tema mi appassiona, ma ritengo non si possa concepire più di due o tre Chiese.

4 – Si troverà, nella mia relazione, da quale spirito di profonda umiltà, osservazione e riflessione occorre disporsi alla progettazione tutta particolare per una Chiesa. « … La progettazione della chiesa parrocchiale di Casalecchio di Reno mi ha convinto della necessità di propormi il problema che qualunque progetto presenta, in termini architettonici dipendenti da considerazioni di fondo, cioè dalle particolarità liturgiche tradotte, per così dire, in architettura moderna, superando i suggerimenti e addirittura le tentazioni di gusto più ancora che di tecnicismo, dipendenti dal tema e dal modo di trattarlo, ora in uso in ogni parte dell’orbe cattolico.
Prego di voler consentire la presente impostazione, alquanto personalistica. Ma è acquisito che l’arte in ogni caso non prescinde dalla personalità; è personalità. Avendo compiuto nella mia ormai lunga carriera di costruttore opere di ogni genere, dalle più modeste alle più impegnative, confesso che la costruzione di una chiesa, mai capitatami, mi ha sempre attirato e convinto a osservazioni e riflessioni non superficiali.
L’occasione frequente di viaggi in varie parti del mondo, l’esame degli esemplari moderni più celebrati, la letteratura critica ed esegetica e la stessa storia della giovanissima architettura sacra desunte dalle documentazioni, per esempio, delle maggiori riviste specializzate, aveva già contribuito a sedimentare nel mio intimo alcuni principi che mi ripromettevo di sperimentare.
L’incarico per la chiesa di Casalecchio di Reno ha inoltre il conforto inestimabile della dottrina liturgico-architetturale del Pastore della Diocesi bolognese. Nella presente relazione intendo appunto illustrare il procedimento che, tanto naturalmente e lietamente per me, mi porta ad una particolare attuazione. Accettando la dottrina liturgica e le sue precise prescrizioni dello spazio interno, la chiesa da me progettata si impernia per così dire – sul concetto «Chiesa Casa-di-Dio» e sull’assoluta preminenza dell’Altare col Celebrante nel centro di un’area a fuoco centrale, di fronte a un’assemblea di fedeli equi partita in navate convergenti, mentre la quarta (o quarto braccio di una croce greca) si allarga in coro congiungendo il presbiterio alla sacrestia. La conformazione a raggera favorisce in modo assoluto la visibilità delle funzioni e quindi la partecipazione del popolo all’azione sacra.
La positura del Celebrante è conforme ad antiche consuetudini e a quella che mi sembra una funzionale necessità liturgica: cioè la visibilità del Sacerdote da parte dei fedeli e la completa percezione di ogni suo atto in ogni più riposto dei suoi significati mistici.
Il Celebrante dunque è volto « versus populum »; le sue spalle sono verso il coro; i fedeli lo vedono di fronte-profilo a seconda dei movimenti rituali. Non uno dei suoi gesti può sfuggire o essere modificato a causa del punto di vista.
Inoltre il Tabernacolo eucaristico assume una collocazione particolarmente significativa e maestosa, non sulla Mensa, facilmente e nobilmente raggiungibile, evitando oltretutto al celebrante quei movimenti, invero non facili, nei quali deve sporgersi e tendersi attraverso l’Altare. Tutta la mia vita e la mia opera sono fatte di lavoro e di rispetto religioso.
La mia più grande emozione in questo momento è di sentirmi chiamato a un compito tanto bello e desiderato. Sono certo della umiltà del mio animo sia come uomo che come artista. Non penso affatto di essere qualcuno che ospita il suo Signore, con una tal quale riconoscenza ma un artefice che umilmente si onora di servire il Signore lasciando Lui Padrone e Protagonista.
Quindi «la mia chiesa» nasce da quanto ho detto e progettato, in ogni sua parte. L’arca esterna si vale del giardino esistente a Casalecchio di Reno e anzi lo «incamera» per così dire, come spazio di rispetto, col suo verde; si vale dello sfondo collinoso nonché dell’alto argine del Reno che, troncando lo spazio utile, impedirà ogni pericolosa vicinanza di altre costruzioni.
L’Edificio ha nel prospetto principale il Battistero con accanto l’immagine del titolare della Parrocchia, San Giovanni Battista. Concludendo questo gruppo di fatti fondamentali che condizionano l’architettura della chiesa di Casalecchio, il mio obiettivo è quello di dare il massimo sviluppo ai motivi per cui si fonda una nuova Parrocchia; cioè fare che Dio sia fra il popolo in ogni momento, e aiutare a farlo con un’architettura che non separi ma unisca, e in ogni caso dia prova della massima discrezione».

5 – Ritengo che l’uso del marmo, dove la spesa lo consenta, sia sempre valido pel pavimento e in modo particolare pel Presbiterio.

Arch. Bruno Bianchi – Lecco

1 – Penso di sì, soprattutto se si tiene conto che non erano delle nuove indicazioni di dettaglio che ci si aspettava, quanto un aiuto a”capire il senso dell’incontro liturgico.

2 – Le indicazioni conciliari sottolineano soprattutto (fin nel titolo: vedi il cap. V delle « Istruzioni») la necessità di facilitare una partecipazione più attiva dei fedeli: la progettazione del luogo di culto e del presbiterio in particolare, deve partire, non tanto in vista dell’altare come fuoco prospettico-monumentale, quanto in vista del celebrante e dei ministri, cioè delle persone e del loro rapporto con i fedeli. Non sono contenute nei brevi capitoli dedicati al luogo di culto, tutte le conclusioni cui ormai è giunto il lavoro di elaborazione e di rinnovamento della liturgia. Questo lavoro è tutt’ora in atto e quindi sarebbe ingenuo aspettarsi dalle norme conciliari una conclusione di tutto questo e soprattutto una definizione meccanica di come si dovrebbe costruire il luogo di culto e le sue componenti.

3 – Lo farei e con tanto più interesse quanto più penso che potrebbe risultare il luogo di un «incontro» quanto mai necessario nella città che sembra andare isolando gli uomini sempre di più, nonostante la sempre maggiore disponibilità di mezzi di comunicazione.

4 – Da quelle che ho accennato nella risposta precedente, oltre a quelle accennate alla risposta 2.

5 e 6 – Non vi è ragione di pensare che un qualsiasi materiale, e quindi anche il marmo, non possa essere valido per la costruzione di un luogo di culto: necessariamente sarà diverso il modo di impiego di questo materiale, rispetto ai modi di impiego di altre epoche: la tecnologia propone nuove possibilità e, d’altro lato, lo sforzo di conoscere sempre di più le nuove possibilità tecnologiche, suggerisce soluzioni e tipi di lavorazione certamente nuovi.

Pietra che vive (secondo 15 architetti nel 1968)

Agosto 25, 2009 di lc

Continuiamo tornando al volume Pietra che vive.

Questo testo presenta un’appendice piuttosto singolare in quanto contiene le risposte di quindici architetti a sei domande concernenti architettura e nuove indicazioni conciliari. Uno alla volta pubblicheremo i vari interventi, secondo me interessanti. Interessanti perché fanno emergere come il nuovo, e Cristo è sempre nuovo da annunciare, sia stato addomesticato da categorie culturali allora dominanti. Insomma fa emergere come una certa foga innovatrice sia nata come espressione di una sudditanza culturale dei cattolici. Fa emergere come si possa essere ghermiti da una cultura invece di esserne il lievito.

Ecco le domande e le prime due risposte. Le sottolineature sono mie.

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1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?

2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?

3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?

4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?

5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?

6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

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Arch. Eugenio Abruzzini – Roma

1 e 2 – Sì, perché non essendo imperative permettono una maturazione dei problemi in sede teorica e ancor più lasciano la strada aperta a tutte quelle soluzioni che possono nascere dal colloquio tra i vari componenti il Popolo di Dio e possono pertanto far maturare le espressioni più idonee alle effettive esigenze di ogni comunità.

3 – L’interesse per la costruzione dei luoghi per il culto è nato in me più che dalla ricerca di una occasione professionale per un edificio prestigioso, dalla convinzione che la costruzione delle case per la comunità del Popolo di Dio rappresenta oggi, se storicamente interpretata, l’occasione per ricercare la possibilità di costituire le comunità ecclesiali che l’urbanesimo ha distrutto e in ciò riconosco il contributo specifico di un architetto cattolico. Naturalmente sarà inutile vagheggiare il tipo di comunità di estrazione contadina che ci ha preceduto, ma, indipendentemente dai valori propri della città e quindi dei rapporti di tipo più aperto che si stabiliscono tra i cittadini della metropoli, l’esistenza della comunità che si costituisce per ragioni cultuali è essenziale come occasione per ritrovare se stessi nell’incontro con l’altro e quindi con Dio.

4 – Dalla necessità di fornire un servizio di carattere altamente sociale, dimensionato ed appropriato alla vita di una comunità locale, relazionato sia all’interno che all’esterno con la vita urbanistica della città e nello stesso tempo segno stimolatore di una verità in cui tutti gli uomini possono o potrebbero riconoscersi.

5 e 6 – Più che trovare la nuova espressione del tempio, simbolo cosmico, di validità assoluta, perenne, la ricerca attuale è orientata verso la «tenda », costruzione mobile per definizione che assolve pienamente in un certo tempo la funzione attribuitagli. Ciò non esclude la possibilità dell’impiego dei materiali nobili e durevoli come il marmo ma non ne riserva in modo specifico l’uso a questo tipo di edificio, differenziandolo per ricerca tecnologica ed espressiva dagli altri edifici che l’uomo si costruisce.

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Arch. Franco Antonelli – Foligno

1 – È indubbio che il Concilio, col contributo coraggioso di Teologi e Liturgistici (sic) d’avanguardia, ha dato le più ampie indicazioni per una nuova progettazione degli spazi destinati al culto. Dette indicazioni sono a mio avviso sufficienti nel senso che assolvono il compito di determinare una nuova visualizzazione dei problemi liturgici e quindi architettonici, lasciando aperte, alla sensibilità di tutti, le esperienze più pregnanti e profonde.

2 – Dicono inequivocabilmente che l’azione liturgica è possesso completo di tutti i partecipanti, siano essi i celebranti o i fedeli. E che tra essi non ci sono più barriere o fratture sia psicologiche che fisiche (cioè architettoniche).
Dicono che la vera «chiesa» è il popolo di Dio, e l’edificio religioso deve essere ambiente degno ed adatto ad accogliere questo popolo perché possa parlare e approfondire la conoscenza di Dio.
Il confronto col passato fa risaltare differenze lampanti.
In un rapporto di sudditanza o quanto meno di collaborazione timorosa e limitata, erano logiche le navate enormi atte a contenere un gran numero di fedeli, ed i presbiteri relativamente piccoli pronti ad accogliere solo i ministri del culto. Erano logici i pulpiti da cui si «calava» sull’assemblea, posta in posizione passiva, la parola di Dio, e le barriere separatrici delle balaustre, gli spazi indeterminati e vertiginosi delle cupole, e i trionfi barocchi. Ora invece, riscoperto il valore della parola e del canto, precisata la necessità di una azione liturgica condotta assieme per arrivare assieme ad una sempre più approfondita conoscenza di Dio; visto il sacerdote come presidente di un’assemblea, e che, come tale, ha un senso con l’assemblea e nell’assemblea stessa; arrivati alla concelebrazione; visto l’altare più come mensa che come luogo di sacrificio, lo spazio ecclesiale si dimensiona in scala umana vivificato e caratterizzato da una nuova organizzazione distributiva degli elementi necessari all’azione liturgica (altare, coro, fonte battesimale ecc.).
Si determina cosi in termini dimensionali una diminuzione del rapporto finora esistente tra aula assembleare e presbiterio.
E questo fatto rispetto agli schemi architettonici del passato è il primo radicale risultato di trasformazione.

3 – Ho progettato e realizzato alcune chiese, ho partecipato ai concorsi nazionali di Ascoli nel ‘66, di Cattolica nel ‘67, dimostrando chiaramente il mio interesse per il tema.
Il perché di questo interesse sta nella gioia di aver trovato finalmente rivitalizzato, per opera di nuovi contenuti, un tema che nello scorcio di questi ultimi anni aveva perso negli uomini di cultura ogni interesse, perché mancava di motivi e contenuti validi sul piano umano.
Per questa mancanza i progetti di chiese di questi ultimi anni, salvo rarissime, significanti eccezioni, hanno prodotto risultati ricalcanti stancamente schemi architettonici passati, a noi estranei, o soluzioni ancorate a formalismi personali, nel tentativo, culturalmente assurdo, di raggiungere «effetti» ed «ambienti» di tipo extra umano.
Infine, privo di veri contenuti, il tema dell’architettura religiosa è stato fino ad ora banco di prova di numerosissimi esperimenti strutturali, sempre nella ricerca pura e semplice di un’architettura originale condotta per mezzo di originali concezioni strutturali, con conseguenti risultati di tipo monumentale, da civiltà delle macchine, nel migliore dei casi oggetto di stupefatta meraviglia.

4 – Dalla riconquistata posizione, dovuta al Concilio, di un rapporto umano tra l’assemblea e il sacerdote, che solo nella loro unità e con la loro presenza costituiscono la chiesa di Dio, raccolta in uno spazio degno per parlare delle cose di Dio.

5 – Certamente.

6 – La scelta di un materiale in architettura non è mai aprioristica, ma segue naturalmente il pensiero dell’architetto che intende raggiungere certi risultati.
Il risultato finale cui il progettista tenta di piegare il suo lavoro è certo quello dello spazio fisico che intende costruire. Ma questo spazio diventa (se lo diventa) «architettura» anche per opera dei materiali che lo costruiscono.
Per questo motivo penso che in questa architettura, che nasce dall’interno, il marmo è usabile in molti modi. Teso e prezioso in piccole dimensioni, e in arredi liturgici opportunamente localizzati nel contesto di un discorso generale primario, o materiale primario esso stesso, mezzo per una espressione unitaria in spazi unitari. È certo che tecnologicamente va usato caso per caso in modo diverso. È comunque per esso culturalmente preclusa ogni possibilità di utilizzazione in termini superficiali, e cioè in forme e decorazioni che ricalcano solo sul piano dei motivi, e quindi nell’equivoco, esperienze artigianali passate troppo lontane ormai per essere oggigiorno vere.
La strada per far entrare il marmo nelle nuove chiese del concilio (quelle vere) non può non essere che quella della chiarezza. Quella che anche nelle soluzioni più preziose, usa il marmo piegandolo a strumento per raggiungere risultati spaziali vibranti di umana, moderna sensibilità; non può essere certo quella equivoca della retorica e del folclore.

Vita e forma

Agosto 7, 2009 di lc

Nella messa tridentina ogni gesto è preciso e solenne. Non c’è improvvisazione ma, semmai, solo impreparazione nel rispettare una forma. Una forma che non è fine a se stessa ma che conduce ad aderire al mistero celebrato, esplicitandone la ricchezza di senso.

La forma precisa e codificata nel minimo dettaglio della liturgia ne costituisce la forza. Perché ne garantisce l’identità e la sua trasmissione. Allo stesso tempo la liturgia non è mai stata immutabile. Non le appartiene l’immutabilità. Al pari di un organismo vivente che ha ricevuto vita dalla vita, se la liturgia si chiude in una struttura codificata, emula di una pretesa perennità, muore. La forza della forma si capovolge in debolezza.

La liturgia è azione di Dio con la Chiesa. E’ vita. Non solo, è vita che si vede ricreata, rivivificata. Come lo Spirito aleggiava sulle acque vivificandole, così dalla Croce il dono dello Spirito ha rinnovato il creato. Donando lo Spirito, che è amore, ed è libertà, l’uomo è chiamato a partecipare della salvezza, e a portarne l’azione. Per agire nella storia, Dio si affida agli uomini, chiedendo la loro conversione. La liturgia non prescinde dalla storia, appartiene al già e non ancora.

La messa nella forma pio-giovannea ha corso il rischio, come tutte le forme, di cristallizzarsi. Cito due esempi estremi: il “celebrare alla parete”, secondo la denuncia di Ratzinger in La festa della fede, e le pie donne che partecipavano alla messa recitando il rosario.

La messa secondo la forma postconciliare corre il rischio opposto, con la spontaneità arbitraria preferita al rigore del gesto e la libertà capovoltà in miscomprensione babelica. Denunciare complotti massonici alla fine è semplicistico, e alla fine poco utile. Lo può essere per regolare i conti con la storia, ma non per giovare alla liturgia. Ci si ritroverebbe solo a dire che  il Novus ordo è “celebrazione luterana”, o amenità del genere.

Credo che gli uomini che celebrano la liturgia corrano un rischio, qualunque sia la forma del rito. Con il vecchio rito si rischia di rimanere irrelati, sconnessi nel rapporto con la natura e la cultura. Con il nuovo rito, di essere talmente relazionati alla natura e alla cultura da mostrare sudditanza nei loro confronti.

In questa direzione, trovo confortante quanto scrive Cavalleri su Avvenire (riportato anche su wxre dove ci sono dei commenti da leggere).

L’angolo retto e il Signore delle cime

Agosto 5, 2009 di lc

Ho avuto la fortuna di fare l’ufficiale degli Alpini. Prima allievo alla scuola militare ad Aosta, poi comandante di plotone a Belluno. Gli Alpini sono un corpo molto formale, ci tengono al gesto ben fatto, al gesto marziale perché preciso, esplicito e solenne. Il rigore della formalità rende immediatamente riconoscibile l’azione, ne mostra il fine e anticipa l’ordine nel quale si inserisce. Rivela consapevolezza e visione d’insieme. Un gesto ben fatto trasmette certezza: per questo la forma militare si manifesta attraverso linee rette, quadrati, angoli retti, meglio se rapidi e spediti. La formalità è il gesto prevedibile. La singolarità imprevedibile è quanto più possibile tacitata, o perlomeno strettamente regolamentata.

L’arte militare insiste molto sulla formalità. Non esiste esercito che non se ne curi.  Inculcare la formalità significa garantire ordine e fine comuni all’azione militare quando i singoli militari operano al di fuori del quadrato della caserma. Infatti, il potere di puntare un’arma, nelle situazioni più disparate e pericolose, deve essere trattenuto nel giusto ordine. Chi ha responsabilità di comando militare sa che militari non formali si trasformano presto in una masnada dispersiva e inefficace, ovvero di violentatori e saccheggiatori.

Il sistema formale militare ha all’interno di sé semplici principi di funzionamento economico: massima forza concentrata sul minimo punto. Efficienti per essere efficaci, come il moto verso lo schwerpunkt descritto da Clausewitz. La formalità militare trattiene in questo ordine. Ma se il sistema formale militare si pretende completo, le forze armate si riducono a una macchina, a un meccanismo autoreferenziale, onanistico, distruttivo e, da ultimo, violentemente implosivo.

Il sistema formale militare, al pari di un sistema logico formale, trova al di fuori di sé il fondamento adeguato al proprio agire. Ogni mattino, sull’attenti all’alzabandiera, ci devono essere uomini e donne che hanno saputo coltivare l’orto in una valle alpina, offrire vino e formaggio, tirare per gli zoccoli un vitello che nasce, guardar giù dalla cima di una montagna.

Pietra che vive

Agosto 3, 2009 di lc

Pietra che vive è un libro del 1968 rivolto agli architetti, edito a cura dell’Industria dei Marmi Vicentini Spa con la collaborazione della sezione architettura della Pro Civitate Christiana di Assisi. Contiene una panoramica dei testi che in Italia e in Europa seguirono alla Sacrosanctum Concilium e alla relativa Istruzione.

Ho comprato la copia n. 705/1800 in un negozio di libri di seconda mano a Milano. Qui ne riprenderei alcuni passaggi e, per iniziare, ecco la presentazione scritta da Mons. Annibale Bugnini, a quel tempo Segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia.

Pregare in bellezza
L’ideale di S. Pio X di « pregare in bellezza» ha pervaso tutti i campi dell’arte a servizio del culto: la musica, la pittura, la scultura, l’architettura, la paramenteria, la oreficeria sacra.
Tutto nel tempio deve parlare della magnificenza, grandezza e maestà di Dio. Come può e sa farlo una creatura, naturalmente; ma nel modo più eccelso che le è consentito. In questo senso il pensiero Pïano non è che l’espressione e la sintesi di una costante storica.
Sempre l’uomo nel culto ha offerto alla Divinità il meglio del suo ingegno. Anche quando ha dovuto vivere sotto la tenda, in capanne, in modeste abitazioni, a Dio ha innalzato sacelli, templi, cappelle, basiliche, cattedrali tempestate di marmi, di oro e argento, di bronzi e gemme. È un bisogno naturale, una esigenza dello spirito.
Si parla, oggi, della «Chiesa dei poveri» e povera si vorrebbe anche la casa del Signore. Certo, una sontuosa cattedrale tra misere baracche ci starebbe male, stonerebbe, specialmente se una certa enfiaggine spirituale costruisse quella e non curasse queste.
Ma se alla povera gente chiedete di aiutarvi a costruire la casa di Dio tra le case degli uomini, non vi porterebbe quanto di più bello e prezioso contengono le poverissime abitazioni? E i poveri sono i più generosi, perché hanno fede più semplice e genuina, perché sentono il bisogno di Dio: di Dio fratello, Amico, Consolatore, Compagno di viaggio … nel pellegrinare di tutti i giorni. Per la loro fede e le loro sofferenze si sentono più solidali e più uniti, sentono il bisogno di mettere in comune la gioia, il dolore, la speranza, la preghiera.
Chi ha pensato che il Cristianesimo possa fare a meno di luoghi di culto, senza chiese, senza cappelle, senza cattedrali, perché la cattedrale di Dio è la volta del cielo e le sue pareti l’orizzonte sconfinato, ha dimenticato l’aspetto umano, oltre che cristiano delle nostre assemblee. Ha dimenticato che la chiesa è la casa di Dio e casa del popolo di Dio, che non è tale se non si raduna, se non si accalca intorno all’altare del Sacrificio, se non interroga e ascolta il Suo signore.
Battistero, altare, ambone: tre punti focali del tempio, dove si forma, cresce e si fortifica il popolo di Dio. Tre misteri: mysterium aquae, mysterium verbi, mysterium Panis. Tre momenti della presenza di Dio tra il Suo popolo, riunito nel Suo nome.
Ecco i profondi motivi per i quali salutiamo con compiacenza e interesse la presente pubblicazione, che ridica a suo modo il valore e la trascendenza del culto attraverso l’espressione artistica.
La documentazione che è alla base del volume è una guida preziosa per sacerdoti, artisti, e amatori del culto divino, che vogliano rendere splendente e augusta, serena e accogliente la casa del Signore.
La Chiesa sta riesaminando a fondo le componenti del culto nel segno della santità e della verità. Aggiungiamo il segno della bellezza, e avremo ricostruito a Dio un «tempio vivo», che alle dimensioni umane e sacrali, aggiungerà, in perfezione, l’affiato della maestà e dello splendore.

ANNIBALE BUGNINI C. M.
Segretario del Consilium
ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia

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Date le polemiche di questi giorni su “Bugnini Massone” e conseguenti influenze sull’ordinamento liturgico attuale, segnalo Inside the Vatican, Fides et forma e, per contro, Liturgia-opus-trinitas.

Morality plays

Luglio 30, 2009 di lc

Finalmente il blog che raccoglie gli interventi di Carlo Susa: Morality Plays.

Unità e differenza

Luglio 21, 2009 di lc

Fedeltà e ironia, variazioni e tiri birboni sono già buona metafisica.

Suona il Quint’etto.

Note a margine dell’intervento di Nikos Salìngaros

Luglio 17, 2009 di lc

L’analisi in questo articolo di Salìngaros è salutare: rovescia ogni giudizio affrettato e presenta la cattedrale di Houston come innovativa e quella di Oakland come reiterante moduli propri del modernismo e del decostruttivismo, insomma roba già vista e rivista. Basilare nella sua argomentazione mi pare il riferimento alla differenza dei linguaggi architettonici presupposti. Il linguaggio della tradizione è adattativo e le sue forme possono innovarsi in nuove formule espressive. Il linguaggio modernista, invece, rifiuta ogni cambiamento, chiuso in forme pure quanto inerti e statiche.

Partendo da quanto evidenziato dallo stesso Salingaros, mi pare che si possa procedere con alcune ulteriori considerazioni.

Houston parte da un linguaggio tradizionale per sottoporlo a una forte astrazione, crea “piani svuotati e volumi astratti”. L’edificio chiesa rimane riconoscibile grazie al permanere dello scheletro tradizionale. Emerge certamente un innovare nella tradizione, ma il progetto è subordinato a una dinamica che trova nell’astrazione e nell’armamentario della modernità il criterio base per operare. Armamentario che viene utilizzato con equilibrio, con moderazione. Ma questa moderazione alla fine rimane volontaria, soggettiva. Mi chiedo se ci sia qualche motivo per cui il principio affermato non possa procedere verso un’astrazione più esasperata.
Io penso che l’innovazione dipenda dai problemi affrontati. E su questo piano Houston non ha un problema o, perlomeno, fa come se non ci fosse: dà per scontati la tradizione iconografica cristiana e il linguaggio moderno.

La dinamica tracciata dal progetto di Oakland appare inversa: parte da un linguaggio moderno e astratto, utilizza elementi asettici propri dei non luoghi, assume tutto quanto oggi passa per essere architettura, combina senza remore suggestioni diverse, dall’ogiva gotica alle traversine aeroportuali, fino a inserirsi nella “tradizione postmoderna”.
Il punto interessante è proprio qui: nel tentativo di amalgama di stimoli diversi inserire la grande immagine di Cristo. Anche i diversi crocifissi della chiesa non hanno paura di mostrare il corpo. E questo, oggigiorno, non è cosa da poco.
Certo, ad esempio, la grande immagine di Cristo è monocromatica, come il razionalismo esige. Quella di Houston invece è ancora sgargiante di colori. Ma la lettura deve essere considerata in senso dinamico: mentre a Houston la grande vetrata con il Cristo dai colori sgargianti resiste ma non è dato a sapersi fino a quando potrà resistere e in base a cosa resiste, a Oakland il grande Cristo è stato immesso nuovamente. Innumerevoli chiese sparse in giro per il mondo hanno categoricamente rifiutato l’immagine e l’immagine del corpo in croce. Qui invece è di nuovo presente. A Houston l’immagine c’è ancora, a Oakland è ritornata. A Oakland l’immagine ha posto un problema, fosse anche solo con la sua rinnovata presenza.

L’ho già detto. La soluzione della cattedrale Christ the light può apparire ingenua e ferma ad un mero accostamento, ad una cumulazione tipica del postmoderno. Ma se a Houston è il razionalismo che determina il risultato, ad Oakland è l’immagine, anzi, è lo statuto teologico dell’immagine a porre i termini del problema al linguaggio architettonico.

Su questo in particolare inviterei a riflettere. La tradizione cristiana non è mai rimasta ferma. Ma ha sempre rifiutato anche le palingenesi. Il pensiero moderno quello sì ha preteso la palingenesi. Il cristianesimo invece è chiamato a rinnovare tutte le cose. Non teme le ferite, anche quelle moderne, se trasfigurate. Mi sto quindi chiedendo se anche la storia moderna, anche quella più pura che si chiude nelle sue geometrie irrelate, possa essere assunta e… trasfigurata.

Oakland vs Houston

Luglio 9, 2009 di lc

Oakland christ the light

CathedralExterior Houston

Proseguiamo quanto iniziato nel post precedente con un intervento di Nikos Salìngaros che mette a confronto due chiese contemporanee: la cattedrale Christ the light di Oakland e la co-cathedral of the Sacred Heart di Houston.

Il testo è tratto da Chiesa Oggi n 87/2009 (www.chiesaoggi.it)

Due Cattedrali, due stili
di Nikos Salìngaros

Sono due Cattedrali di recente edificazione, simili per grandiosità dimensionale ma con architetture contrastanti. La contrapposizione tra i due approcci stilistici offre l’opportunità per dibattere il tema “tradizione o modernismo”, quale approccio architettonico è più adatto per lo spazio di culto?
Nell’introdurmi in questo dibattito, considero anzitutto le ovvie caratteristiche stilistiche ma l’osservazione degli aspetti meno evidenti mi porta subito a superare la prima impressione. Così la questione si problematizza e, credo, diviene ben più fruttuosa di quanto non sia una critica fondata superficialmente sullo stile, e il dibattito tocca temi rilevanti per la progettazione delle chiese oggi. Premetto una osservazione cautelativa: non ho visitato i due edifici, per quanto sia questo l’unico modo per avere un’impressione completa di una struttura, per cui la mia critica rimane limitata.
La cattedrale di Houston, di Ziegler-Cooper Architects, ha uno stile evidentemente tradizionale, e segue una tendenza che si riscontra in molte chiese postbelliche dagli ingressi alti, aperti, verticali. Per l’antica pratica della fede è molto bello usare, anzi, ri-usare, tipologie tradizionali. Chi preferisce la tradizione nell’architettura delle chiese (e nella Chiesa stessa) non ha bisogno di altre spiegazioni. L’uomo da millenni si sente legato a Dio dalle pratiche rituali e le migliori soluzioni architettoniche sono quelle che attraversano questo lasso di tempo. Un progettista intelligente e sensibile le può porre abilmente in contesti contemporanei, come mostra questo ottimo esempio. I metodi validati dall’esperienza permettono di ottenere edifici ancorati alla tradizione e capaci di confortare il fedele attraverso immagini tradizionali.
La Cattedrale di Oakland, di Skidmore Owings & Merrill Architects è un’innovazione postmodernista, manifesta nuove forme e tipologie. Offre una delle molteplici possibili risposte alla domanda “come possiamo portare avanti la tipologia ecclesiastica tradizionale usando metodi nuovi?” A prima vista è un’innovazione di evidente successo, genera spaziosità, luminosità, una sensazione di apertura, appare una gradevole alternativa alla progettazione neo-tradizionale. I materiali sono senza dubbio innovativi e hanno un ruolo importante nel porre il fedele in uno certo stato d’animo al suo interno. Poiché la Chiesa è spinta sia dai fedeli, sia dalla gerarchia, a mostrarsi al passo coi tempi, questa committenza è vista come un passo avanti nel far proprie le forme dell’architettura contemporanea.
Fin qui la questione si limita a un paragone superficiale: edificio tradizionale a fronte di edificio innovativo. Entrambi sembra possano funzionare bene e, se non fossero così distanti, potrebbero offrire al praticante la possibilità di scegliere l’ambiente più consono al suo sentire. Ma in realtà le cose non sono così semplici. Osserviamo i dettagli e l’ambiente interno.
La cattedrale di Houston, vista da vicino, mostra un aspetto sorprendentemente non tradizionale. Sembra derivato dalla Secessione viennese: materiali ricchi, ma anche piani svuotati e volumi astratti. Di gran lunga un edificio non tradizionale. Qualcosa che nessuno dei miei amici impegnati nel progettare chiese tradizionali avrebbe mai fatto: infatti si sarebbero attenuti alla tradizione in tutti i dettagli (con risultati, devo dire, eccellenti). Qui invece i progettisti hanno ottenuto un risultato armonico spingendo, fino al limite del possibile, verso il modernismo le tipologie tradizionali e l’ornamentazione. Ricorda la Secessione viennese e l’Art Dèco: quel glorioso fiorire di architettura innovativa che si è manifestato prima che gli architetti eliminassero ogni vestigio della tradizione (e la maggior parte delle regole compositive che hanno un effetto positivo sull’essere umano). Questo mi porta a ritrattare l’impressione iniziale: la cattedrale di Houston è un edificio chiaramente innovativo. L’innovazione è usata per offrire un’impressione positiva: per questo l’edificio appare accogliente; sembra tradizionale anche se in realtà non lo è. Il risultato mi impressiona e deve avvertire i critici di non lasciarsi trascinare in un giudizio affrettato.
Un edificio “moderno” in ogni senso della parola. Noto, tuttavia, che rischia di essere “freddo” là dove va verso l’astrazione. Che cosa dunque avrebbe potuto migliorare la Cattedrale di Houston? La risposta è ovvia. I miei amici avrebbero realizzato quei piccoli dettagli derivanti dall’ornamentazione tradizionale, fin negli aspetti più minuti, per quanto misurati. L’occhio ha bisogno di strutture ordinate su scala appena maggiore di quella della ricca granularità dei materiali naturali, e questo qui manca, in alcuni punti. Poiché si è posta una limitazione nel livello più piccolo del linguaggio formale, e la gerarchia si perde quando si arriva al dettaglio.
L’ornamentazione armoniosa ottenuta grazie alle molteplici simmetrie nutre i sensi e ci dà una sensazione di sollievo. Come esseri umani, sempre antropomorfizziamo i nostri dèi e ci aspettiamo che essi condividano il nostro piacere più elevato. Per questo, il nostro amore verso Dio ci spinge ad adornare il luogo ove pratichiamo la fede, e a farlo in modo totalmente altruistico. Desideriamo creare un ambiente ove si manifesti il massimo piacere trascendente, partendo dal quale l’esperienza fisica ci accompagna alla comprensione.
Guardando ora alla Cattedrale di Oakland, notiamo che dà libero spazio a una struttura molto interessante di lame lignee che si eleva verso il cielo definendo un ampio spazio interno, aperto e pieno di luce. È il tipo di approccio progettuale che agli architetti innovativi piace percorrere quando non sono costretti a realizzare un volume di tipo tradizionale. Ma se pongo alcune domande fondamentali per il design, mi sembra che le risposte siano difettive. Perché le lame lignee sono orizzontali e non verticali? Non desideriamo noi collegarci verticalmente all’universo, trascendere la materialità dell’edificio in modo tale che le nostre anime possano elevarsi? Strano: forse le assicelle hanno la funzione di schermare i fedeli dal sole diretto; non so. I progettisti hanno lavorato molto sui pannelli orientabili della copertura, ma tutta questa tecnologia era veramente necessaria? Anzitutto, perché non fare un semplice tetto? Qui è la tecnologia che diventa il centro dell’attenzione.
L’ingresso è purtroppo basso, orizzontale e molto arretrato. Nel complesso non invitante, poiché bisogna attraversare un volume superiore in cemento che appare difficile quanto pesante.
Poi ci sono le asimmetrie: strane, per non dire ostili. Perché alcuni componenti si protendono all’interno della chiesa? Qual è la ragione che giustifica l’ampia vetratura della parete e della copertura? Perché le pareti di base in cemento sono ricurve e in che modo si è definita questa specifica curvatura? Perché vi sono aspetti incoerenti nelle dimensioni e negli orientamenti delle porte che interrompono la parete di cemento? Mi spiace, ma non trovo risposte ovvie a tali domande; e se le risposte non discendono dalla geometria stessa, non credo a nessuna spiegazione inventata dagli architetti. Non potrebbe essere che qui stiano giocando con immagini di modernità e di postmodernità? In questo caso, tutti questi giochi distrarrebbero dallo scopo originario dell’edificio, che è di ricondurre a Dio. C’è un’ipotesi di risposta che mi infastidisce, per quanto non possa esserne sicuro: l’uso brutalista del calcestruzzo. Credo che questo materiale sia fondamentalmente empio. Grigio, triste e sordo sul piano acustico, è il contrario di quel che dovrebbe essere una superficie accogliente in un edificio di culto. Per millenni le pareti delle chiese sono state finite con materiali che comunicano un senso di amore per il Creatore. In questo materiale ostile non vedo amore, malgrado il tentativo compiuto da Le Corbusier.
Mi spiace, ma mi sembra che vi siano ragioni sufficienti per sospettare che la Cattedrale di Oakland non sia così innovativa come sembrava sulle prime. Dico questo perché gli architetti sono ricorsi a tipologie tratte dal linguaggio modernista, quello che ha eliminato il linguaggio della Secessione viennese e dell’Art Dèco negli anni Venti. Il cemento brutalista è la rivelazione finale. All’esterno, l’edificio non si differenzia dalle altre torri di cristallo e acciaio: è uno dei tanti esempi di conformismo architettonico. Forse non sembra un edificio di uffici perché è tondeggiante invece che rettangolare, potrebbe apparire invece come un teatro o un palazzo sportivo. La barre metalliche che fuoriescono sulla copertura sono puramente decorative e non aggiungono uno iota di spiritualità alla struttura. Non danno leggerezza o direzionalità verticale come avviene invece con i pinnacoli del gotico. Inoltre c’è l’incongruenza postmodernista dell’incontro tra diversi materiali e ci sono gli elementi decostruttivisti nelle aperture di sghembo nella base in cemento. L’armonia è allontanata dall’obliquità delle pareti, dalla mancanza di allineamenti nelle porte, dall’assenza di corrispondenze tra gli elementi; l’impressione generale è di assenza di coerenza. Si tratta di un approccio architettonico che è considerato “alla moda”, ma questo non lo rende appropriato. Lo si ritrova nei musei di arte contemporanea, dove gli oggetti d’arte stessi spesso sono semplicemente tanto distorti e incoerenti quanto l’edificio che li ospita.
Le lame lignee nella fascia bassa danno un che di naturale allo spazio interno, ma la quantità di cemento è tale che questo elemento naturale e positivo resta soffocato. Ancor più importante, le geometrie delle forme generate dalle stecche di legno appaiono tutt’altro che razionali: qual è la ragione per queste pareti ricurve e semitrasparenti? Tutto appare arbitrario, tutto frutto di “design”. C’è chi ama tutto questo, ma a me sembra semplicemente privo di armonia.
Quindi la mia impressione iniziale resta capovolta. La Cattedrale di Houston è una struttura innovativa, che compie pienamente il suo scopo. Nella Cattedrale di Oakland trovo invece immaginazione e mode architettoniche usate in modo gratuito, malgrado le evidenti buone intenzioni. Non ho pregato in alcuna delle due chiese e così non so se i fedeli a Oakland sentono che l’architettura li privi di qualcosa nel partecipare alle Messe. Solo loro potranno esprimersi in merito. Può anche darsi che non ci facciano caso, per via della sensazione generata dall’apertura e dalla luminosità. Ma che accade in un giorno di pioggia? O in un momento di crisi? In tali circostanze, una chiesa modesta ma armoniosa, aiuta sia l’individuo, sia la comunità, a trovare sollievo e sicurezza. La gioiosità va bene se i tempi sono favorevoli, ma aiuta in ogni circostanza? E lo stesso non è vero per la Chiesa stessa?
Ancora più importante, nella Cattedrale di Houston trovo una fondamentale umiltà, il che è un notevole successo per un edificio così grande e imponente; e credo che questa modestia sia più vicina alla dottrina della Chiesa delle origini. Nella cattedrale di Oakland, tuttavia, trovo perlopiù “affermazioni” architettoniche che competono tra loro. Sono d’accordo che tale fenomeno sia rappresentativo dei nostri giorni e che una chiesa “dei nostri giorni” possa esprimere proprio questo clamore nelle sue strutture. Tuttavia non mi sembra che questo sia giusto o adatto per ospitare le verità eterne della religione.
Il problema, credo, va al di là dell’architettura di chiesa, per riferirsi all’essenza del linguaggio architettonico. In una società tradizionale si evolve una forma di linguaggio adattativo. Può essere usato e riusato, modificato e sviluppato per nuove situazioni specifiche, si può evolvere in linguaggi dalle forme più innovative senza perdere la propria capacità espressiva, come avvenne col passaggio Beaux-Art verso l’Art Dèco. Le forme tradizionali del linguaggio hanno questa caratteristica: si possono adattare agli usi contemporanei e proprio questo dimostra la cattedrale di Houston. Invece il rifiuto modernista di tutte le forme tradizionali, ha allo stesso tempo imposto una negazione di tutte le forme espressive. Questo ha portato a una restrizione della tavolozza degli elementi di design, che non sanno adattarsi né unirsi a altre forme: è quindi un sostituto piuttosto limitativo che dà luogo a un linguaggio privo di capacità combinatorie e inadatto a coinvolgere. Per questo, cercare di utilizzare immagini moderniste e decostruttiviste allo scopo di ottenere una connessione che unisca all’edificio e all’universo è destinato a portare risultati insoddisfacenti.
Costruire una chiesa usando un linguaggio formale architettonico che non crea connessioni, è il frutto di una specifica filosofia del design. Le lame lignee della Cattedrale di Oakland sono come quelle usate negli aeroporti e nei centri commerciali per definire ambienti piacevoli ma neutrali. Non sono un atto d’amore verso il Creatore paragonabile con l’afflato che ci cattura quando ci avviciniamo o entriamo in una cattedrale medievale. Direi che invece dell’intenso piacere fisico, da tale chiesa si ottiene una ben diversa soddisfazione intellettuale. Ma questo è ottenuto al prezzo di rendere tutto il resto privo di intensità.