Archivio per la categoria ‘lex communicandi’

Riappropriazione

Gennaio 24, 2008

Metto qui un video nuovo e interessante che mostra la geometria della chiesa di san Giovanni Rotondo dedicata a San Pio e progettata da Renzo Piano. C’è chi ci ha già scritto, forse anche troppo. In effetti, ci sono alcune cose che lasciano perplessi: la forma a spirale (con tutti i modi che ci sono per valorizzare la sezione aurea…), l’entrata principale dal retro (poi parzialmente corretta), la tomba del Santo prevista sotto il colonnone e non sotto l’altare, il tabernacolo barbaro della cripta.

 

L’insieme risulta estraneo, distante. Ma quello che qui ci interessa è notare il processo di riappropriazione che ne consegue, come si vede nel video qua sotto. Sullo sfondo si staglia la vetrata colorata, campeggia il crocifisso di Pomodoro, si ergono gli archi, si alternano le porte squadrate e… in mezzo, portata lì a braccio, imprevista, a scombinare la spirale aurea, la statua in gesso colorato di Padre Pio.

 

Sull’offerta e le danze

Gennaio 9, 2008

E così la danza delle ragazze cingalesi durante l’offertorio nel Duomo di Milano ha fatto notizia.

In generale, il momento liturgico dell’offertorio è quello che soffre di maggiore incomprensione. Il rischio è che venga vissuto dai fedeli come il momento dedicato alla libertà creativa estemporanea. Pochi ne riconoscono il significato e la relazione con il sacrificio eucaristico. Solitamente viene notato per i bambini che portano i doni all’altare. 

Nei tempi antichi l’esperienza dell’offerta era semplice e più o meno seguiva questo ragionamento: tu Dio sei il Signore e per mostrarti che io ti riconosco come tale ti offro le spighe, l’agnellino, lo schiavo, il figlio. Ti offro quanto mi è prezioso distruggendolo, sottraendolo al mio uso, sacrificandolo. Ma, col tempo, Dio fa capire che di figli sull’altare non ne vuole proprio sapere, e neppure di fumi nauseabondi. Anche perché semmai sull’altare ci va lui. E ai suoi figli non chiede distruzione, ma un modo di essere. Chiede di non essere solo per se stessi. O meglio, chiede di perdere se stessi per ritrovare se stessi (con tanto di interessi).

Ora, pur essendo una tradizione lontana dalla mia esperienza, penso che la danza possa essere un segno che esprime autenticamente questa offerta di doni e della propria vita a Dio.

Il problema, allora, non sono tanto le danze etniche: fin dai suoi esordi il cristianesimo ha assunto nel proprio lessico segni e parole che non gli appartenevano in proprio. E tutto quello che è entrato a costituire la lingua della comunione cristiana ha visto ridefinire il proprio significato a partire dalla Parola della rivelazione.  Ma questa ridefinizione è possibile nel momento in cui la comunità intera è capace di garantire responsabilmente un ordine di significati non espropiabile dai singoli utilizzi. 

Oggi, invece, temo che l’inserimento di segni estranei all’interno di un orizzonte di comprensione già sfibrato come quello legato all’offertorio aumenti il rischio che i segni espressi, come ad esempio la danza, risultino equivoci e, alla fine, incompresi. Il problema, infatti, non sono tanto le danzatrici, ma piuttosto [le danzatrici con] gli applausi in chiesa (giusto per fare un esempio) che evidenziano una percezione della Messa confusa, quasi fosse una performance di spettacolo.

Notre~Dame a Reims

Dicembre 8, 2007

eva reims

 

Reims

 

angelo reims

(da Reims, le letture per immagini di oggi)

Oltre 140 anni

Novembre 25, 2007

Spot dell’Azione Cattolica 2008. Fatto bene anche se verboso e complicato. Utile se per una comunicazione interna. Peccato giri un po’ attorno al perché di quella storia, di quei volti, di quel coraggio. Eppure, il W Cristo Re di Gino Pistoni, nella sua sintesi, è una lezione che fa impallidire.

Inizio a preoccuparmi

Novembre 24, 2007

disegno chiesa 

“Bello. Cosa hai disegnato?”

Mia figlia, 4 anni: “Una chiesa!”

Un banco in prima fila

Ottobre 27, 2007

Altro che paura, sul Corriere è Alessandra Borghese che spiega perché si va a messa dal Papa. Da leggere, lentamente.

Vienna, la Messa vale

di Alessandra Borghese

Il Motu Proprio di Benedetto XVI ricorda che non è giusto parlare di un prima e di un dopo Concilio Vaticano II per quanto riguarda la Sacra Liturgia: il messale di San Pio V non è mai stato abolito ma rivisitato con il nuovo messale romano di Paolo VI.

Quindi discreditare l’antico rito sarebbe come tagliare le radici da cui viene quello nuovo. Esistono due possibilità di celebrare messa: l’ordinaria (rito moderno) e la straordinaria (rito antico). Anche la prima, quella che viene celebrata le domeniche e per le feste parrocchiali, può essere bellissima.  Ne abbiamo avuto un esempio lo scorso settembre a Vienna.

Benedetto XVI presiedeva la celebrazione nello storico Duomo di Santo Stefano. Il coro e l’orchestra, in stile viennese, eseguivano la Missa Cellensis di Joseph Haydn composta in onore della Madonna nel 1782.

Ogni dettaglio era curato nel particolare, dai paramenti verde acido con interni color smeraldo dei celebranti, alla mitria del Papa, sempre verde, adornata da pietre semi preziose, ai chierichetti, all’incenso. La forma esteriore non è superfluo da sbeffeggiare: è parte integrante di quel mistero che attrae a sé moltissime persone.

Da Style Magazine del Corriere della Sera, 26 ottobre 2007 .

(dal prossimo post si riprendono temi più consueti a questo blog)

Oggi festa dei Santi Crispino e Crispiniano

Ottobre 25, 2007

ERPINGHAM: È una lotta impari.
WESTMORELAND: Oh, se avessimo qui con noi almeno diecimila di quegli Inglesi che in Patria oggi se ne stanno sfaccendati!
ENRICO: Chi è mai che desidera questo? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino. Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente; e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria. In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più. Anzi, fai pure proclamare a tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di battersi oggi, se ne vada a casa: gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio. Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte. Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravviverà quest’oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano. Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: “Domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”. Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche - Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester - saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia. Ogni brav’uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi. Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!

Shakespeare, Enrico V, atto IV. scena III

Quod visum placet

Agosto 3, 2007

La regola del fundraising insegna che per le cause sociali arrivano (quando arrivano) tante piccole donazioni, per le cause culturali arrivano (quando arrivano) poche grosse donazioni.

I beni culturali ecclesiastici hanno visto grandi mecenati. Ma se dovessimo considerare solo gli interventi dei grandi mecenati, di certo non potremmo oggi godere di quella bellezza diffusa che la fede nei secoli ha costruito. L’arte cristiana testimonia il convergere di entrambe le tipologie di donazioni, le tante piccole e le poche grandi. Anche perché quando l’arte sacra è sacra, diventa difficile distinguere tra causa sociale e causa culturale.

Il rischio, oggi, è che i beni culturali passino come un settore assistito, dove si attendono i contributi pubblici, della Cei, delle fondazioni di erogazione ovvero sostegni sempre precari. Il tutto con il rischio di tagliar fuori, e quindi deresponsabilizzare, la comunità locale nella partecipazione alla creazione, alla conservazione, alla valorizzazione del patrimonio di fede e di cultura, patrimonio che la stessa comunità locale (con pochi grandi e molti piccoli donatori) per secoli ha costruito e promosso.

Limosina

Riprenderemo questi argomenti, a settembre, dopo la montagna. Anticipo solo che per raccogliere risorse appellarsi alla bellezza non basta. Bello è quod visum placet, ciò che visto piace, ma c’è chi non vede proprio. Non è facile far vedere e non è facile far gioire della bellezza.

Come mostra bene questo video che documenta un esperimento. Il musicista Joshua Bell, violinista tra i più affermati, senza annunciare nulla, come uno qualunque, ha suonato 6 pezzi con il suo stradivari in una stazione della metropolitana di Washington DC. In tre quarti d’ora, con un migliaio di passanti, ha raccolto 27 donazioni per un totale di circa 50 dollari (compresa una donazione unica di 20 dollari da una persona che lo ha riconosciuto). A qualcuno possono sembrare pure tanti. Il punto però è un altro: quella musica, se fosse stata presentata in modo diverso, se fosse stata vista in modo diverso, avrebbe raccolto molto ma molto di più, dai grandi come dai piccoli donatori.

Ulteriori informazioni sul blog di Valerio Melandri

Corpus Domini

Giugno 7, 2007

L’Eucarestia è segno e insieme presenza autentica, vivente. Rappresentarla ovvero mettere in atto dei segni può porre dei problemi. Soprattutto quando i segni assumono una forma talmente forte e invasiva da spacciarsi per presenza loro stessi, nascondendo la loro natura deittica. E’ il caso, ad esempio, della televisione.

Come rappresentare allora il Corpo del Signore? Ecco un esempio magistrale che non subisce ma valorizza il linguaggio audiovisivo, dove non si inquadra tanto l’Eucarestia, ma i volti che si girano verso l’Eucarestia. “Il mio cuore e tutta la mia carne anelano al Dio vivente” (Sal. 83,3).

Fonte: Arcidiocesi di New York.

Via pulchritudinis

Maggio 19, 2007

La bellezza di per sé non ha mai salvato nessuno.

La pecorella smarrita, impigliata nei rovi, da sola non ne sarebbe mai uscita. Ma giunse il buon pastore a salvarla.  Si caricò la pecorella sulle spalle e la condusse verso casa.

Annuncio. A casa casa non ci siamo ancora arrivati, la Gerusalemme celeste non è ancora qui: il nostro legame di cristiani, il nostro fare, il costruire, la preghiera, la liturgia, tutto nella vita del cristiano si muove nell’annuncio del “mondo che è stato salvato” e, allo stesso tempo, nell’annuncio, tramite i  segni della salvezza, del compimento,  di quando vedremo il Signore così come Egli è. Già e non ancora.

Bellezza. Ad rationem pulchri concurrit et claritas et debita proportio [44782], a definire il bello concorrono sia la luminosità sia la dovuta proporzione. Il bello nella sua integrità può concretizzarsi nella materia e mostrarsi in rapporti armonici misurabili (proportio). Allo stesso tempo è luce (claritas) che irrompe nella materia, attraversandola, irriducibile alla gabbia armonica, è profondità semantica, eccedenza che apre al mistero senza però abbandonare la materia attraversata. La bellezza rende percepibile un darsi e il darsi di un’eccedenza. Già e non ancora.

Via pulchritudinis. “La proporzione corrisponde a ciò che è proprio del Figlio, in quanto egli è l’immagine espressa del Padre”. “La luminosità corrisponde a ciò che è proprio del Figlio  in quanto egli è il Verbo, luce e splendore dell’intelligenza” [30062]. La bellezza delle chiese è come la via che conduce al Monte Tabor, non aggiunge nulla di nuovo al mistero ma trasfigura i nostri occhi affinché colgano dalla materia la Gloria. Chi vede me, vede il Padre. Già e non ancora.

La bellezza di per sé non salva proprio nessuno. Ma mostra e testimonia adesso il modo in cui l’opera di salvezza del bel Pastore si compie. Già e non ancora.