Archivio per la categoria ‘dispute’

Ens absolutum che sei nei cieli

Novembre 27, 2007

Piergiorgio Odifreddi ha intervistato Hans Küng su L’Espresso. L’intervista di per sé fila via senza dire nulla, se non per generare qualche confusione. Come questa.

Piergiorgio Odifreddi: “Io sarei già contento se la Bibbia parlasse di forze spirituali o cause sconosciute, invece di divinità antropomorfe”.

Hans Küng: “Questo evidentemente è vero, ma non è così facile. Perché è molto comprensibile che l’uomo ordinario che vuole pregare, seguendo un desiderio che si è rivelato fondamentale nella storia dell’umanità, non sappia indirizzarsi a un Ens Absolutum… difficoltà che deriva da una predicazione preilluministica del messaggio cristiano”.

Chiesa immobile

Novembre 13, 2007

Con la solita intempestività segnalo questa serie di articoli sul costruire chiese oggi.

Leonardo Servadio, Arte sacra. L’esigenza di comunicareAvvenire Agorà del 30 0tt0bre 2007

Giorgio Agnisola, Chiese più belle, la tecnica c’è. E il senso sacro?, Avvenire Agorà del 9 novembre 2007

Maria Antonietta Calabrò, Solo architetti cattolici per le chiese? “No anche un ateo interpreta il sacro”, Corriere della Sera

[la nuova versione del sito di Avvenire ha i link che non funzionano ancora, bisogna partire dalla home page] 

San Giovannino

Ottobre 22, 2007

Ancora Caravaggio, ancora prendendo spunto dallo spettacolo di Dario Fo. Il quadro questa volta è il San Giovanni Battista che si trova ai Musei Capitolini a Roma [per sentire il nobel clicca qui > Entra >  I percorsi > Lezioni di Dario Fo].

Fo come al solito mescola qualche indizio vero assieme a fantasiosi artifici che lo fanno avanzare nella confusione più gioconda. Così tra improbabili riferimenti a montoni greci, misteriose censure e sghignazzi scosciati, indica che nel quadro non c’è solo il San Giovannino ma anche un riferimento al sacrificio di Isacco. L’avrà letto da qualche parte, ma qui il problema non è ravvisare i due personaggi ma giustificare il loro stare assieme nello stesso quadro in base a un riferimento comune. Ci torneremo subito.

Caravaggio san Giovannino

Il giovane se ne sta nudo. Come una vittima pronta per l’olocausto. Infatti si intravvede la catasta di legna per il fuoco e un contesto selvatico come sul Monte Moria. E’ Isacco che viene sostituito nel sacrificio da un ariete (Gn 22, 1-18).

Il giovane non è solo Isacco, ma è anche San Giovanni giovane. Si intravvedono infatti i peli di cammello sopra il manto rosso del sacrificio. San Giovanni presenta l’ariete che prefigura Cristo; sul Giordano lo acclamerà Agnus Dei. Non mi pare tanto sguaiato nella posa, ma scomposto come può essere scomposto chi presenta colui che tutto il creato attende. A Giovanni, infatti, non è dato a sapere il sacrificio che seguirà. Anche se lo stringe allo stesso modo dei rami che impigliavano le corna dell’ariete sul monte Moria (Gn 22, 13).

Ora fin qui i due eventi li abbiamo avvicinati, ma non li abbiamo ancora spiegati. Perché Isacco e Giovanni? Perché il Battista presenta l’ariete e non l’agnello? Se fosse solo il sacrificio di Gesù a legare i due momenti, la scena dipinta da Caravaggio risulterebbe ancora indeterminata, con elementi la cui presenza risulterebbe arbitraria. Il che con Caravaggio solitamente non si dà.

Credo che il motivo che riesca a legare coerentemente i diversi significati del quadro stia in un riferimento testuale preciso, che Caravaggio probabilmente conosceva mentre Fo probabilmente non conosce. Quando Gesù va da Giovanni nel deserto per farsi battezzare, i cieli si aprono e una voce dal cielo lo chiama Figlio mio prediletto (Mc 1,11). In tutto l’Antico Testamento abbiamo solo un’altro figlio unico amato, ed è Isacco (Gn 22,2).

L’angelo, Matteo, Caravaggio e gli sfondoni

Luglio 6, 2007

Matteo Angelo Caravaggio

Si diceva allora della “mostra impossibile” del Caravaggio. Vediamo come viene presentato da Dario Fo il quadro “San Matteo e l’angelo” [per vedere e sentire il brano dello spettacolo, clicca qui > entra > i percorsi > lezioni di dario fo > clicca sul quadro].

“San Matteo - dice Fo - era nel gruppo di Gesù forse la persona più colta, sapeva di numeri, di lettura… e qui chissa perché come è venuto in mente, il racconto che fa Caravaggio, è di un uomo un po’ ritardato, un pochettino lento, un vecchio un po’ rintronato, che sta, questo è importante, con il ginocchio su uno sgabello… gesto di chi vuole ascoltare per intiero e che resta un po’ frastornato… e là c’è un’altra invenzione straordinaria, l’angelo. Notate come è dipinto questo manto dell’angelo, non è reale… è un vortice che arriva dentro con una forza incredibile dove le mani dell’angelo danno indicazione a questo testone che non vuol capire le cose, te le ripeto un’altra volta: prima non rubare, secondo falsa testimonianza, la donna degli altri, stai attento, cioè proprio con insistenza e lui frastornato che lo guarda…”

Ma dove l’ha visto lui questo tontolone? Ma stiamo guardando lo stesso quadro?

L’Angelo è entrato in scena e ha chiamato Matteo all’ascolto. L’evangelista neanche si siede per obbedire subito alla chiamata (obbedire ha la stessa radice di ascoltare), ha aperto il libro (ma il segnalibro è all’inizio delle pagine) e sta per iniziare a scrivere. Matteo, quasi un Girolamo nella sua veste rossa, guarda le mani dell’angelo: pur nella distinzione delle rispettive funzioni, del parlare e dello scrivere, le mani del santo hanno la medesima postura di quelle dell’angelo.

Per quanto riguarda l’allusione di Fo ai dieci comandamenti… non c’entrano niente (Fo è rimasto fermo alla precettistica). Nel tetramorfo, l’angelo è quello che simboleggia il vangelo di Matteo, e lo simboleggia perché inizia con la genealogia, con l’origine anche umana di Gesù. L’Angelo quindi probabilmente in questo momento iniziale sta richiamando la sequenza genealogica di Gesù.

E la storia di questo Matteo zuccone da dove salta fuori? Dario Fo avrà leggiucchiato qualcosa, ma si confonde o cerca di confondere, tirando in ballo un altro quadro di Caravaggio, sempre un Matteo e l’angelo, un’opera andata perduta durante i bombardamenti di Berlino. Qui sì appare un Matteo sempliciotto, poco decoroso con un angelo che gli guida la mano. Questo quadro fu rifiutato dalla committenza, e direi anche giustamente: i vangeli sono stati ispirati e non dettati (come invece le tradizioni ebraiche e islamiche considerano i propri testi sacri). Una distinzione fondamentale, certo molto sottile. Forse troppo per chi confonde un quadro per un’altro.

Per chi non si fosse stufato degli strafalcioni, c’è la lectio di Fo sul quadro La conversione di san Paolo commentata da un bel post di zaccheo:  emerge come il nostro premio nobel abbia studiato niente popò di meno che sulle carte di Baigent e Leigh, illustri peracottari.

Invece per chi avesse visto lo spettacolo di Fo sul Duomo di Modena, può andare sul sito del Duomo di Modena. Scoprirà che il tempio degli uomini liberi è una chiesa, con perfino statue che illustrano il vangelo e spiegano i sacramenti. Scoprirà, inaudito, che quegli uomini liberi sono autentici cristiani.

Ah dimenticavo, la storia dello sgabello di san Matteo che traballa, la vediamo un’altra volta.

Le buranate di Dario Fo

Luglio 2, 2007

Qualche sera fa, ad Anno Zero, Dario Fo rimbrottava Benedetto XVI perché ad Assisi si è permesso di ricordare che San Francesco è un uomo di fede, uno che si è convertito, un cristiano; perché ha ricordato che il santo di Assisi è un maestro della ricerca della pace e della salvaguardia della natura a partire da Cristo.

Come fa il papa, diceva Fo, a ridurre Francesco al santino del solito san Francesco?Francesco invece è stato un vero ecologista, un pacifista e soprattutto un giullare. Vien da pensare: altro che chiesetta diroccata di San Damiano, oggi Francesco farebbe l’erborista tantrico che restaura agriturismi umbri per farci corsi sull’olio di colza. Altro che regola e Innocenzo III, oggi Francesco fonderebbe un gruppo d’acquisto di pannelli solari rivendicando incentivi al ministro dell’agricoltura. Che c’entrano la conversione, Cristo e la Chiesa? Diamine, Francesco mica era un beghino, era uno che voleva salvare il mondo! 

E’ il metodo di Fo: tentare di spiegare quello che c’è di bello nella storia, nell’arte, nella realtà, togliendo di mezzo la fede. Anzi non la fede, ma la fede in Gesù Cristo.

Lo si è visto anche con lo spettacolo dedicato dal Duomo di Modena, il Tempio degli uomini liberi (dove probabilmente il genitivo è oggettivo), totalmente sconclusionato nel tentativo di leggere il monumento contrapponendo il popolo libero in cerca di riscatto e l’oppressione della chiesa, ça va sans dire, oscurantista.

Che poi, a me, il Dario Fo, reazioni pavloviane a parte, diverte anche. Quando spiega l’arte sacra, fa pure saltare i mortaretti con le gengive. Ma quando prende in mano il medioevo ne esce sempre qualcosa che ha quel gusto dei Carmina Burana musicati da Orff: cartongesso per turisti in comitiva. Quando poi si lancia nel catechismo, un sentito dire di terza quarta mano, gli strafalcioni escono a iosa, come nello spettacolo dedicato a Caravaggio.

Insomma, Dario Fo è un ottimo esempio di quello che significa tentare di spiegare la creatività dell’uomo senza fare riferimento a colui che è il logos, riducendo il tutto ad aneddoti, formalismi e superlativi, ovvero lasciando tutto inspiegato.

[segue...]

Stramilano

Giugno 12, 2007

Marco Damilano, su l’Espresso, con tono saputello ha preso matita rossa e blu ed è andato a caccia di errori nell’ultimo libro di Benedetto XVI. In realtà ha scopiazzato da un articolo che era apparso in aprile su Il Regno, anche se lui le sue corretture le ha spacciate per “segnalazioni di errori che l’Espresso ha raccolto con l’assicurazione dell’anonimato”. Che tarocco, fa finta di avere gli insider e invece ha l’abbonamento a una rivista quindicinale.

Insomma nel libro del Papa ci sarebbero errori con confusioni di nomi di montagne, vocativi al posto di nominativi, luoghi comuni bavaresi. Il fatto è che i presunti errori sono stati smontati uno a uno da Don Silvio Barbaglia, docente di scienze bibliche al seminario vescovile di Novara: si trova tutto nel blog di Magister.

Altro luogo comune veramente stucchevole dell’articolo di Damilano è quello di opporre al Papa la figura del Cardinale Martini, in questo caso facendo un copia e incolla scorretto dell’intervento che il porporato ha tenuto sul libro a Parigi. Per chi lo volesse leggere per intero lo trova qui sul sito del Corriere.

Mah. Qua, Damilano, tra toponomastica, luoghi comuni e strafalcioni, se insiste solo ancora un pochino, lo assumono al National Geographic.

[qui se ne discute, anche nei commenti]

Il pastore smarrito

Marzo 10, 2007

Facciamo finta di porci il solito dilemma: si è notati di più a esserci o a non esserci? Assumere il linguaggio dei giovani o restarsene a casa secondo tradizione?  In centro a Milano la si è risolta con il da-sein confezionato da un buon design.

pub le pecore

E’ il pub Le pecore, gestito da persone appartenenti a una delle Chiese Evangeliche in Italia, con tanto di Samba Gospel, cucina tipica brasiliana, corsi biblici afterdinner.

Interessante che collegato ci sia anche un team Officine Creative Sabaoth. Creatività dedicata al merchandising, ma è indicativo che per quanto sia (ancora) limitata nelle applicazioni, rimanga comunque in linea con 500 anni di rifiuto delle immagini: tutta virtuosismi di lettering con poche icone stilizzate come il pesce, la pecora, il cuore, la mano, il fiore, qualche motivo decorativo. Una scelta che da un lato ricalca molto similmente i modelli figurativi della tradizione islamica e dall’altro si trova a proprio agio con retaggi e suggestioni modaiole dell’op-art e dell’arte psichedelica. 

Per tornare al dilemma iniziale: comunica o non comunica? Funziona e o non funziona?Non lo so, ma quelli che di questo blog ci sono andati ancora si chiedevano:
“Le ipotesi, naturalmente, si sono sprecate per tutta la serata e oltre…
“Un pub cattolico? …ma dici che un cattolico farebbe un pub così?”
“Uhm… magari don Mazzi, sì…”
“E se fossero Testimoni di Geova?”

Metodo/2

Febbraio 10, 2007

“La Chiesa non ha ancora realmente provocato il genio contemporaneo a confrontarsi con la sua specificità, con le sue necessità di culto, di devozione, teologiche e antropologiche. Non ha mai chiesto a Peter Eisenman di progettare una chiesa che parli della Gerusalemme celeste o a Tadao Ando di studiare il problema della forma in rapporto ai dettami dell’Incarnazione. Senza una guida sicura e un vero dialogo, chiedere a Peter Eisenman o a Frank Gehry di progettare una chiesa cattolica equivale a chiedere a Jacques Deridda di scrivere un catechismo”.

Steven J. Schloeder, intervistato da Studi Cattolici, Gennaio 2007

Guide turistiche

Gennaio 27, 2007

Ecco il testo completo sulle liberalizzazioni dell’attività di Guida Turistica e Accompagnatore Turistico, tratto dal Ministero dello Sviluppo Economico:

GUIDE E ACCOMPAGNATORI TURISTICI

(decreto legge)

PER ESERCITARE QUESTA ATTIVITA’ BASTA ATTESTARE I REQUISITI PROFESSIONALI PREVISTI DALLE LEGGI REGIONALI

SALTA LA NECESSITA’ DI AUTORIZZAZIONI PREVENTIVE

SPARISCE L’OBBLIGO DI ESSERE RESIDENTI

STOP AD UN EVENTUALE TETTO NUMERICO

le attività di guida turistica e accompagnatore turistico non possono essere subordinate all’obbligo di autorizzazioni preventive, al rispetto di parametri numerici e a requisiti di residenza. Per fare la guida turistica o accompagnatore bisogna avere i requisiti professionali previsti dalle leggi regionali.

i soggetti titolari di laurea in lettere con indirizzo in storia dell’arte o in archeologia o titolo equipollente non sono tenuti a svolgere un esame abilitante per l’esercizio dell’attività di guida turistica o culturale, fermo restando il possesso dei prescritti requisiti di conoscenze linguistiche.

entro tre mesi dall’entrata in vigore della norma, le Regioni e gli Enti locali devono adeguare le disposizioni normative e regolamentari ai nuovi principi.

Saranno contenti i laureati in storia dell’arte, ed è giusto che lo siano. Niente da dire. Apporteranno sicuramente un innalzamento della qualità nell’offerta turistica. Ma c’è una cosa che mi lascia perplesso: questo decreto implica una premessa culturale estremamente selettiva. Perché è come se dicesse: lo Stato riconosce che solo un modo di approcciare, leggere e spiegare un luogo, un monumento, un museo, una chiesa, un’opera della creatività umana, è valido e meritevole di tutela, e questo modo è quello storico-artistico e archeologico.

Questo significa che l’Ultima cena di Leonardo può essere spiegata da uno storico dell’arte, ma non da un filosofo. O meglio, lo Stato non riconosce come meritevole di tutela una spiegazione apportata dal filosofo (neanche se si traveste da storico della filosofia). Una chiesa gotica può essere spiegata da un archeologo, ma non da un liturgista. A meno che il liturgista non sia anche archeologo. E’ come se avessimo un’equivalenza tra opera della creatività umana e opera d’arte collocata storicamente. Ma in questo modo è proprio la ricchezza semantica dei beni culturali ecclesiastici che rischierebbe di risultare appiattita.

Una scelta selettiva, quindi, restrittiva anche nella concezione del turismo e dei potenziali target di visitatori. Che un ingegnere possa spiegare cose interessanti quanto affascinanti sulla cupola del Brunelleschi sarà pure arduo da pensare, ma non vedo perché non prenderlo neppure in considerazione.

Le altre novità sono che le guide turistiche potranno viaggiare, non essendo più legate al solo territorio provinciale di residenza. Invece chi vuole organizzare una visita turistica in una qualche località di rilievo con un qualche professorone super esperto ma non munito di patentino dovrà comunque prevedere di avere al seguito una guida turistica patentata, e pagata per stare zitta.

Io mi perplimo che tu ti perplimi

Gennaio 5, 2007

Sandro Magister non manca mai di dare evidenza agli interventi e alle pubblicazioni di Timothy Verdon. Curioso che abbia riportato nel suo blog anche un commento di Luca Nicoletti che scrive:  “Da storico dell’arte in erba – ho 22 anni – confesso che ho qualche perplessità sull’approccio metodologico di Verdon alla storia dell’arte. Credo infatti che siano necessarie premesse diverse perchè una lettura iconologica di taglio teologico possa avere una plausibilità che, a volte, ai suoi libri manca.” Il che può pure essere, ma dire che l’approccio metodologico non va bene senza portare un minimo di spiegazione del perché non va bene non è che faccia avanzare di molto la riflessione. Rimane quindi la perplessità sulla perplessità.

Utile invece la citazione del libro di Laura Riva, Alle porte del Paradiso. Le sculture del vestibolo di sant’Ambrogio a Milano, LED Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, 2006. Sul sito è possibile scaricare un pdf con un buon numero di pagine del saggio.