Archivio per giugno 2012

Sul fondamento dell’ornamento

giugno 21, 2012

Ripartire da zero. E ripartirono: presero dei punti e li sommarono; accatastarono linee; assemblarono superfici. Ripartirono da zero, ma si fermarono alle addizioni. La palingenesi creò scatole. Le battezzarono “macchine da abitare”.

Il principio è questo: il meno è più. Ci deve essere solo ciò che serve. E ciò che serve è dritto, spigoloso, piatto. Tutto uniforme. Nessun ornamento. Bianco su bianco. Così la materia fila via come un’idea. Non ingombra più. Rarefatta diventa angelica. Spolpata diventa spirituale. Pura architettura pura.

Il risultato è questo: tutto è impilato. Tutto è lì perché porta un carico. Nulla mai riposa. Tutto è lì solo perché impiegato. Tra tutte le funzioni possibili è ammessa solo la funzione che serve. Tutto è servile. Tutto è giogo. Non c’è dono. Non c’è grazia.

Non è architettura per uomini. È architettura per telamoni.

Ψ

L’ornamento, invece, segna una differenza. Segna che qualcosa eccede. Che non tutto è servile. Che c’è dell’altro. L’ornamento segna un già e non ancora. Segna che solo una parte è legata, fissata a terra, sotto lo sforzo del peso. Segna che una parte regge e lavora e non può non reggere e lavorare, pena il crollo e la morte. Ma una parte no, una parte riposa. Una parte ha già conosciuto la libertà. Come un volto che alza lo sguardo.

La mano che orna è una mano libera. Che non deve solo cacciare o tagliare le frasche o portare il cibo alla bocca. È la mano di un uomo libero.

Solo l’uomo orna perché solo l’uomo ha una capacità creativa che lo libera dall’urgenza, dal freddo, dal cibo, dall’uccidere. Solo l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Solo l’uomo partecipa del riposo di Dio. Solo l’uomo celebra la festa.

L’ornamento, fin dal principio, riproduce elementi vegetali. Che sono segno di quel primo giardino. Di quei primi dialoghi. Di quella confidenza con Dio.

La luce del fondo scuro

giugno 12, 2012

“Spesso ho provato a suggerire ai turisti che costantemente visitano la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma, di approfittare dei momenti di minor flusso per adattare l’occhio alla penombra e provare a vedere i famosissimi dipinti di Caravaggio del ciclo di San Matteo, senza luce elettrica. La riluttanza è tanta e il disagio è spesso palesato in vibranti proteste, perché si afferma che senza luce artificiale non si possono apprezzare i dipinti, ma dopo un po’ qualcuno inizia a vedere e quindi a capire. Allora gli occhi, adattati all’ombra e finalmente sgombrati dai pregiudizi, divengono in grado di provare qualche timido approccio con una pittura che non hanno mai visto, perché sempre soffocata dalla luce artificiale. Il risultato è stupefacente ed è replicabile su ogni dipinto così concepito in altre chiese romane ed europee”.

 Rodolfo Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, 2012, p. 126

Why Beauty Matters

giugno 5, 2012

di Roger Scruton – BBC (2009)


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