Archivio per marzo 2011

Prefazione allo spirito della liturgia – 3

marzo 5, 2011

Dalla guerra dei trent’anni, il pensiero cattolico era rimasto isolato fino a subire, specie nei paesi tedeschi, un senso di inferiorità. La cultura dominante, infatti, aveva seguito l’illuminismo francese, il romanticismo naturalistico, il criticismo kantiano, l’idealismo, il cesaropapismo della Kulturkampf, il positivismo, il marxismo. Insomma, tutte le varianti del pensiero moderno accomunate dal concepire la conoscenza come rappresentazione del soggetto. Il mondo protestante, con il suo separare natura e grazia, si trovava in questo contesto con minori problemi di adattamento.

Qualcosa cambiò all’inizio del ‘900. I limiti ormai evidenti della modernità avevano portato a riprendere e approfondire il tema “perenne” del rapporto tra essere ed essenza. Dopo tanta ubriacatura del soggetto, fu necessario il ritorno all’oggetto, o meglio, a ciò che esiste indipendentemente dall’uomo che lo pensa. Un ritorno dove il cattolicesimo aveva qualcosa da dire in quanto tenace difensore della validità del conoscere inteso come unità intenzionale con l’essere. Di qui l’emergere di nomi che hanno segnato la ricerca filosofica e teologica, tra i quali ne ricordo alcuni come Przywara, Lippert, Adam, Guardini, Hildebrand. Interessante a questo proposito ricordare quanto scrisse di alcuni di essi Gramsci, nei suoi Quaderni dal carcere:

“si preoccupano di dare soddisfazione alle esigenze che erano alla base del modernismo, ma senza cadere nelle deviazioni dell’ortodossia che furono caratteristiche del modernismo, perché in questa impostazione del problema cattolico non vi è traccia di immanentismo” (Vol. II, pp. 1265, Istituto Gramsci, 1975).

Un campo importante di riflessione era costituito dalla liturgia, anche perché, nella condizione in cui versava, risultava facilmente attaccabile dal pensiero protestante o, più ampiamente, dai modernisti. Qui, il punto centrale, era non rinchiudersi nell’opposizione tra, come li definì Przywara, “cattolicesimo della reazione” e “cattolicesimo dell’adattamento” (potremmo dire “tradizionalismo” e “modernismo”, ma sarebbe più impreciso).

In effetti, sia la posizione della reazione che quella dell’adattamento,  e questa è una mia valutazione, non uscivano dalla gabbia imposta dalla modernità.

Il cattolicesimo dell’adattamento si risolveva in un generico immanentismo che comportava una spiritualizzazione della fede e una scarnificazione della liturgia. Una posizione che assumeva esplicitamente tutti i presupposti della modernità.

Il cattolicesimo della reazione, anche se lo negava, si era chiuso dentro una rappresentazione che, di fatto, risultava moderna. Svuotamento delle parole, segni inespressivi, tempi liturgici arbitrari, schematicità dell’azione, rubriche che citano rubriche, devozionismi intraliturgici: la liturgia era fatta di segni che avevano perduto riferimento alla realtà celebrata. La validità della liturgia era data dalla correttezza formale interna alla rappresentazione. Insomma, in ultima analisi, un modernismo tradizionale.

Ricordo a questo proposito un esempio. C’è un passo di Ratzinger nel libro “La festa della fede” dove parla dell’orientamento e di certe locuzioni, utilizzate perlomeno dal XIX secolo, come “celebrare alla parete”, “celebrare al tabernacolo” che facevano intendere come l’antico orientamento della celebrazione fosse divenuto ormai inespressivo. Ed è partendo da questa situazione che diventa comprensibile un certo modo di agire dopo il Concilio Vaticano II: «la trionfale vittoria del nuovo orientamento nella celebrazione va spiegata soltanto sullo sfondo di questo malinteso, che senza alcun ordine tassativo (o appunto per questo) si è imposto con un’unanimità e una sollecitudine che non sarebbero nemmeno pensabili senza la perdita del significato della prassi seguita fino allora» (pag. 132, Jaca Book, 1983).

Per ricapitolare, possiamo dire che, ad inizio ‘900, c’è il tentativo di uscire dalle pastoie contrapposte di “reazione ed adattamento”. La mia impressione è che più che lo “Lo spirito della liturgia” sia stato un altro libro di Guardini, “I santi Segni”, a destare diffusamente gli animi nell’ambito del movimento liturgico. Perché lo si trova citato ovunque tra i contemporanei non solo con entusiasmo ma con un vivo senso di scoperta. E soprattutto perché contiene un messaggio meno teorico, facilmente comprensibile e centrato proprio sul riporre una corrispondenza tra segno e realtà significata. Un libro che “ritorna all’oggetto”. Un breve trattato di tomismo liturgico, dove il segno riacquista un rapporto intenzionale con l’essere, senza la pretesa di esaurirne il significato.

Lo sbocco di questo processo fu quello di individuare e definire la “forma essenziale” della messa.

Si trattava, all’interno delle molteplici e stratificate cerimonie, di «riconoscere la forma generale e portante che in quanto tale è contemporaneamente la chiave per giungere alla sostanza dell’evento eucaristico. Questa forma generale poteva poi divenire anche la leva della riforma: a partire da qui bisognava domandarsi quali preghiere e quali gesti sono da considerare delle aggiunte secondarie che impediscono piuttosto che aprire l’accesso alla forma, quello dunque che bisognava eliminare e quello che bisognava rafforzare. Con il concetto di ‘forma’ era entrata nel dialogo teologico una categoria sconosciuta la cui dinamica riformatrice era innegabile […]. L’esplosività del procedimento diviene pienamente chiara se ci chiediamo come venne delimitato il contenuto della forma fondamentale» (J. Ratzinger, La festa della fede, p. 38, 1983).

La tesi che prevalse fu che la forma portante fosse quella del pasto, del convito, in quanto l’Ultima Cena è la celebrazione eucaristica esemplare. Tesi che troviamo affermata anche da Guardini. Tesi che se assolutizzata e resa esclusiva diventa problematica. E problematiche sono le chiese che sorgono riflettendo nella propria struttura architettonica una concezione della liturgia che ha nel pasto la propria “forma portante”.

Si iniziò, allora, una fase nella quale siamo ancora immersi.

Prefazione allo spirito della liturgia – 2

marzo 1, 2011

“Lo Spirito della Liturgia” di Romano Guardini è stato pubblicato in italiano nel 1930 dalla Morcelliana nella “Collezione ‘Fides’ a cura della Opera Pontificia per la Preservazione della Fede”. Come è emerso nel post precedente, l’urgenza di quegli anni era rispondere al protestantesimo.

Una motivazione era contingente. Nel 1929 erano stati firmati i Patti Lateranensi. E, contestualmente, nel 1930, un regio decreto riordinava i “Rapporti tra i culti acattolici e lo Stato”. Il che portò a un nuovo fermento nelle diverse chiese protestanti in quanto da “tollerate” diventavano “ammesse”, lasciando loro il libero esercizio sul territorio italiano. Cosa non da poco visto che in molti paesi nordici questo non era permesso ai cattolici.
Pio XI reagì dando nuovo impulso all’Opera per la Preservazione della Fede (fondata, nel 1902, da Leone XIII): la eresse in ‘Pontificia Opera’ e le assegnò anche il compito di provvedere di nuove chiese la città di Roma che attraversava una fase di espansione urbanistica. A capo dell’Opera ci mise il Cardinale Francesco Marchetti-Selvaggiani e tra i dirigenti troviamo anche quel padre Bevilacqua che ha scritto la prefazione al libro di Guardini.

Ora, sebbene l’Italia sia sempre stata una meta simbolica per la predicazione protestante, non ci fu mai il rischio di una “presa di Roma”. Igino Giordani, direttore di Fides, la rivista dell’”Opera Pontificia per la Preservazione della Fede”, così scriveva in un libretto del 1931:

«In tale circostanza, queste chiese [protestanti] ebbero una quantità d’operai tra le mani per dissodar la vigna. Ma fu come zappar nella roccia. Picchia e scassa, estirparono scintille e graffiarono ronchioni; ma non riuscirono a piantar un cavolfiore riformato. Fecero in compenso molto fracasso, che, sommato alle gazzarre massoniche delle Logge, le quali salvano la Patria ogni ventiquattro ore alimentando la lotta civile contro il prete, poté dare a qualche farmacista subappenninico l’illusione che in Italia il pensiero si riformasse… Qualche finanziatore d’America, paese dove vigoreggiano accanto ai business men e ai cervelli quadri anche le fondatrici di religioni e i benefattori a casaccio, si sentì svellere sensi d’emozione e giolito… Peraltro reclamisticamente l’assicurazione era bene congegnata e certo avrà pompato fior di dollari, quantunque solo nella testa occidua d’un ministro disimpegnato dìogni senso storico potesse penetrare l’idea d’una separazione del popolo italiano da Roma: come a dire del corpo dalla testa, che è un’operazione, anche metodisticamente, difficile» (Igino Giordani, I protestanti alla conquista d’Italia, Vita e Pensiero, 1931).

Igino Giordani poteva permettersi questo tono ironico e baldanzoso perché la Riforma in Italia continuava a rimanere estremamente marginale. Le diverse confessioni della riforma non agivano unitariamente, anzi continuavano a sminuzzarsi.
Quanto invece preoccupava del protestantesimo era il suo trasformarsi in agenzia religiosa della modernità, promotrice di «una religiosità sfumata… dove Cristo sta vicino a Liaotsè… adatta allo smercio degli specifici filosofici più in voga, cambiando la merce ad ogni mutar di stagione…» (Giordani, 1931). Non preoccupavano quindi gli aspetti organizzativi, ma quella tendenza del protestantesimo a trasformarsi, per via di quel “libero esame” non ben temperato nella tradizione, in soggettivismo, in arbitrio, in individualismo e, infine, nell’“indifferentismo”. Il protestantesimo preoccupava per quel rivestire con l’abito religioso la modernità. Dove il problema non è tanto l’applicazione del metodo storico-critico all’interpretazione della Sacra Scrittura, ma il suo utilizzo dentro un sistema che ha già operato un’indebita separazione tra fede e ragione, grazia e natura, giustificazione e santità, religione e morale. Il problema è la conoscenza blindata nelle maglie della rappresentazione soggettiva, è la verità ridotta a esattezza.

Nell’introduzione scritta da Mario Bendiscioli all’edizione del 1930 de “Lo spirito della liturgia” emerge bene come l’opera di Guardini costituisca una risposta viva ai limiti e alle aporie del pensiero moderno e in modo particolare quando questo ha preteso di applicarsi alla liturgia.

«In quali condizioni si trova l’uomo moderno rispetto alle cose, alla comunità, alla Chiesa? Egli non le comprende più adeguatamente: o le violenta ai fini particolari che non sono propri delle cose, o ne misconosce il valore, oppure non vi si adatta. Bisogna dunque riesaminarle da vicino queste cose, ponderatamente, con grande serietà: e questo a cominciar dalle realtà più imponenti e più facilmente fraintese. E che cosa è più grande della Chiesa e della sua liturgia e cosa è più frainteso di quest’ultima? Ecco pertanto il Guardini in “Spirito della liturgia” spiegare all’uomo moderno essenza e senso dell’opus Dei, movendo dal concetto di Chiesa quale “Corpus Christi mysticum”, con lunghe apparenti digressioni sul valore di “simbolo” delle cose, sulla distinzione di “senso” e di “scopo” con esempi tratti dalla cultura profana (si accenna perfino ad Ibsen, a Sofocle). La liturgia riesce così non semplicemente giustificata come culto comune della Chiesa in quanto unità super-personale dei credenti in Gesù, ma anche elevata a forma essenziale dell’educazione umana nell’uso delle cose, nelle relazioni cogli uomini. […]
Egli vuole ridestare il senso delle cose, come quello delle parole che debbono esprimere realtà interiori od esteriori, per il profondo rispetto che ha dell’opera divina e della dignità umana.
Usa anzi vivacissime parole per condannare “lo svuotamento della parola, schematicità dell’agire, la vanificazione del segno” soprattutto perché ciò ha contaminato le parole e le forme della Chiesa: a queste vuol soprattutto restituire il loro senso affinché lascino “vedere la realtà che dietro essa giace”. Ed è la sua formazione scolastica che gli suggerisce qui l’atteggiamento fondamentale: l’uomo nell’agire come nel parlare deve essere “wesensgerecht”, deve rispettare l’essenza propria e delle cose, adeguarsi alla medesima» (pagg. XL-XLVI, 1930).

(continua)


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