Archivio per aprile 2010

Via pulchritudinis – 8

aprile 30, 2010

Incessantemente, il logos ritrova confidenza con l’essere, riconoscendone il mistero. Un rapporto di affinità fatto di dono e custodia. Questo, in breve, quanto detto fin qui. Ovviamente, non tutti affermano questo. C’è chi invece vede il logos restare estraneo all’essere nonostante ogni tentativo di avvicinamento. In questa direzione, cruciale per i suoi ampi risvolti rimane l’opera La nascita della tragedia di Friedrich Nietzsche.

“Lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’apollineo e del dionisiaco”. L’invito del filosofo è di sacrificare nel tempio delle due divinità: Apollo, il dio delfico, e Dioniso, il dio che sconfina dalla Tracia. Ma Nietzsche ricorderà sempre ai suoi lettori che la bella fiamma sull’ara del sacrificio s’innalza dalla combustione di vesciche e cartilagini (vd. Chimica delle idee e dei sentimenti in Umano, troppo umano). In principio era la fisiologia: prima ancora del dionisiaco e dell’apollineo per Nietzsche ci sono ebbrezza e sogno. Impulsi non gestibili.

Dioniso rapisce violando il principium individuationis. In un eccesso di danza sfrenata, secrezioni orgiastiche, bulimia, il posseduto dal dio dimentica se stesso, non distingue più soggetto e oggetto, lacera il velo di separazione, infrange ogni delimitazione, diventa una cosa sola con l’uno originario, con quella morsa di tutte le contraddizioni, con quel misto primigenio di crudeltà e voluttà.
Ma se Dioniso annienta, Apollo, dio della misura, lo contrasta e lo limita. Lo lascia scorazzare, sottraendogli però le armi più devastatrici. Apollo è il dio delle forme e del sogno, dell’illusione e dell’inganno. Non meno implacabile, è potenza concentrata: quando colpisce, lo fa con la precisione dell’arco e della freccia.
Plutarco ci assicura che la sovranità è divisa tra i due dèi.

Fin qui Nietzsche e non starò ora a ripetere le pagine dove espone quella copula (“miracoloso atto metafisico della volontà ellenica”) che ha portato a produrre l’opera d’arte altrettanto dionisiaca che apollinea della tragedia attica. Mi interessa, invece, evidenziare quella sorta di percorso che, nelle pagine di Nietzsche, compie l’artista.

Fondamentale è sapere che il dionisiaco da solo non produce arte, non produce nulla di determinato. L’artista dionisiaco non è propriamente un artista, semmai è la stessa opera d’arte. L’artista dionisiaco è quello che diventa una cosa sola con l’uno originario, quel coacervo contraddittorio, senza immagine, che rimane inesplicabile, irrappresentabile perché inconcepibile. Solo quando Apollo si accosta all’artista dionisiaco e lo tocca con l’alloro, solo in questo momento, sprizzano scintille d’immagini. Con Apollo il conato primigenio di energia si libera in immagini delimitate, in illusioni riconoscibili (ad essere rigorosi, potremmo aggiungere che Dioniso stesso, pur essendoci da sempre, risulta riconoscibile, lui con tutto il suo corteo di menadi invasate, solo quando ce lo permette la mediazione di Apollo: senza questa, del suo passaggio se ne avrebbe notizia solo dalle tracce abbandonate di banchetto e di desolazione).

Nietzsche, nei suoi scritti, altro non farà che tornare e ritornare sempre su questa origine, su questa morsa, su questo uno primigenio e contraddittorio, su questo uno irrisolto come una dissonanza, e insostenibile fino a quando il velo dell’illusione di Apollo non lo benda, lo limita e lo rende perfino piacevole. A cogliere questa profondità c’è l’esperienza fisiologica, ebbrezza e sogno. Il logos, invece, ne risulta piuttosto escluso. Ma poiché è difficile procedere escludendo totalmente il logos, la scappatoia più efficace consiste nella sua riduzione a caricatura di se stesso: mascherare il logos per renderlo meschino e perciò innocuo. Nietzsche, infatti, per lasciare indisturbata la propria fisiologia, maschera il logos utilizzando la sagoma di Socrate. Fuori dalla grande tragedia, fuori dalla scena su cui si muovono ebbrezza e sogno, Nietzsche mette in scena l’osceno utilizzando il brutto, ridicolo e decadente Socrate. L’osceno è calcato dal logos che recita come se fosse nient’altro che l’intellettualismo socratico.

Con Nascita della tragedia, Nietzsche inaugura la sua opera di simulazione e fa indossare alla ragione la maschera di Socrate, ovvero quella dell’uomo teoretico che chiude il pensiero nelle serie causali, nei meccanismi, nella pretesa di correggere l’essere stesso invece di viverlo, di volerlo, di amarlo nel fato. E’ la maschera di Socrate morente che si sottrae al terrore della morte con i ragionamenti sillogistici; Socrate che scappa dallo sguardo sul tremendum inesplicabile per rintanarsi nella logica, per fare del sapere una virtù, per ridurre l’errore alla innocente ignoranza; Socrate che, contro natura, fa del sapiente un felice. Socrate il logico che porta il proprio discepolo più diligente a bruciare le poesie.

Nietzsche è il più moderno, più della tarda scolastica, più di Cartesio, più di Kant, più di tutti. Toglie al logos il mistero dell’essere per affidarlo alla fisiologia; e altri lo seguiranno affidandolo, di volta in volta, alla poesia, alla mistica, al silenzio, al nulla.

Via pulchritudinis – 7

aprile 9, 2010

Stiamo avvicinando essere e pensiero.

C’è una convenientia tra essere e pensiero. L’atto di pensiero è, già sempre  e ancora, atto d’essere. Non solo. Ciò che è, in quanto è, è intellegibile (affermazione non tanto dimostrabile, in quanto non c’è qualcosa sopra questa relazione, ma valida in modo ancora più forte e irriducibile, per via elenctica: affermare un essere inintellegibile implica comunque una certa intellegibilità).

Questa convenientia non comporta che il pensiero abbia già esaurito l’intellegibilità dell’essere. L’essere non è una nozione, un’essenza universale, un velo indeterminato che copre tutto, ma atto d’essere, principio fondativo della singolarità di ciò che è e insieme principio di comunione tra gli enti. Identità e differenza, o detto in modo meno statico, il differire del medesimo. L’essere è analogo. E da questo deriva la nostra capacità di comprensione, anche potente, ma sempre in difetto rispetto alla pienezza d’essere. 

E’ intellegibile il Crocifisso, nudo e alzato sopra le teste perché tutti lo vedano bene. E’ intellegibile il corpo di cui rimane solo il peso da staccare dalla trave. E’ persino misurabile in kili. La stessa verità di Dio è lì esposta, offerta. Pane al pane, vino al vino, carne e sangue, non c’è nascondimento dove tutto è offerto. E, allo stesso tempo, in ciò che è prossimo rimane sempre un’eccedenza. C’è dono sempre nuovo in ciò che è offerto. Come nel dialogo d’amore, come nella promessa che rimane indeducibile quanto fedele.

Via pulchritudinis – 6

aprile 7, 2010

Per quanto spezzato e rispezzato, abbiamo trovato ancora qualcosa, un avanzo indistruttibile, una perfezione d’essere. Questo qualcosa è relazione, relazione dentro un differire del medesimo. Il logos riconosce questa relazione, questo stare e questo eccedere; riconosce perfino il residuo di relazione che rimane nella repulsione dell’errore e del male. E può anche essere che solo un logos divino possa riconoscere questa relazione e questa repulsione, fino a toccarla e salvarla dalla contraddizione.

Il logos non teme le ferite, le fa vivere.  Il logos può essere un alto grido, e la fine di tutto (Mc 15, 17). Ma nel “tutto è compiuto” può esserci l’inizio; nel rantolo del morente  (Gv 19,30) può ravvivarsi il vento che ricrea tutte le cose (Gen 1,2). Dall’abbandono (Sal 21,1) può discendere la nascita di un popolo nuovo (Sal 21, 31).

Su questo avanzo irriducibile, su questa pietra scartata riposa la bellezza.

Pasqua 2010

aprile 2, 2010

 

Auguri di una Santa Pasqua di Risurrezione.


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