Archivio per novembre 2009

Via pulchritudinis- 2

novembre 26, 2009

Il serpente dunque non crea. Pensiamo a quanto è descritto nella Genesi. Il serpente si inserisce nella creazione stravolgendone il senso. In modo parassitario instilla il sospetto verso l’Origine della creazione: nel dono insinua il possesso; nel mistero consegnato ai giorni della vita fa balenare un sapere sottratto. Quanto si mostra infinito nella confidenza di un passeggiare nel giardino il serpente lo copre con la maschera di un’ermeneutica illimitata.

Il brano della Genesi ricapitola i rischi a cui è esposta la relazione con l’Origine, con l’Oltre, con Dio.

Il primo rischio è quello di rapportarsi con l’Origine come se fosse una potenza che schiaccia il cielo sull’uomo.  L’Oltre è alterità antagonista, il tremendum che annienta. E’, per farla breve, quanto annuncia il serpente di libri della casa editrice Adelphi.

Il secondo rischio è quello di esorcizzare il tremendum dell’Oltre con il niente del proprio oltre. E qui abbiamo tutte le velleità tecno-esistenzialistiche  profuse in modo particolare con l’età moderna. Ovvio notare che questa seconda modalità non è che un sussulto mal riposto, una variazione temporanea della prima: i mostri si svegliano di notte.

Se la prima opzione trova immagine nell’informe, la seconda si diletta dell’iperrealismo, fotografico o concettuale.

Ecco allora arte e religione accomunate da un rapportarsi al sacro, detto genericamente anche l’oltre, l’altro, il separato. Il sacro può affacciarsi come arbitrio, come mondo oppiaceo e orgiastico, come distruzione, come violenza, come negazione dell’umano.  Oppure, religione e arte possono  restituire al sacro l’evidenza sensibile di un’Origine che si rapporta all’umano attraverso la consegna di una alleanza. Un’Origine che non divora la storia ma le dà tempo, un tempo di redenzione dove gli uomini possono portare a compimento la propria esistenza.

Nell’annuncio cristiano tale compimento prende una forma precisa e unica e avviene nella conformazione dell’uomo alla forma cristologica.

Via pulchritudinis – 1

novembre 24, 2009

Pensate se un artista potesse creare qualcosa di totalmente falso. Qualcosa che riposa stabilmente sulla propria falsità. Quale potenza non dimostrerebbe un simile artista! Simile a un dio al di là dell’essere.

Ma questo non è dato: falso e totale non stanno assieme, e neppure falso e stabile. Tutti gli artisti, per quanto insignificanti, restituiscono un minimo residuo di vero. Non c’è da scandalizzarsi. Non ammetterlo implicherebbe che qualcosa è fuori dall’essere. E invece, fosse anche la verità di una domanda mal posta, qualcosa lì c’è sempre: un ferro storto ci parla del diritto; la miseria invoca la pienezza della misericordia. Quel qualcosa, fosse anche solo un aliquid qualsiasi, chiama altro, chiede senso. Che da sé non si dà. E ciò che chiede senso è già vero. Residuo ineludibile. Un qualsiasi aliquid è più potente di tutta la falsità, proprio perché non permette alla falsità di essere tutta.

Questo residuo di vero deve essere difeso. Nonostante i piccoli demiurghi che pretendono di renderlo nullo e si chiamano fuori, pasticciano fetecchie e propinano cose insulse.  Quel residuo è condizione di possibilità della parola, della ragione, dell’incontro e, in ultima analisi, della conversione. Senza avremmo solo salti nel buio. Non avremmo l’esperienza cristiana.

Il qualcosa, il vero, il bene, il bello, la speranza trovano il proprio bastione nel primato dell’essere sul non essere.

Pellegrini nel mondo verso la bellezza infinita

novembre 23, 2009

Riporto qui un commento di Pietro De Marco al discorso rivolto da Benedetto XVI agli artisti il 21 novembre 2009.  L’articolo è tratto dal blog Settimo Cielo di Sandro Magister.

Mi pare un buon inizio per continuare poi la riflessione.

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1. In pagine essenziali dedicate alla croce e alla nuova estetica della fede l’allora cardinale Joseph Ratzinger (”Ferito dal dardo della bellezza”, in “Il cammino verso Gesù Cristo”, 2003) rifletteva sul contrasto tra il salmo 44 (“Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo…”) e Isaia 53, 2 (“Non ha bellezza né apparenza…”), nel percorso della liturgia delle ore della settimana santa.

La manifestazione del Figlio è nella bellezza o nella iniquità? La bruttezza del volto irriconoscibile conduce alla Verità? La realtà non è forse iniqua ?

Rispondeva Ratzinger che la Rivelazione è proprio nella dialettica dei due volti.

Infatti, senza la bellezza, l’irriconoscibile uomo dei dolori non è trasceso nel Risorto. La sola iniquità della Croce, come la sola bruttezza del mondo, sarebbero dunque menzogna. Ma proseguiva: “E’ un trucco astuto della menzogna quello di presentarsi come l’unica verità, quasi che fuori e al di là di essa non ne esista alcun’altra. Soltanto l’icona del Crocifisso, in sé aperta alla resurrezione, è capace di liberarci da quest’inganno, oggi così prepotente”.

Nel discorso della Cappella Sistina agli artisti papa Benedetto ha come ripreso ed esteso quelle sue note precedenti il pontificato. L’arte scuote, ferisce “come un dardo”, fa soffrire, risveglia l’uomo “aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” e, richiamandolo al suo destino ultimo, “lo riempie di nuova speranza”.

In questo senso il papa può evocare il detto di Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare” (in “Le jour et la nuit. Cahiers, 1917-1952″, Paris, Gallimard, 1952). Solo in questo senso, sottolineo, poiché il detto suggerisce più frequentemente ai nostri contemporanei un’altra cosa: che cioè “l’arte deve scomporre e rompere la forma, mostrificare per far vedere, per evitare la distrazione dell’attenzione” (Jonathan Crary, “Suspensions of Perception: Attention, Spectacle and Modern Culture”, citato da Judit Török). Così trovo scritto in apertura di un ciclo di mostre-provocazioni di pochi anni fa, che pretendono astutamente di far danzare la ricerca della verità sul confine della pornografia, dell’autoerotismo, dei travestimenti di identità, dell’estetica del nulla.

Per Benedetto, invece, in questa pratica che si vuole “abbagliante fino allo stordimento”, priva di trascendenza, coltivata sull’onda di rivolte filosofiche esauste, questo tipo di arte “imprigiona [gli uomini] in se stessi, e li rende ancora più schiavi, privi di speranza e di gioia”. Da qui si capisce, ad esempio, il senso e il fallimento dell’installazione di Mark Wallinger nella cripta del Duomo di Milano: a partire dalla presunzione-illusione dell’artista e dei suoi committenti ecclesiastici di educare la nostra attenzione all’Incarnazione di Dio con una estetica del nulla.

2. Contro l’abitudine di tanti artisti e del loro pubblico a subire questa ideologia dell’abietto, e di certi teologi ad autenticarla evangelicamente, Benedetto XVI ripropone la “via pulchritudinis”, ossia “una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica”.

La proposta è rivolta anzitutto agli artisti, che capiscono perfettamente cosa sia “pulchritudo”, anche se la rinnegano. Il papa fa perno su “Gloria” di Hans Urs von Balthasar: “La bellezza ha preso congedo dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione”. Nell’annunciare agli artisti la ricchezza e la necessità del dialogo con la Rivelazione, troviamo dunque un invito a non avere paura. E la “paura” da superare non è quella per l’abisso della perdita, dello smarrimento, che anzi l’artista ama mettere in scena. È, al contrario, la paura della bellezza. “Non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare [...] con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita!”.

Questa realtà pellegrinante verso la bellezza è la Città di Dio, che ha convocato molto presto gli artisti a sé, e che gli artisti hanno servito ed esaltato. Ed è il rifiuto, la lotta contro la Città di Dio, a servizio di altre Città o del solo artista, che ha portato l’arte occidentale, oggi non ieri, a subire “la legge della formazione degli idoli”, secondo la formula di Hans Sedlmayr nel suo “La rivoluzione dell’arte moderna” (1955).

L’arte si è piegata a più idoli prima deificandosi e poi, consapevole della impossibile autodeificazione, perdendosi, abolendosi. Si finge onnipotente mentre celebra l’assenza di speranza, il negativo, la polvere.

Il gioco disordinante e maligno del “trickster” (studiato da Arpad Szakolczai, in “Sociology, Religion and Grace”, e da Agnes Horvath) si nega alla grazia. L’artista libero dalla bellezza è irretito da se stesso (il Gehlen di “Quadri d’epoca”). Il dis-ordine ferisce l’uomo con un dardo mortale (Christopher Alexander, Nikos Salíngaros).

Questa funzione “perturbante” dell’arte apre solo illusoriamente al sacro; lo falsifica e infine lo allontana. Gioca, sguazza nella partita anticristiana dell’umano degrado e della sua paradossale assolutizzazione. E illude l’artista.

3. Si discute in queste settimane nella Roma cattolica sulla differenza tra arte convocata al dialogo e arte guidata ad edificare il tempio cristiano e decorarne le pareti. Fasi diverse, certo, ma una sola realtà; e concordo con quanto scrive Lucetta Scaraffia su “L’Osservatore Romano” del 22 novembre. La intercomunicazione tra le arti e la Città di Dio è certamente preliminare alla urgente ricerca di una nuova e migliore arte sacra. Se le chiese hanno bisogno della visibile bellezza, è altrettanto evidente – anche se non è stato così negli ultimi anni – che l’artista non può veicolare negli spazi sacri dei surrogati del divino, degli idoli del non-senso o dei simboli di “decostruzione” umana e cosmica, ossia il brutto che si oppone alla “pulchritudo”.

Ma vi è un momento che precede, e che è più vasto delle ragioni immediate del dialogo e della collaborazione, fosse pure il grande progetto del padiglione del Vaticano alla Biennale di Venezia del 2011.

In papa Benedetto la convocazione degli artisti è anzitutto l’annuncio all’arte di una salvazione delle sue grandezze e miserie e dei suoi stessi dèmoni, nella loro ricomposizione sotto la “bellezza infinita” dell’ordine cristiano di senso.

La oggettiva presenza della Santa Sede a Venezia prenderà, quindi, significato se eviterà di confermare il rapporto tra chiesa e artisti a criterio variabile o senza criterio del passato recente, se cioè accoglierà artisti che non siano sacerdoti del trash e della cieca performance, senza trascendenza, fosse solo per sudditanza alla maniera e ai mercati artistici.

Le “contrade dell’a-significante, dell’a-soggettivo e del senza-viso” (Deleuze e Guattari) sono ancora le utopie giustificative, gli approdi promessi di molte arti. Non debbono più contare su una confusa indulgenza.

Mancare di capacità critica non è conforme all’intelletto cristiano. Al “noi abbiamo bisogno di voi” del messaggio del Concilio Vaticano II agli artisti va articolato un coraggioso, non meno vero, messaggio della Chiesa cattolica: “voi avete bisogno di noi”, di noi portatori della fedele trasmissione della Rivelazione cristiana. Una bellezza che i “tagli” di Lucio Fontana da soli, e per il solo fatto di essere spiragli, non lasceranno mai intravedere.

(Di Pietro De Marco, Firenze, 22 novembre 2009).

Seguirà rinfresco

novembre 21, 2009

Oggi, incontro con gli artisti in Cappella Sistina. Se questi vanno in giro a dire quanto dichiarato alle agenzie, stiamo freschi.

Giuseppe Tornatore: “Una carezza alla cultura in un periodo in cui riceve solo schiaffi”.

Lo scrittore iraniano Kader Abdolah con al collo una sciarpa verde: “omaggio al popolo iraniano che chiede libertà e che la sua voce venga ascoltata”.

I fratelli Taviani: “anche nelle stanze del potere temporale si dovrebbe diffondere l’importanza nella vita di tutti dell’arte”.

Massimo Ranieri spera che proprio la Chiesa possa essere “un grande mecenate per l’arte, visto che stiamo attraversando un periodo terribile”.

Samuel Maoz, Leone d’oro quest’anno a Venezia per ‘Lebanon’: “Mi pare che il Papa abbia detto un grande no all’odio e alla guerra e un grandi sì all’amore e all’arte”.

Baglioni:”chiamata a un ideale che è la ricerca sempre più attenta e appassionata della bellezza”.

Bocelli emozionatissimo “nel sentire nelle parole del Papa questa fiducia rinnovata nella nostra attività d’artisti”.

Raoul Bova “ha messo in rilievo i valori più alti del nostro mestiere, che non è solo gossip”.

Peter Greenaway: “bello l’incontro in Cappella Sistina, apoteosi del rapporto tra arte e religione”.

Castellitto: “Gli artisti sono fedeli anche se non credono, perché sono fedeli alla propria immaginazione”.

Margaret Mazzantini: “credo che l’arte in assoluto abbia a che fare con la spiritualità, chiede un senso religioso di rispetto della vita”.

Susanna Tamaro: “il messaggio del Papa è stato semplice e profondo, quindi particolarmente efficace”.

Dodi Battaglia: “uno dei punti più belli del messaggio del Papa è stato il suo invito a essere mediatori di speranza” (uno dei pochi attenti!).

Nanni Moretti: si è sottratto a ogni domanda.

Antonello Venditti parla di una “giornata memorabile”: “io mi trovavo nelle prime file e l’acustica non era delle migliori perciò ho perso le bellissime parole che ha pronunciato il Pontefice. Tutti ci guardavamo ma nessuno ha avuto il coraggio di dire che non si sentiva”.

Mi resta la curiosità di sapere cosa abbia dichiarato Arbasino.

La liturgia spiegata a un amico – 4

novembre 14, 2009

Dio è già sempre prima. O perlomeno lo è l’assoluto. E’ il primato dell’essere sul non essere. Per cui, se giri la testa, la giri perché quanto vedi è mancante e rinvia ad altro; la giri perché è chiamata dall’essere nella sua pienezza. Non è questione di desiderio o di qualche esigenza psicologica, ma di necessità di cogliere il reale in modo non contraddittorio. L’essere che si manifesta come ente è relativo ad altro, chiama altro. E questo altro che è assente e allo stesso tempo necessariamente presente ci porta a girare il collo, ci fa muovere i piedi, girare gli occhi, coniugare idee, inanellare parole. Si va oltre perché il tutto precede la parte.

Si può tentare di inseguire la completezza, accumulando. Come nello shopping (una sorta di declinazione compulsiva dell’empirismo). Oppure per sottrazione, come nel monotono roteare dei dervisci che sfinisce le parti per evocare il tutto, per arrivare al punto fermo, allo zero baricentrico che fa balenare l’unità incontraddittoria. In entrambi questi due esempi è uno sforzo: l’assoluto è cercato oltre lo stacco della propria rincorsa; è un momento di apnea. Alla lunga entrambi risultano insostenibili.

C’è anche un modo di procedere che risulta più umano, anzi che risulta umano in modo distintivo. E’ il metodo dell’esperienza unita all’ipotesi. Più semplicemente, lo si può definire anche come il metodo dello scoprire, dell’approfondire e dello spiegare, dove il mistero è svelato senza cessare di essere ancora mistero. L’assoluto si lascia percorrere ma non rinchiudere. E’ il metodo dell’unità e della differenza, dell’analogia e della trascendenza. E’ il metodo che, riconoscendo che il tutto precede la parte, si carica di tutto l’umano possibile per dirigersi verso quella pienezza, quella completezza, verso l’assoluto.

Ci sono dei passi della tradizione biblica che ricordano la necessità di questa tensione verso l’assoluto. Il primo lo troviamo nel Levitico e dice:
Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo (Le 19,2).
Questo passo poi lo si ritrova nel Vangelo di Matteo:
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48).
Qui la santità viene esplicitata come perfezione, come integrità, come completezza. E’ un richiamo a quell’orizzonte assoluto, sempre trascendente quanto necessario. Ma cosa è precisamente questa completezza? Lo spiega l’evangelista Luca che si rivolgeva a un pubblico pagano e ignaro di cosa significasse completezza nella tradizione biblica:
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro (Lc 6,36).
Nella misericordia, nel cuore grande, nell’amore è il necessario compimento dell’uomo che si rapporta all’assoluto.

Ora, questa tensione all’assoluto attraversa e costituisce l’umano: è l’orizzonte comune che fa comunicare gli uomini. E’ una tensione, ma anche una fatica. L’uomo sale la montagna, e giunto sulla cima non può che saltare per tentare di aggrapparsi al cielo. Senza riuscirci, ma stringendo a vuoto il cielo. Il cielo, l’assoluto rimane presente nell’assenza, trascendente. Ma la liturgia ci testimonia che non finisce tutto in questa tensione verso l’assoluto; in quanto azione di Dio, la liturgia mostra qualcosa di più rispetto a questo movimento. Testimonia che l’assoluto non rimane una trascendenza muta, atematica. Ci dice di Dio che va verso l’uomo.

Mi pare che si possa riscontrare questa dinamica nell’episodio del giovane ricco riportato da Marco (10,17-22). Il giovane ricco si era avvicinato a Gesù per chiedere cosa dovesse fare per avere la vita eterna, ovvero la pienezza, la completezza. Allora “Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi. ma quello rattristatosi per quelle parole se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni”. Quel giovane chiedeva regole, l’undicesimo comandamento, la parola segreta, per elevarsi nello zelo, in un ennesimo sforzo di volontà. Mentre non si accorse che la vita eterna era già lì, gli era già andata incontro. Dio lo aveva già guardato e amato. Personalmente. Ma lui non si lasciò chiamare per nome, rimase solo e per sempre “il giovane ricco”.

Adesso posso tornare indietro sull’immagine della montagna: l’uomo sale la montagna, e giunto sulla cima non può che saltare per tentare di aggrapparsi al cielo. Senza riuscirci, stringendo a vuoto il cielo. A meno che non sia il cielo ad abbassarsi, come è avvenuto tramite la croce, quella determinata croce del Golgota.

scrovegni

Giotto lo ha descritto nella Cappella degli Scrovegni, nella grande parete del Giudizio Universale. Bisogna guardare un particolare ai piedi della croce già sollevata dagli angeli. Lì si vede quel piccolo uomo che, all’ultimo momento, si aggrappa alla S. Croce per elevarsi e partecipare del cielo, della completezza, della misericordia, del tesoro in cielo.

Per un’arte sacra autenticamente cattolica

novembre 4, 2009

san Carlone 1
Ho aderito a “Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica”.

Non posso che aderire portando con me tutta l’esperienza di Del visibile, blog nato proprio dal desiderio di capire sempre più quei segni visibili testimoni della Vita che si è fatta visibile (1Gv 1,2).

Quando l’arte incrocia la fede, e in particolare la fede cattolica, non si tratta solo di memoria da salvaguardare o di pensieri da esprimere, ma di testimonianza viva. Perché è annuncio di Gesù, annuncio del Figlio di Dio che ha scelto di farsi visibile per andare incontro all’uomo. E’ testimonianza viva e gioiosa, perché segno e annuncio di salvezza nella storia. E’, in una parola, evangelizzazione: un invito a diventare testimoni della bellezza di Gesù. L’arte, infatti, affascina se creata secondo uno spirito di verità e di carità, di mistero e di bellezza. L’arte affascina se degna del fascino di Cristo.

 

Molte volte, invece, anche tra le pagine di questo blog, si è palesata la difficoltà di trovare opere contemporanee degne testimoni di questo annuncio; molte volte ci siamo imbattuti in una diffusa sudditanza culturale che ha portato ad accettare opere che invece di essere testimoni del Verbo della Vita rimangono mute e goffe di superbia.

Chi segue questo blog sa che sono su posizioni diverse rispetto ad alcune soluzioni avanzate da questo appello. Sto stretto tra i “darwinisti” così come tra i “fissisti” dell’arte. Ma non è questo il momento dei distinguo. Star qui ad aspettare coloro che sono sulle mie stesse identiche posizioni, sarebbe comodo; ma aspetterei per sempre.

Così, se mi è data l’opportunità di unirmi in una comune preoccupazione per le condizioni in cui versano tutte le arti che hanno accompagnato la divina liturgia e in una comune testimonianza di amore verso l’annuncio di vita di cui le arti devono essere segno visibile, io mi unisco nella comune speranza che

la Chiesa possa rivelarsi, anche in questa era di mondane, irrazionali e diseducative barbarie, l’unica vera, solerte e attenta promotrice e custode di un’arte nuova e davvero “originale”, ossia in grado anche oggi, come sempre è fiorita in ogni tempo pregresso, di rifiorire dall’antico, dalla sua inclita ed eterna Origine, ovvero dal senso più intimo della Bellezza che rifulge nella Verità di Cristo.

san Carlone


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