Archivio per agosto 2009

Pietra che vive – (15 architetti nel 1968) – 4

agosto 31, 2009

1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?
2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?
3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?
4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?
5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?
6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

Le sottolineature sono mie.

Arch. Giovanni Michelucci – Firenze

1 – Direi di si, perché le indicazioni date -dal Vaticano II sono molto chiare ed indicative per la costituzione dell’assemblea liturgica. Questo è sufficiente anche per l’architetto. Una volta stabilita chiaramente la funzione del culto e la sua espressione in comunità liturgica, spetta all’architetto darle lo spazio adeguato.
2 – Mi pare che due soprattutto sono le indicazioni conciliari che in un certo senso possono dirsi nuove rispetto al passato e tali perciò da originare una nuova architettura degli edifici sacri: a) l’altare maggiore che deve essere collocato in modo da apparire «segno» del Cristo; b) la partecipazione attiva dei fedeli. Questi due elementi mi sembra possano costituire le coordinate dell’architettura sacra, perché il primo rappresenta l’oggetto a cui tende l’attività umana religiosa da cui è qualificato e di cui si alimenta l’edificio sacro; il secondo precisa il senso di quella attività. L’architetto ha cosi indicato lo stato attuale della dimensione religiosa e per questo stato è chiamato a creare lo spazio.
Non potrei rispondere alla domanda: «quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti» le indicazioni conciliari, perché se si allude ai problemi architettonici, non era compito del Concilio affrontarli; se ci si riferisce ai problemi religiosi, che rimarrebbero ancora bisognosi di ulteriori determinazioni, non compete a me il dirlo. Comunque anche qui direi che il Concilio non ha inteso risolvere tutti i problemi religiosi, ma ha affrontato quelli che la vita della Chiesa ha presentato, ed altri che la vita stessa della Chiesa porrà e risolverà. All’architetto compete « capire» questi problemi e dare soluzioni architettoniche in sincronia con le soluzioni teologiche.
3 – L’architetto è interessato a qualunque costruzione.
4 – Da quelle indicate dal Concilio e che ho esposto all’inizio della risposta alla seconda domanda.
5 e 6 – Nulla vieta a che sia adoperato il marmo: si tratta di vedere se la particolare architettura lo richiede e se i mezzi lo consentono.

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Arch. Leonardo Mosso – Torino

1 – Le indicazioni conciliari, risultanti più dall’insieme che dai particolari delle norme, sono sufficienti se si prendono appunto nella loro totalità, come spirito che deve informare il luogo di culto per l’assemblea e soprattutto come messa. in risalto della centralità dell’Eucarestia, della celebrazione della parola di Dio e della partecipazione attiva, la « actuaritas» dei fedeli.
In questo senso, la norma non va intesa come un limite, ma come l’avvio di un discorso, come lo spunto di una evoluzione che ha come scopo anche l’inserimento del laicato nella vita viva della chiesa.
Questo significa anche una sorta di estensione di responsabilità dalla gerarchia alla chiesa nella sua interezza come popolo di Dio, per quanto riguarda alcuni aspetti della vita e della funzionalità dèll’assemblea stessa.
A questo proposito, si inserisce il problema della trasformazione evolutiva del luogo di culto, come concetto e quindi anche come organismo architettonico: non più inteso come legato ad una certa ipotetica e statica situazione urbanistico-sociale e religiosa, ma come centro focale di piccole e grandi comunità ecclesiali, spontaneamente formatesi ed esse stesse in continua trasformazione evolutiva, il cui unico significato funzionale sta nella natura libera di questo legame di comuunità.

Come conseguenza diretta del cristocentrismo del concilio vaticano secondo, da cui viene il senso nuovo ed antico di una opportuna «desacralizzazione-pansacralizzazione » e quindi di una quotidianità dell’ambiente per l’assemblea che suona contrapposizione al concetto di tempio che, fino a ieri doveva «impressionare », penso si debba riconoscere in queste comunità ecclesiali, o gruppi a religiosità spontanea di « parrocchia» e di quartiere, ma anche, per esempio, di scuola e di fabbrica, di isolato e di cascina, di cooperativa e di campeggio, un punto nodale della vita religiosa contemporanea e di riflesso della cosiddetta architettura sacra.

Premesso ancora che non credo abbia senso parlare di arte «sacra»: il problema della progettazione di un luogo di culto, anzi, il problema della progettazione tout court, non può più essere posto come un fatto individuale dell’architetto né come un fatto simbolistico-informativo isolato dal contesto territoriale e sociale: «una chiesa come una chiesa, una scuola come una scuola» ecc., legato cioè unicamente all’edificio ed al suo effimero programma edilizio, ma come un intervento sulla struttura della cultura del territorio e, precisamente, nel senso di una progettazione dove l’opera del progettista tenda a configurare dei sistemi impersonali e genetici della massima libertà individuale da parte dei fruitori. Dei sistemi quindi che forniscano alle comunità di ogni tipo, familiare e sociale, gli strumenti per formare esse stesse i propri luoghi di lavoro e di vita: nel nostro caso alla comunità ecclesiale gli strumenti per formare essa stessa il proprio luogo di culto.

2 – Rispetto al passato, le indicazioni conciliari non dicono molto di nuovo sul piano tecnico e, fortunatamente, non risolvono alcun problema specifico: ma esse aprono, per esempio, la strada al ritorno ad una realtà dello spazio ecclesiale che era stato snaturato già dal medioevo, con il presbiterio separatore fra il celebrante ed i fedeli, nonché, ad una realtà plastico-figurativa che, superando la sua originaria funzione di biblia pauperum, introduce il linguaggio delle più avanzate correnti di ricerca contemporanee.

In senso storico tutto ciò è da me inteso, e posto in atto nel mio operare, come rifiuto sia del figurativismo che del gestualismo, che di ogni espressionismo anche astrattistico, a favore di una viva e diretta rispondenza con il pensiero e con gli strumenti «estetici» attuali di tecnica- formazione-informazione.

Nelle indicazioni conciliari relative al campo architettonico e plastico-figurativo, non a caso parallele alla caduta della lingua «sacra », io voglio leggere il rispettto della chiesa per la cultura contemporanea anche sul piano estetico-formativo nel significato non solo di accettazione e di comprensione, ma anche di partecipazione attiva alla spiritualità del nostro tempo nelle sue più diverse manifestazioni e nel suo significato profondamente esistenziale.

3 – Certamente, perché, come ho accennato poc’anzi, ogni problema di architettura è per me un problema fondamentale di ricerca.

4 – In gran parte da quelle appunto espresse nelle risposte alla prima ed alla seconda domanda.

5 – Senza dubbio, al pari di qualsiasi altro materiale da costruzione.

6 – Per tutte quelle maniere d’uso che trovino la loro verità esistenziale in un fatto di cultura e di civiltà contemporanea.

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Ing. Arch. Pier Luigi Nervi – Roma

Il problema «chiesa» era ed è rimasto per me uno dei più difficili dell’architettura e non vedo come possa essere condizionato o reso meno arduo dall’impiego più o meno esteso di uno qualsiasi dei tanti materiali strutturali o decorativi di cui disponiamo.

Senza dubbio i marmi sono e resteranno sempre in prima linea per nobiltà e bellezza, ma non mi sento di definirne in modo generale, né i tipi, né le lavorazioni.

Pietra che vive (15 architetti nel 1968) – 3

agosto 29, 2009

1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?
2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?
3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?
4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?
5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?
6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

Le sottolineature sono mie.

Arch. Fausto Bontempi – Salò

Sono convinto che la normativa non ci assicura un operare positivo, costruttivo, ma al massimo un certo ordine, un ambito sopportabile entro cui operare con libertà.
Le indicazioni conciliari saranno di utilità e stimolo solo a quegli architetti che avvertendo le aspettative anche inconscie delle attuali comunità, le facciano proprie e le sappiano tramutare in spazi sacri corali e singolari.
Le indicazioni conciliari ridanno all’artista la libertà operativa. La rovinosa decadenza dell’ultimo secolo, che ci aveva portato all’erezione di sale false e vuote in cui l’uomo si sentiva in un rapporto che non gli era naturale, è frenata da queste innovazioni.
All’uomo è ridata fiducia. È ritornato ad essere considerato nella sua singolarità e nelle sue aspirazioni comunitarie. Ripeto che non è compito solo di una norma risolvere i problemi, ma spetta alla sensibilità dell’artista recepirli e darne una soluzione che soddisfi le aspettative ed i bisogni di «quella specifica» comunità.
Mi interessano gli spazi in cui vive, si muove ed agisce una comunità. In particolare gli spazi in cui si verifichino particolari tensioni: i moti dell’anima. Il ritrovarsi con la propria esistenza con quella dei vicini amici e sconosciuti (ma, in questi spazi singolari, non più tali ).
La comunità degli uomini qui solo libera la propria anima; ed ogni cavità, piega, segno, li fa propri.
Sono il popolo di Dio …
L’uomo accanto all’uomo; l’uomo dentro l’uomo.
Solo qui, in questo spazio singolare il marmo può essere una appropriata materia che, opportunamente usata, può entrare e comporre lo spazio sacro ed essere struttura comprimaria.
Occorre reinventare il linguaggio.
Nello spazio che noi proponiamo il tradizionale uso del marmo non ha più senso.
Poiché è un discorso di linguistica generale; di nuovi contenuti; di nuovi rapporti tra elementi singolari del linguaggio, per cui è errato condizionare l’uso di una materia a specifiche funzioni o destinazioni di struttura; ma vitale è capirne lo spirito, la struttura logica ed i rapporti tra questo elemento e l’ideologia generale affinché la singolarità della materia, logicamente realizzata generi relazioni, tensioni: viva.

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Arch. Giulio Brunetta – Padova

1 – Le istruzioni conciliari, nelle poche pagine volutamente tenute su un tono generale destinate alla costruzione delle chiese, che devono essere atte «a consentire la celebrazione delle azioni sacre secondo la loro vera natura e ad ottenere la partecipazione attiva dei fedeli », non condizionano, fortunatamente, in alcun modo la libera interpretazione in chiave architettonica di esse da parte del progettista, e se una valutazione sarà da fare sulla loro «interpretazione », questa va quindi fatta soprattutto in ordine al gusto, alla misura e alla pertinenza con la quale è stato tradotto in forma architettonica un assunto quasi esclusivamente spirituale: dico quasi, in quanto poche altre indicazioni assegnano particolari collocazioni o significati ad alcune parti della chiesa.
Giudico perciò le indicazioni sufficienti.

2 – Però le nuove istruzioni, a voler bene intenderle, rappresentano effettivamente una, (cauta), rivoluzione nei riguardi delle precedenti disposizioni, interpretazioni e giudizi, ancorati a stratificazioni puramente formalistiche, vecchie di secoli, e superate da lungo tempo; il discorso però non potrebbe qui andare disgiunto da quello su tutta la riforma liturgica, e se  problemi sono ancora da risolvere sono in questa.

A me pare, dico pare, che le nuove norme, e liturgiche in generale, e di progettazione in particolare, portino ad abbandonare il concetto delle chiese « monumento », per celebrazioni in onore di Dio, per la chiesa « casa », dove gli uomini possano incontrarsi con un Dio fatto uomo: in poche parole per un edificio che piuttosto ispiri, nel raccoglimento, l’amore a Dio, anziché esaltarne la gloria, anche se i due fatti, in sostanza, finiscano per coincidere.

3 – Il progetto di una chiesa ha sempre costituito per me più un impegno di scoprire una «idea» di fondo, ispiratrice di tutto il progetto, che una ricerca esteriore o formale: e penso alla «chiesa che apre le braccia» della Guizza; alla « chiesa chioccia» della Casa della Provvidenza di S. Antonio; al «cerchio e la parabola», e al «cerchio e l’ellisse» di Abano Terme, e ora a una «chiesa grande casa» che sto portando avanti.
Per questo progettare una chiesa ogni quattro o cinque anni è più che sufficiente per qualsiasi architetto.

4 – Ho già detto sopra: la chiesa concepita come una «grande casa», per tanta gente, non «fruitrice», (Dio ne liberi), ma partecipe di un sacro avvenimento.

5 e 6 – Il marmo è un materiale naturale e «pulito»: ha quindi ancora tutte le caratteristiche necessarie per poter partecipare di diritto alla realizzazione di un edificio nel quale ogni particolare deve essere oramai improntato alla massima semplicità, sobrietà e onestà applicative; in più sottintende, aggiungerei, la continuità nel tempo.
Ad eccezione di alcuni elementi cui si debba dare particolare risalto: il Tabernacolo, l’Altare, il Fonte battesimale, che possono giustificare utilizzazioni comunque « pregiate », per tutto il resto, e può anche essere tanto, penso quindi che l’impiego del marmo vada fatto evitando il più possibile materiali o lavorazioni di «effetto».

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Arch. Giorgio Garau – Verona

Il problema di costruire chiese oggi in Italia direi è giunto a un punto critico. Ci sono naturalmente quelli che di chiese ne progettano e costruiscono senza troppi problemi tanto lunga e alta, tonda o a stella la chiesa va sempre bene. E anche le indicazioni conciliari sono facilmente assorbibili: basta far attenzione a certe localizzazioni logistiche; per il resto si fa come si vuole. Per altri invece il problema è giunto a un punto critico.

Prima del Concilio il problema di questi «altri» era quello di soppiantare il monumentalismo della chiesa, l’enfatizzazione del rapporto uomo-Dio, di dare al popolo il senso della concelebrazione. Prima del Concilio esistevano già chiese con l’altare rivolto al popolo, in mezzo al popolo. Ora col Concilio tutto questo è stato sancito, è divenuto prassi comune. Pertanto il nostro problema si è spostato una volta acquisita la prima meta.

Si tratta di dare alla chiesa dei nostri tempi una fisionomia, uno spazio, un linguaggio nostro, maturo, comprensibile, esprimente un’idea nostra: genuina interpretazione del sacro. Ma nella crisi del sacro in cui stiamo tutti più o meno vivendo, in cui il rapporto del singolo col trascendente è sempre meno sentito, mentre lo è sempre più quello dei singoli fra di loro, che senso hanno le chiese? Spazi in cui finora gli individui, minimizzati i rapporti fra loro, vengono suggestionati dalla forma stessa ad un individualistico rapporto con la trascendenza.

Già si è verificato recentemente che taluno fra i fedeli abbia interrotto con qualche domanda la predica del sacerdote durante la messa. Fatto inaudito? o segno dei tempi? Tempi in cui è il dialogo e la chiarificazione comunitaria che andiamo cercando.

Allora come faremo le chiese se non ne abbiamo chiari i significati, i contenuti, la funzione sociale? Luoghi di ascesi? Luoghi di dialogo? Luoghi di pura celebrazione liturgica? È stato giustamente osservato che per ben 300 anni di cristianesimo (fino a Costantino) non c’è stato nessun bisogno di luoghi appositamente confezionati per la liturgia.

La chiesa futura sarà una «casa» con una sala liturgica? O sarà un «centro spirituale e culturale» in cui spazio preminente sarà dato allo studio, alla cultura, all’approfondimento comunitario dei problemi?

Del resto la stessa rigida struttura parrocchiale fortemente ancorata a un territorio divenuto così quantitativamente irrilevante di fronte alle comunicazioni e agli spostamenti degli uomini, che rispondenza ha con le esigenze della società? Sono problemi che ci stiamo ponendo e vorremmo, sia pure embrionalmente, avviare a soluzione prima di fare altre chiese, per non farle vecchie e sbagliate.

A questo punto fermerei il discorso in quanto penso si sia già capito che il problema mio e di quelli che la pensano a questo modo, non è tanto con quali criteri progettare la chiesa, con quali materiali, ecc., ma è la messa in discussione della chiesa stessa per scoprirne i contenuti essenziali e i significati che noi società di oggi cerchiamo e le diamo.

Mi pare quindi di non poter dare una risposta alla domanda se l’uso del marmo può essere valido in un luogo di cllto e come e perché. Può essere valido né più né meno di come lo può essere in qualsiasi altra architettura. C’è da dire comunque una cosa importante: che l’uso finora fatto del marmo nelle chiese è quanto di più lontano ci sia dallo spirito del Concilio. È avvilente osservarlo nelle chiese dei nuovi quartieri. In quelli ricchi il marmo è sprecato in tutti i colori e in tutte le forme: pavimenti, pareti, altari, statue … chi più ha soldi più ne mette, è l’ostentazione tangibile della ricchezza dei fedeli della parrocchia. Nei quartieri poveri le chiese son lasciate nude, al rustico, brutte, non finite, in attesa del «marmo» che per il momento non possono pagarsi, ma c’è la speranza un domani di averlo.

Lo spirito del Concilio è che la Chiesa sia povera e quindi che non ci siano le chiese dei ricchi e le chiese dei poveri, ma solo le chiese povere. Il che, contrariamente a quanto pensano le persone/bene, non vuol dire far chiese brutte, scalcinate, ma farle genuinamente belle. È un grosso equivoco borghese considerare bello ciò che è ricco e costoso, e brutto ciò che è povero e costa poco.

Può essere il marmo un materiale povero? Forse si, purché la tecnologia e soprattutto i suoi produttori glielo consentano.

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Arch. Glauco Gresleri – Bologna

1 – Sarebbe errato riguardare la letteratura ufficiale conciliare come la regola dalla quale possa scaturire meccanicamente la soluzione architettonica del problema. La progettazione, per attingere a risultati di poesia come è tanto necessario in materia di culto, deve risolvere propri problemi di sintesi organizzativa ed espressiva ai quali ben poco possono aiutare i termini grammaticali o anche di concetto delle «leggi». È da ricordare come tali norme conciliari non siano in effetto altro che un riconoscimento ufficiale di quante esperienze e ricerche di rivitalizzazione in tutto il mondo da decenni erano condotte dalle «base».

2 – Tendono anzitutto a ridare dignità e coscienza alla assemblea in quanto partecipe e parte insostituibile della stessa azione sacrificale. È in questa visione generale che vanno collocati i vari criteri collaterali dell’altare verso il popolo, della lingua italiana, della disposizione serrata attorno all’area presbiterale ecc. Le indicazioni conciliari aiutano a ricostruire una semanticità ai contenuti liturgici attraverso una riqualificata gererchia di valori e di significati, ma certamente lasciano ancora insoluta, o meglio aperta, la soluzione totale architettonica, ma ancor prima espressiva della «nuova chiesa ».

3 – L’architetto è per vocazione costruttore e quindi la domanda indulge ad una risposta facile. Ma il discorso è invece molto difficile, al punto forse da rischiare di essere frainteso. Il mondo cammina tanto in fretta che al momento attuale l’organizzazione pastorale di tipo tradizionale sembra non più in grado di risolvere la massa di problemi tipici della grande città industriale. E quindi anche la chiesa, sempre intesa nel senso tradizionale che tale organizzazione pastorale presuppone, sembra rischiare di non poter più essere termine di colloquio se la stessa struttura pastorale non troverà adeguate alternative. Lo stesso reinserimento diaconale vedrà forse dilatarsi in una azione dinamica mentre le strutture « fisse» tenderanno a diminuire di numero per meglio caratterizzarsi come basi di tale azione a lunga gittata portata dai diaconi.

4 – Con le premesse di cui sopra questa domanda sembra forzare un po’ troppo la risposta. Comunque mi sembra che alcuni criteri debbano assolutamente dichiararsi prioritari e debbano oggettivamente e realmente essere messi in atto:

a) non indulgere alla concorrenza con strutture che sono e debbono restare della città, quali scuole, cinema, campo sportivo ecc. che troppo spesso sono ritenuti fondamentali complementi alla chiesa, e che, pur assorbendo ingenti sacrifici finanziari, non arrivano quasi mai ai livelli di qualità e di efficienza delle analoghe strutture civiche.

b) operando il più possibile la sfrangiatura dell’oggetto architettonico nel tessuto cittadino non solo sul piano formale, ma soprattutto nella disponibilità ricettiva, perché sia il meno possibile recinto dei buoni e il più possibile spazio di tutti.

c) semplicità costruttiva, basso costo, materiali poveri ma questo tutto vivificato da una altissima qualificazione spaziale capace di riverberare di giusta ricchezza il tutto architettonico.

d) intendendo questo luogo come il prolungamento della casa più umile e più povera, vorrei dire del mondo intero; ma fermiamoci pure al confine parrocchiale … perché almeno questo spazio vi sia per il più umile che egli possa varcare senza crisi e senza maledizioni…

5 – Nessun materiale è inibito ad un certo uso costruttivo e ad una certa adozione di servizio. Il marmo come il legno, il ferro come la materia plastica, il vetro come la tela possono essere i vettori di qualificazione spaziale e di formulazione fisica di un certo spazio creato dall’uomo. Ma non credo che questo diritto possa essere un privilegio di casta o di nascita … È da dirsi anzi che come le nuove tecnologie del ferro e del legno hanno conferito a questi materiali una migliore qualità di interpretazione della spiritualità moderna (vedi ad esempio per il legno le tecniche del ballon-fram o della composizione con elementi leggeri assemblati in sistemi spaziali leggeri con collanti e piccole chiodature) così il marmo attende ancora forrse una nuova tecnologia che ne proietti le possibilità espressive nella nuova visione costruttiva.

6 – Parte di questa risposta è contenuta in quanto detto subito sopra. L’intuizione dell’operatore architettonico potrà adoperarlo per una maniglia come per un sedile, per il tabernacolo come per un lampadario. Sarà solo importante che l’uso sia conseguente alle caratteristiche del materiale sì, ma anche che in tale adozione sia interpretato e capito l’atteggiamento spirituale che, anche se sul piano dell’inconscio, ogni uomo assume entrando in rapporto con ogni fisicità con cui viene in contatto e che, per istinto, è portato a giudicare se «vera» o «falsa ».

Pietra che vive (15 architetti nel 1968) – 2

agosto 27, 2009

1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?
2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?
3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?
4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?
5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?
6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

Le sottolineature sono mie.

Arch. Melchiorre Bega – Milano

1 – Ritengo che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di nuove Chiese.

2 – L’indicazione nuova maggiore è la celebrazione della S. Messa verso i fedeli e quindi con la Mensa al centro dell’Altare con la partecipazione dell’ Assemblea. Già 3-4 anni fa quando iniziai la progettazione della Chiesa di S. Giovanni Battista a Casalecchio di Reno, Bologna, io avevo proposto al Cardinale Lercaro questa sistemazione e il Cardinale andò a Roma per chiedere il permesso per questa innovazione che il Vaticano concesse. La mia Chiesa era già in corso di esecuzione quando giunsero le indicazioni conciliari.

3 – Ho già accettato di costruire un’altra Chiesa a Monte Donato ed una terza Chiesa a Reggio Emilia giacché questo tema mi appassiona, ma ritengo non si possa concepire più di due o tre Chiese.

4 – Si troverà, nella mia relazione, da quale spirito di profonda umiltà, osservazione e riflessione occorre disporsi alla progettazione tutta particolare per una Chiesa. « … La progettazione della chiesa parrocchiale di Casalecchio di Reno mi ha convinto della necessità di propormi il problema che qualunque progetto presenta, in termini architettonici dipendenti da considerazioni di fondo, cioè dalle particolarità liturgiche tradotte, per così dire, in architettura moderna, superando i suggerimenti e addirittura le tentazioni di gusto più ancora che di tecnicismo, dipendenti dal tema e dal modo di trattarlo, ora in uso in ogni parte dell’orbe cattolico.
Prego di voler consentire la presente impostazione, alquanto personalistica. Ma è acquisito che l’arte in ogni caso non prescinde dalla personalità; è personalità. Avendo compiuto nella mia ormai lunga carriera di costruttore opere di ogni genere, dalle più modeste alle più impegnative, confesso che la costruzione di una chiesa, mai capitatami, mi ha sempre attirato e convinto a osservazioni e riflessioni non superficiali.
L’occasione frequente di viaggi in varie parti del mondo, l’esame degli esemplari moderni più celebrati, la letteratura critica ed esegetica e la stessa storia della giovanissima architettura sacra desunte dalle documentazioni, per esempio, delle maggiori riviste specializzate, aveva già contribuito a sedimentare nel mio intimo alcuni principi che mi ripromettevo di sperimentare.
L’incarico per la chiesa di Casalecchio di Reno ha inoltre il conforto inestimabile della dottrina liturgico-architetturale del Pastore della Diocesi bolognese. Nella presente relazione intendo appunto illustrare il procedimento che, tanto naturalmente e lietamente per me, mi porta ad una particolare attuazione. Accettando la dottrina liturgica e le sue precise prescrizioni dello spazio interno, la chiesa da me progettata si impernia per così dire – sul concetto «Chiesa Casa-di-Dio» e sull’assoluta preminenza dell’Altare col Celebrante nel centro di un’area a fuoco centrale, di fronte a un’assemblea di fedeli equi partita in navate convergenti, mentre la quarta (o quarto braccio di una croce greca) si allarga in coro congiungendo il presbiterio alla sacrestia. La conformazione a raggera favorisce in modo assoluto la visibilità delle funzioni e quindi la partecipazione del popolo all’azione sacra.
La positura del Celebrante è conforme ad antiche consuetudini e a quella che mi sembra una funzionale necessità liturgica: cioè la visibilità del Sacerdote da parte dei fedeli e la completa percezione di ogni suo atto in ogni più riposto dei suoi significati mistici.
Il Celebrante dunque è volto « versus populum »; le sue spalle sono verso il coro; i fedeli lo vedono di fronte-profilo a seconda dei movimenti rituali. Non uno dei suoi gesti può sfuggire o essere modificato a causa del punto di vista.
Inoltre il Tabernacolo eucaristico assume una collocazione particolarmente significativa e maestosa, non sulla Mensa, facilmente e nobilmente raggiungibile, evitando oltretutto al celebrante quei movimenti, invero non facili, nei quali deve sporgersi e tendersi attraverso l’Altare. Tutta la mia vita e la mia opera sono fatte di lavoro e di rispetto religioso.
La mia più grande emozione in questo momento è di sentirmi chiamato a un compito tanto bello e desiderato. Sono certo della umiltà del mio animo sia come uomo che come artista. Non penso affatto di essere qualcuno che ospita il suo Signore, con una tal quale riconoscenza ma un artefice che umilmente si onora di servire il Signore lasciando Lui Padrone e Protagonista.
Quindi «la mia chiesa» nasce da quanto ho detto e progettato, in ogni sua parte. L’arca esterna si vale del giardino esistente a Casalecchio di Reno e anzi lo «incamera» per così dire, come spazio di rispetto, col suo verde; si vale dello sfondo collinoso nonché dell’alto argine del Reno che, troncando lo spazio utile, impedirà ogni pericolosa vicinanza di altre costruzioni.
L’Edificio ha nel prospetto principale il Battistero con accanto l’immagine del titolare della Parrocchia, San Giovanni Battista. Concludendo questo gruppo di fatti fondamentali che condizionano l’architettura della chiesa di Casalecchio, il mio obiettivo è quello di dare il massimo sviluppo ai motivi per cui si fonda una nuova Parrocchia; cioè fare che Dio sia fra il popolo in ogni momento, e aiutare a farlo con un’architettura che non separi ma unisca, e in ogni caso dia prova della massima discrezione».

5 – Ritengo che l’uso del marmo, dove la spesa lo consenta, sia sempre valido pel pavimento e in modo particolare pel Presbiterio.

Arch. Bruno Bianchi – Lecco

1 – Penso di sì, soprattutto se si tiene conto che non erano delle nuove indicazioni di dettaglio che ci si aspettava, quanto un aiuto a”capire il senso dell’incontro liturgico.

2 – Le indicazioni conciliari sottolineano soprattutto (fin nel titolo: vedi il cap. V delle « Istruzioni») la necessità di facilitare una partecipazione più attiva dei fedeli: la progettazione del luogo di culto e del presbiterio in particolare, deve partire, non tanto in vista dell’altare come fuoco prospettico-monumentale, quanto in vista del celebrante e dei ministri, cioè delle persone e del loro rapporto con i fedeli. Non sono contenute nei brevi capitoli dedicati al luogo di culto, tutte le conclusioni cui ormai è giunto il lavoro di elaborazione e di rinnovamento della liturgia. Questo lavoro è tutt’ora in atto e quindi sarebbe ingenuo aspettarsi dalle norme conciliari una conclusione di tutto questo e soprattutto una definizione meccanica di come si dovrebbe costruire il luogo di culto e le sue componenti.

3 – Lo farei e con tanto più interesse quanto più penso che potrebbe risultare il luogo di un «incontro» quanto mai necessario nella città che sembra andare isolando gli uomini sempre di più, nonostante la sempre maggiore disponibilità di mezzi di comunicazione.

4 – Da quelle che ho accennato nella risposta precedente, oltre a quelle accennate alla risposta 2.

5 e 6 – Non vi è ragione di pensare che un qualsiasi materiale, e quindi anche il marmo, non possa essere valido per la costruzione di un luogo di culto: necessariamente sarà diverso il modo di impiego di questo materiale, rispetto ai modi di impiego di altre epoche: la tecnologia propone nuove possibilità e, d’altro lato, lo sforzo di conoscere sempre di più le nuove possibilità tecnologiche, suggerisce soluzioni e tipi di lavorazione certamente nuovi.

Pietra che vive (secondo 15 architetti nel 1968)

agosto 25, 2009

Continuiamo tornando al volume Pietra che vive.

Questo testo presenta un’appendice piuttosto singolare in quanto contiene le risposte di quindici architetti a sei domande concernenti architettura e nuove indicazioni conciliari. Uno alla volta pubblicheremo i vari interventi, secondo me interessanti. Interessanti perché fanno emergere come il nuovo, e Cristo è sempre nuovo da annunciare, sia stato addomesticato da categorie culturali allora dominanti. Insomma fa emergere come una certa foga innovatrice sia nata come espressione di una sudditanza culturale dei cattolici. Fa emergere come si possa essere ghermiti da una cultura invece di esserne il lievito.

Ecco le domande e le prime due risposte. Le sottolineature sono mie.

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1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?

2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?

3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?

4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?

5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?

6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

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Arch. Eugenio Abruzzini – Roma

1 e 2 – Sì, perché non essendo imperative permettono una maturazione dei problemi in sede teorica e ancor più lasciano la strada aperta a tutte quelle soluzioni che possono nascere dal colloquio tra i vari componenti il Popolo di Dio e possono pertanto far maturare le espressioni più idonee alle effettive esigenze di ogni comunità.

3 – L’interesse per la costruzione dei luoghi per il culto è nato in me più che dalla ricerca di una occasione professionale per un edificio prestigioso, dalla convinzione che la costruzione delle case per la comunità del Popolo di Dio rappresenta oggi, se storicamente interpretata, l’occasione per ricercare la possibilità di costituire le comunità ecclesiali che l’urbanesimo ha distrutto e in ciò riconosco il contributo specifico di un architetto cattolico. Naturalmente sarà inutile vagheggiare il tipo di comunità di estrazione contadina che ci ha preceduto, ma, indipendentemente dai valori propri della città e quindi dei rapporti di tipo più aperto che si stabiliscono tra i cittadini della metropoli, l’esistenza della comunità che si costituisce per ragioni cultuali è essenziale come occasione per ritrovare se stessi nell’incontro con l’altro e quindi con Dio.

4 – Dalla necessità di fornire un servizio di carattere altamente sociale, dimensionato ed appropriato alla vita di una comunità locale, relazionato sia all’interno che all’esterno con la vita urbanistica della città e nello stesso tempo segno stimolatore di una verità in cui tutti gli uomini possono o potrebbero riconoscersi.

5 e 6 – Più che trovare la nuova espressione del tempio, simbolo cosmico, di validità assoluta, perenne, la ricerca attuale è orientata verso la «tenda », costruzione mobile per definizione che assolve pienamente in un certo tempo la funzione attribuitagli. Ciò non esclude la possibilità dell’impiego dei materiali nobili e durevoli come il marmo ma non ne riserva in modo specifico l’uso a questo tipo di edificio, differenziandolo per ricerca tecnologica ed espressiva dagli altri edifici che l’uomo si costruisce.

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Arch. Franco Antonelli – Foligno

1 – È indubbio che il Concilio, col contributo coraggioso di Teologi e Liturgistici (sic) d’avanguardia, ha dato le più ampie indicazioni per una nuova progettazione degli spazi destinati al culto. Dette indicazioni sono a mio avviso sufficienti nel senso che assolvono il compito di determinare una nuova visualizzazione dei problemi liturgici e quindi architettonici, lasciando aperte, alla sensibilità di tutti, le esperienze più pregnanti e profonde.

2 – Dicono inequivocabilmente che l’azione liturgica è possesso completo di tutti i partecipanti, siano essi i celebranti o i fedeli. E che tra essi non ci sono più barriere o fratture sia psicologiche che fisiche (cioè architettoniche).
Dicono che la vera «chiesa» è il popolo di Dio, e l’edificio religioso deve essere ambiente degno ed adatto ad accogliere questo popolo perché possa parlare e approfondire la conoscenza di Dio.
Il confronto col passato fa risaltare differenze lampanti.
In un rapporto di sudditanza o quanto meno di collaborazione timorosa e limitata, erano logiche le navate enormi atte a contenere un gran numero di fedeli, ed i presbiteri relativamente piccoli pronti ad accogliere solo i ministri del culto. Erano logici i pulpiti da cui si «calava» sull’assemblea, posta in posizione passiva, la parola di Dio, e le barriere separatrici delle balaustre, gli spazi indeterminati e vertiginosi delle cupole, e i trionfi barocchi. Ora invece, riscoperto il valore della parola e del canto, precisata la necessità di una azione liturgica condotta assieme per arrivare assieme ad una sempre più approfondita conoscenza di Dio; visto il sacerdote come presidente di un’assemblea, e che, come tale, ha un senso con l’assemblea e nell’assemblea stessa; arrivati alla concelebrazione; visto l’altare più come mensa che come luogo di sacrificio, lo spazio ecclesiale si dimensiona in scala umana vivificato e caratterizzato da una nuova organizzazione distributiva degli elementi necessari all’azione liturgica (altare, coro, fonte battesimale ecc.).
Si determina cosi in termini dimensionali una diminuzione del rapporto finora esistente tra aula assembleare e presbiterio.
E questo fatto rispetto agli schemi architettonici del passato è il primo radicale risultato di trasformazione.

3 – Ho progettato e realizzato alcune chiese, ho partecipato ai concorsi nazionali di Ascoli nel ’66, di Cattolica nel ’67, dimostrando chiaramente il mio interesse per il tema.
Il perché di questo interesse sta nella gioia di aver trovato finalmente rivitalizzato, per opera di nuovi contenuti, un tema che nello scorcio di questi ultimi anni aveva perso negli uomini di cultura ogni interesse, perché mancava di motivi e contenuti validi sul piano umano.
Per questa mancanza i progetti di chiese di questi ultimi anni, salvo rarissime, significanti eccezioni, hanno prodotto risultati ricalcanti stancamente schemi architettonici passati, a noi estranei, o soluzioni ancorate a formalismi personali, nel tentativo, culturalmente assurdo, di raggiungere «effetti» ed «ambienti» di tipo extra umano.
Infine, privo di veri contenuti, il tema dell’architettura religiosa è stato fino ad ora banco di prova di numerosissimi esperimenti strutturali, sempre nella ricerca pura e semplice di un’architettura originale condotta per mezzo di originali concezioni strutturali, con conseguenti risultati di tipo monumentale, da civiltà delle macchine, nel migliore dei casi oggetto di stupefatta meraviglia.

4 – Dalla riconquistata posizione, dovuta al Concilio, di un rapporto umano tra l’assemblea e il sacerdote, che solo nella loro unità e con la loro presenza costituiscono la chiesa di Dio, raccolta in uno spazio degno per parlare delle cose di Dio.

5 – Certamente.

6 – La scelta di un materiale in architettura non è mai aprioristica, ma segue naturalmente il pensiero dell’architetto che intende raggiungere certi risultati.
Il risultato finale cui il progettista tenta di piegare il suo lavoro è certo quello dello spazio fisico che intende costruire. Ma questo spazio diventa (se lo diventa) «architettura» anche per opera dei materiali che lo costruiscono.
Per questo motivo penso che in questa architettura, che nasce dall’interno, il marmo è usabile in molti modi. Teso e prezioso in piccole dimensioni, e in arredi liturgici opportunamente localizzati nel contesto di un discorso generale primario, o materiale primario esso stesso, mezzo per una espressione unitaria in spazi unitari. È certo che tecnologicamente va usato caso per caso in modo diverso. È comunque per esso culturalmente preclusa ogni possibilità di utilizzazione in termini superficiali, e cioè in forme e decorazioni che ricalcano solo sul piano dei motivi, e quindi nell’equivoco, esperienze artigianali passate troppo lontane ormai per essere oggigiorno vere.
La strada per far entrare il marmo nelle nuove chiese del concilio (quelle vere) non può non essere che quella della chiarezza. Quella che anche nelle soluzioni più preziose, usa il marmo piegandolo a strumento per raggiungere risultati spaziali vibranti di umana, moderna sensibilità; non può essere certo quella equivoca della retorica e del folclore.

Vita e forma

agosto 7, 2009

Nella messa tridentina ogni gesto è preciso e solenne. Non c’è improvvisazione ma, semmai, solo impreparazione nel rispettare una forma. Una forma che non è fine a se stessa ma che conduce ad aderire al mistero celebrato, esplicitandone la ricchezza di senso.

La forma precisa e codificata nel minimo dettaglio della liturgia ne costituisce la forza. Perché ne garantisce l’identità e la sua trasmissione. Allo stesso tempo la liturgia non è mai stata immutabile. Non le appartiene l’immutabilità. Al pari di un organismo vivente che ha ricevuto vita dalla vita, se la liturgia si chiude in una struttura codificata, emula di una pretesa perennità, muore. La forza della forma si capovolge in debolezza.

La liturgia è azione di Dio con la Chiesa. E’ vita. Non solo, è vita che si vede ricreata, rivivificata. Come lo Spirito aleggiava sulle acque vivificandole, così dalla Croce il dono dello Spirito ha rinnovato il creato. Donando lo Spirito, che è amore, ed è libertà, l’uomo è chiamato a partecipare della salvezza, e a portarne l’azione. Per agire nella storia, Dio si affida agli uomini, chiedendo la loro conversione. La liturgia non prescinde dalla storia, appartiene al già e non ancora.

La messa nella forma pio-giovannea ha corso il rischio, come tutte le forme, di cristallizzarsi. Cito due esempi estremi: il “celebrare alla parete”, secondo la denuncia di Ratzinger in La festa della fede, e le pie donne che partecipavano alla messa recitando il rosario.

La messa secondo la forma postconciliare corre il rischio opposto, con la spontaneità arbitraria preferita al rigore del gesto e la libertà capovoltà in miscomprensione babelica. Denunciare complotti massonici alla fine è semplicistico, e alla fine poco utile. Lo può essere per regolare i conti con la storia, ma non per giovare alla liturgia. Ci si ritroverebbe solo a dire che  il Novus ordo è “celebrazione luterana”, o amenità del genere.

Credo che gli uomini che celebrano la liturgia corrano un rischio, qualunque sia la forma del rito. Con il vecchio rito si rischia di rimanere irrelati, sconnessi nel rapporto con la natura e la cultura. Con il nuovo rito, di essere talmente relazionati alla natura e alla cultura da mostrare sudditanza nei loro confronti.

In questa direzione, trovo confortante quanto scrive Cavalleri su Avvenire (riportato anche su wxre dove ci sono dei commenti da leggere).

L’angolo retto e il Signore delle cime

agosto 5, 2009

Ho avuto la fortuna di fare l’ufficiale degli Alpini. Prima allievo alla scuola militare ad Aosta, poi comandante di plotone a Belluno. Gli Alpini sono un corpo molto formale, ci tengono al gesto ben fatto, al gesto marziale perché preciso, esplicito e solenne. Il rigore della formalità rende immediatamente riconoscibile l’azione, ne mostra il fine e anticipa l’ordine nel quale si inserisce. Rivela consapevolezza e visione d’insieme. Un gesto ben fatto trasmette certezza: per questo la forma militare si manifesta attraverso linee rette, quadrati, angoli retti, meglio se rapidi e spediti. La formalità è il gesto prevedibile. La singolarità imprevedibile è quanto più possibile tacitata, o perlomeno strettamente regolamentata.

L’arte militare insiste molto sulla formalità. Non esiste esercito che non se ne curi.  Inculcare la formalità significa garantire ordine e fine comuni all’azione militare quando i singoli militari operano al di fuori del quadrato della caserma. Infatti, il potere di puntare un’arma, nelle situazioni più disparate e pericolose, deve essere trattenuto nel giusto ordine. Chi ha responsabilità di comando militare sa che militari non formali si trasformano presto in una masnada dispersiva e inefficace, ovvero di violentatori e saccheggiatori.

Il sistema formale militare ha all’interno di sé semplici principi di funzionamento economico: massima forza concentrata sul minimo punto. Efficienti per essere efficaci, come il moto verso lo schwerpunkt descritto da Clausewitz. La formalità militare trattiene in questo ordine. Ma se il sistema formale militare si pretende completo, le forze armate si riducono a una macchina, a un meccanismo autoreferenziale, onanistico, distruttivo e, da ultimo, violentemente implosivo.

Il sistema formale militare, al pari di un sistema logico formale, trova al di fuori di sé il fondamento adeguato al proprio agire. Per questo, ogni mattino, sull’attenti all’alzabandiera, ci devono essere uomini e donne che hanno saputo coltivare l’orto in una valle alpina, offrire vino e formaggio, tirare per gli zoccoli un vitello che nasce, tornare giù dalla cima di una montagna.

Pietra che vive

agosto 3, 2009

Pietra che vive è un libro del 1968 rivolto agli architetti, edito a cura dell’Industria dei Marmi Vicentini Spa con la collaborazione della sezione architettura della Pro Civitate Christiana di Assisi. Contiene una panoramica dei testi che in Italia e in Europa seguirono alla Sacrosanctum Concilium e alla relativa Istruzione.

Ho comprato la copia n. 705/1800 in un negozio di libri di seconda mano a Milano. Qui ne riprenderei alcuni passaggi e, per iniziare, ecco la presentazione scritta da Mons. Annibale Bugnini, a quel tempo Segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia.

Pregare in bellezza
L’ideale di S. Pio X di « pregare in bellezza» ha pervaso tutti i campi dell’arte a servizio del culto: la musica, la pittura, la scultura, l’architettura, la paramenteria, la oreficeria sacra.
Tutto nel tempio deve parlare della magnificenza, grandezza e maestà di Dio. Come può e sa farlo una creatura, naturalmente; ma nel modo più eccelso che le è consentito. In questo senso il pensiero Pïano non è che l’espressione e la sintesi di una costante storica.
Sempre l’uomo nel culto ha offerto alla Divinità il meglio del suo ingegno. Anche quando ha dovuto vivere sotto la tenda, in capanne, in modeste abitazioni, a Dio ha innalzato sacelli, templi, cappelle, basiliche, cattedrali tempestate di marmi, di oro e argento, di bronzi e gemme. È un bisogno naturale, una esigenza dello spirito.
Si parla, oggi, della «Chiesa dei poveri» e povera si vorrebbe anche la casa del Signore. Certo, una sontuosa cattedrale tra misere baracche ci starebbe male, stonerebbe, specialmente se una certa enfiaggine spirituale costruisse quella e non curasse queste.
Ma se alla povera gente chiedete di aiutarvi a costruire la casa di Dio tra le case degli uomini, non vi porterebbe quanto di più bello e prezioso contengono le poverissime abitazioni? E i poveri sono i più generosi, perché hanno fede più semplice e genuina, perché sentono il bisogno di Dio: di Dio fratello, Amico, Consolatore, Compagno di viaggio … nel pellegrinare di tutti i giorni. Per la loro fede e le loro sofferenze si sentono più solidali e più uniti, sentono il bisogno di mettere in comune la gioia, il dolore, la speranza, la preghiera.
Chi ha pensato che il Cristianesimo possa fare a meno di luoghi di culto, senza chiese, senza cappelle, senza cattedrali, perché la cattedrale di Dio è la volta del cielo e le sue pareti l’orizzonte sconfinato, ha dimenticato l’aspetto umano, oltre che cristiano delle nostre assemblee. Ha dimenticato che la chiesa è la casa di Dio e casa del popolo di Dio, che non è tale se non si raduna, se non si accalca intorno all’altare del Sacrificio, se non interroga e ascolta il Suo signore.
Battistero, altare, ambone: tre punti focali del tempio, dove si forma, cresce e si fortifica il popolo di Dio. Tre misteri: mysterium aquae, mysterium verbi, mysterium Panis. Tre momenti della presenza di Dio tra il Suo popolo, riunito nel Suo nome.
Ecco i profondi motivi per i quali salutiamo con compiacenza e interesse la presente pubblicazione, che ridica a suo modo il valore e la trascendenza del culto attraverso l’espressione artistica.
La documentazione che è alla base del volume è una guida preziosa per sacerdoti, artisti, e amatori del culto divino, che vogliano rendere splendente e augusta, serena e accogliente la casa del Signore.
La Chiesa sta riesaminando a fondo le componenti del culto nel segno della santità e della verità. Aggiungiamo il segno della bellezza, e avremo ricostruito a Dio un «tempio vivo», che alle dimensioni umane e sacrali, aggiungerà, in perfezione, l’affiato della maestà e dello splendore.

ANNIBALE BUGNINI C. M.
Segretario del Consilium
ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia

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Date le polemiche di questi giorni su “Bugnini Massone” e conseguenti influenze sull’ordinamento liturgico attuale, segnalo Inside the Vatican, Fides et forma e, per contro, Liturgia-opus-trinitas.


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