Archivio per Giugno 2009

La magnifica arte

Giugno 22, 2009

Prendiamo, ad esempio, il Cristo Giallo di Paul Gauguin.

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Il Crocifisso è rappresentato con una sua forza, una forza ancestrale. Un palo verticale fisso nella campagna, un asse orizzontale, un giusto suppliziato, alcune donne che pregano. Tutti i colori sono in relazione a questo centro.  Gauguin, riconosce la potenza di questa scena, e sceglie di prenderne le distanze, si allontana. Mette di mezzo quelle donne. Sono queste donne bretoni che si inginocchiano, che pregano, che riflettono quella forza ancestrale in una ritualità. Il pittore può starsene più indietro, osservare la scena con occhio da antropologo e restituire il suo protocollo su tela, come se quel giallo non lo riguardasse. Chi si avvicina al quadro di Gauguin non prega, ma vede una scena che rappresenta la preghiera.

Prendiamo ora un altro esempio, le 14 opere dal titolo Via Crucis di Frank Stella.

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Qui l’artista non ha rappresentato nulla, ma per via di astrazione toglie ogni mediazione fino a rimanere con quanto non è più ulteriormente sottraibile (perlomeno secondo l’artista). Questo tipo di astrazione vuole giungere a presentare il concreto. Immagini, metafore, ironia, qualunque cosa ti dica “più in là” è bandita. E’ una via che porta ad avvicinare il naso. Anche se tenuta a distanza, l’opera risulta talmente vicina che nulla è più distinguibile. C’è solo quello che si vede. E’, per fare un parallelo, come se l’apostolo Tommaso si fosse avvicinato per vedere e toccare la ferita del costato, ma senza poi poter rialzare la schiena, cercare gli occhi e riconoscere il maestro. Frank Stella pretende una mistica di sola andata.

Questi qui sopra sono due esempi, uno di eccessiva lontananza, l’altro di eccessiva vicinanza. Non è detto che lontananza e vicinanza siano sbagliate. Sbagliato è fissarle come criteri unici.

Faccio un esempio letterario che ritorna nella via crucis. Nel salmo 22, c’è un continuo muoversi tra l’esperienza della vicinanza di colui che si vede stretto dai nemici con quel “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, e l’esperienza della distanza che invece permette una visione ampia, capace di annunciare “alle generazioni che verranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: ecco l’opera del Signore”. Qui l’occhio è allenato a creare lo spazio dentro al quale si muovono morte e silenzio, ma anche speranza e affidamento. E’ lo spazio che riesce a render conto della storia e della vita, dei corpi e dei volti.

Ecco, per iniziare, l’arte deve allenare ad attraversare questo spazio. Deve rendere grande e resistente l’anima di colui che la guarda. Deve allenarlo ad essere magnificato.

Ciò che non siamo

Giugno 18, 2009

«Ciò che non siamo capaci di capire è perché le pubbliche autorità promuovono ufficialmente scuole d’arte che, a causa della loro estrema arbitrarietà sogettiva e della loro arrogante esclusività, non possono contribuire in nessun modo alla cosa pubblica.

Allo stesso tempo ci opponiamo, con uguale vigore, a un falso e pietrificato conservatorismo che, mancando la volontà di un rinnovamento reale, ha avuto soltanto l’effetto di rinforzare le correnti che sono in rivolta contro la sua mediocrità, e ha conferito loro il prestigio di essere “audaci” e la cui restaurazione, oggi, darebbe solo un nuovo impeto a quelle correnti rivoluzionarie.

Sfortunatamente dobbiamo, in coscienza, affermare che molte della autorità ecclesiastiche responsabili – spesso soltanto a causa di un senso inadeguato dell’arte – applicano indiscriminatamente in modo erroneo il nome di “arte” a una mediocre mezza-arte sacra, sia essa vecchia o nuova, e che sono ancora oggi troppo indulgenti nei confronti di essa come altri lo furono nei confronti dell’”avant-garde” di ier l’altro quando essa fece la sua apparizione nell’arte delle gallerie».

Hans Sedlmayr, Memorandum sull’arte ecclesiastica cattolica, 1962

14 opere dal titolo “Via Crucis” di Frank Stella

Giugno 15, 2009

Allora Frank Stella ha realizzato una serie di 14 opere dal titolo “Via Crucis”. Una scelta apprezzabile, non fosse che, invece di rimanere appese nel suo studio, pare siano destinate alla chiesa romana di Tor Tre Teste, quella progettata da Richard Meier. Ecco due foto di queste pezzi d’arte, fatti di metallo attorcigliato.

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Secondo me queste opere non possono essere collocate in una chiesa. Semplicemente perché sono iper-devozionali. Una devozione che non si eleva da un percorso personale, intimo, unico, magari anche autentico, ma che rimane fondamentalmente insindacabile quanto incomunicabile.

L’arte cristiana riconosce un lessico comune che definisce la stessa comunità cristiana.  La creatività dell’artista, quindi, esercita una libertà che riconosce un’appartenenza: non è arbitrio, ma riconosce alla comunità cristiana la libertà di partecipare dell’opera artistica.

Alla base di questo lessico comune c’è una consegna ricevuta, condivisa, annunciata: il Verbo di Dio si è fatto carne. L’arte cristiana è parola seconda che si fonda, non su un sentimento da inseguire lungo le curve del Calvario, né su un’idea brillante o una necessità incombente, ma sulla rivelazione di Dio in Gesù di Nazaret. Fin dal principio del cristianesimo, la rappresentazione iconografica ha direttamente a che fare con la retta fede nell’incarnazione del Verbo di Dio.

La pratica della via crucis non può astrarsi fino a perdere la parola, la storia e il corpo. Altrimenti non è più via crucis ma via degli affetti, devozione emozionata che rimane al massimo espressione di una soggettività autoreferenziale.

Ma penso si possa fare anche una considerazione di carattere più ampio.

Frank Stella è un artista rigoroso. Tutti ormai abbiamo letto su wikipedia quella sua frase “nei miei lavori esiste solo ciò che si può vedere”. Questo principio, o perlomeno questa asserzione, esprime bene il suo minimalismo. Minimalismo raggiunto per astrazione: non c’è più rappresentazione, che è pur sempre una finzione, un mondo ricostruito, una proiezione, ma tutto viene man mano sottratto. Rimane solo il segno puro nella sua matericità che rimanda, o pretende di rimandare solo a se stesso. L’arte astratta infatti è concretissima. Un peso che, anche se leggero come un segno, rimane comunque un peso che non si alza da se stesso.

L’astrazione è una delle vie che l’arte negli ultimi due secoli ha intrapreso per perseguire un ideale di purezza e di originarietà. L’arte negli ultimi due secoli ha fatto di tutto per sapersi sciolta dalla storia, dalla tradizione, dal saper fare. L’arte ha da essere pura e assoluta. E quando la storia ha l’ardire di perdurare, è sfregiata o derisa; mai essa potrà più ergersi a modello. L’arte, e quindi l’artista, ha da essere il principio.

Se perseguìta con rigore, l’astrazione permette di distruggere ogni segno, di scomporre la materia fino a tritarla, fino a ritrovare un segno puro, un nuovo concreto, una materia disposta a un nuovo inizio. L’astrazione qui non si eleva dal singolare all’universale, ma pretende di restituire l’idea concreta. Ogni artista diventa un piccolo demiurgo.

In architettura, giusto per fare un esempio, il cemento è immagine, è materia iconica (diciamo così) della potenza dell’astrazione: la forza di una materia senza memoria pronta a tutto.

Il fatto è questo. Che questo tipo di astrazione gioca al ribasso, fino a ritrovarsi con un punto, una linea, una superficie. Da piccolo demiurgo l’artista qui pensa di trovarsi all’origine, di dominare sugli elementi primi, di poter iniziare a creare e dare il nome alle cose. Ma tutto quello che riesce a fare è mettere un punto vicino all’altro, una riga vicina a una macchia, un colore vicino a un’altro colore. Magari riesce anche a ritrovarsi tra le mani alcuni sprazzi di emozioni che saltan fuori dalla tela, ma non crea nulla che sia vita. Questa deve essere sempre presupposta, perché precede l’onnipotenza dell’artista. La vita non sorge per incastro. Piuttosto, il piccolo demiurgo è condannato a vederla morire.

Insomma, per tornare alla nostra via crucis, Frank Stella con la sua astrazione si è guadagnato la sua materia prima, il suo concreto, le sue linee, i suoi punti e le sue superfici. Ma per quanto le incastri, quelle ricomposizioni rimangono estranee alla vita, alla parola, al corpo, alla storia.

Lo scenario, e oltre

Giugno 11, 2009

A una prima ricognizione, il panorama generale delle chiese costruite dopo il Concilio vaticano II è sconsolante: da un lato, abbiamo opere che reiterano stancamente antichi e nobili modelli e, dall’altro, opere solitamente avvitate attorno alla soggettività dell’architetto che declina per l’occasione la sua personalissima idea di “sacro”.

Ma fermarsi a questo scenario non basta.

Io sono stufo di inseguire, lamentandomi, o tempora o mores!, le chiese brutte. Allo stesso modo, non mi esalta vedere rispolverare idee recuperate in sacrestia. Inutile ripetere quello che fa Langone e accoliti. Il fatto è che quando le posizioni si cristallizzano in uno scenario di opposti, ne esce una stasi che uccide ogni corpo vivo.

Il lavoro, e quindi un risorgere, mi pare sia altrove. Trovare chiese non solo contemporanee, ma nuove. Nuove perché gravide di tutta la storia che le ha generate (non solo quindi della storia degli ultimi cinquant’anni). E belle di una bellezza forte delle proprie ferite. Ecco il compito. Non per mediare, non per stilare compromessi, non per tiepidezza, ma per trovare testimonianze di un’ermeneutica della continuità.