Archivio per Marzo 2009

Hierusalem – 7

Marzo 28, 2009

A Gerusalemme si va per quanto mostra un’assenza, come “quella gran buca nella terra, quella che fece la Croce quando fu innalzata. Tutto vi converge. Là è il punto che non può essere spostato, il nodo che non può essere sciolto” (P. Claudel, L’annuncio a Maria). A Gerusalemme si va per un sepolcro vuoto.

La pietra dura e svuotata mette davanti un’identità (una permanenza) e una differenza. Perché quel bordo immobile è stato scavalcato dall’inatteso, ma bisogna esercitarsi per riconoscere ciò che non può essere. Come davanti al Risorto: la Maddalena non lo riconosce, e poi lo riconosce quando risuona il proprio nome, Maria (e non quello di chi la chiama – Gv 20,16); anche i due di Emmaus non lo riconoscono, e poi lo riconoscono quando le parole si schiudono nel gesto del pane spezzato (Lc 24,31).

Cosa c’è di più estraneo del figlio che ti assomiglia. O del lavoro che ti esce dalle mani. E rispetto al silenzio cosa c’è di più prossimo della parola. Cosa c’è di più prossimo alla cura che non sia la ferita.

Non c’è che esercitarsi con quanto abbiamo davanti per riconoscere la carne che si trasfigura.

Hierusalem – 6

Marzo 12, 2009

“Si nega forse la resurrezione se si afferma che non è necessario credere in una tomba di Gesù fisicamente vuota? Io non credo!” (Eugen Drewermann)

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I labirinti nelle cattedrali non sono fatti per perdersi. Sono percorsi che hanno una direzione: si parte con le spalle a ovest e si arriva guardando a est. La direzione anche se tortuosa è volta verso il sole che sorge per giungere al centro. Il centro della circonferenza esprime una potenza: da fermo, infatti, è capace di muovere la rotazione del cerchio; il centro non può che essere una terra santa.
Il labirinto è un percorso di conversione. Non per nulla alcune fonti lo definiscono Chemin de Jerusalem. A Gerusalemme, nella chiesa del Santo Sepolcro, si apre l’omphalos, l’ombelico del mondo (Ez 5,5).

Oggi è facile trovare labirinti che non richiedono cammino, né fatica, perché non portano da nessuna parte. Ingenuo è chi pensa di perdersi in questi labirinti, visto che non c’è nessun posto dove arrivare. Oggi questi labirinti sono le parole. Parole che dicono di rimandare a parole, che a loro volta rimandano ad altre parole. Come se fosse possibile avere il simbolo senza la pietra che lo porta scolpito.

Eppure ci sono momenti in cui anche i labirinti più oscuri portano a Gerusalemme. Anche chi vede nelle parole dei Vangeli segni che rinviano a segni, libri che riposano in altri libri, parola fatta di parole, non può eludere piccoli segni che escono fuori dal testo e incidono con la propria impronta la terra santa. Sono i deittici: pronomi, avverbi di tempo, avverbi di luogo, come questo, quello, qui, , ieri, adesso.

Questi deittici non girano in tondo, non risuonano di alcun simbolo, ma rapidi ti portano a concludere il ragionamento, ti fissano negli occhi e, se necessario, ti inchiodano sotto la croce. Come quel centurione che esclamò: “Veramente quest’uomo qui era Figlio di Dio” (Mc 15,39). I deittici escono dal testo e mostrano quello che hai sotto gli occhi: “E’ risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto… vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ho detto” (Mc 16,6-7). Deittico è il dito di Tommaso che scava la ferita nella carne viva: “Metti qua il tuo dito…“ (Gv 20, 27).

Hierusalem- 5

Marzo 7, 2009

Colpisce che a volte i Vangeli dicano che Gesù predicava, ma non si soffermino a dire cosa predicasse. Ma come, e se avessimo perso lì sulle rive di Cafarnao un insegnamento cruciale? E cosa disse di così autorevole nella sinagoga di Nazaret? Quante di tutte le cose dette e insegnate ci sono pervenute? Abbiamo forse perso per sempre la norma preziosa, il consiglio segreto?

Gesù non pare avesse fretta di predicare: la parola di Dio non porta la sequenza nascosta di nomi divini, ma il dono della sua stessa persona.

La parola, se fedele a chi ascolta, si fa carne. Se fedele a se stessa, s’incarta e diventa Qabbalah.

L’ultima lettera dell’alfabeto ebraico è tav. La lettera tav in ebraico è immagine della porta, del passaggio e dell’unione. In greco diventa la tau, che è la croce. L’ultima lettera dell’alfabeto ebraico ci porta alla porta e alla croce.

La porta è il tempio, la porta del cielo, ciò che conduce alla shekinah, alla presenza di Dio.

Io sono la porta (Gv 10,7). Che è come dire io sono la tau. Perché è sulla croce, dove Dio è esposto nudo, che abbiamo l’estrema opera di rivelazione di Dio. Qui si aggrappano le parole che dicono pane al pane e vino al vino.

Il corpo si mostra tutto lì, indifeso. Ma allo stesso tempo rimane mistero, un mistero sotto gli occhi di tutti, come trovarsi in presenza dell’esperienza dell’amore. Ricchezza mai esauribile.

Nello stesso momento a Gerusalemme il vento spalanca le porte. Si squarcia il velo del Tempio, il velo del Santo dei santi, dietro il quale veniva pronunciato il nome di Dio.

Io sono la porta. Spalancata, non c’è più luogo nascosto per il nome di Dio, neanche a Gerusalemme.

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C’è già Toledo in questa Gerusalemme di El Greco. Il cielo nero è come un pesante drappo, come quel velo antico. Il corpo di Cristo fisso in croce è un taglio di luce, è lui stesso lo squarcio.

Hierusalem – 4

Marzo 5, 2009

C’è un indugiare della lingua e della cultura ebraiche sulla parola (dabar) intesa come potenza, campo di forze, energia, evento, un qualcosa che accade, e che accadendo si consegna a colui che ascolta. Il nome divino, il tetragramma, bisbigliato solo in precise circostanze, fino a diventare impronunciabile dopo la caduta del tempio, ne sarebbe un diretto riflesso.

Succede, inoltre, che il dabar venga contrapposto al logos, ravvisando in quest’ultimo un insieme di nozioni astratte, solo pensate. Probabilmente, questa contrapposizione è solo un’enfasi propria della mentalità deellenizzatrice. In realtà, ogni lingua percepisce e sa che le parole sono pietre e non solo flatus vocis di concetti astratti. Se dico, in italiano, “scusa” non denuncio solo la mia erroneità ma inizio a ristabilire (atto perlocutorio) la dignità che ho perso avendo offeso il prossimo.

Ogni parola è manodopera nel momento in cui rimane fedele a ciò che comporta. E se è parola di Dio sarà massimamente fedele. Non per nulla S. Tommaso scrive: «dicere dei est facere» (1Cor 1, lect.2, n.1) così come Isaia assicura che «la parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,11).

Il logos nel suo rigore altro non è che il dabar nella sua fedeltà. Lo vediamo, credo, nel prologo del Vangelo di Giovanni, dove è il logos che si consegna alla storia e alla carne, fino in fondo, fino a farsi storia, fino a farsi carne (Gv 1,14).

Nel verbo, nel logos, nel dabar, scorgiamo la radice del mistero che porta all’incarnazione.

Se parlare significa mettersi nelle mani di chi ascolta, allora ascoltare significa accogliere. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). L’annuncio cristiano non sta solo nel vivere il messaggio di Cristo, ma nel vivere Cristo, nel vivere della compagnia della persona di Cristo.

Parlare, comunicare, consegnarsi: questo il modo in cui Dio si rivela. All’inizio, ad Abramo, e gli parla come il Dio fedele alla sua tenda. Poi a Mosé, come il Dio più forte. Poi ai profeti, come il Dio della riconciliazione e della speranza. Poi ai sapienti, come il Dio vero. Poi agli uomini e alle donne, come il Dio d’amore e quindi di tutti. Una storia di tenacia e tenerezza, dove Dio rimane fedele fino in fondo alla parola data, fino a consegnare il proprio nome alla storia e alla carne. E al centro di questa storia abbiamo sempre Gerusalemme.

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In questo dipinto di Memling (1470) vediamo la città di Gerusalemme come in uno spaccato. In questo scenario, si compiono le singole tappe di passione, morte e risurrezione di Gesù.
Vediamo, soprattutto, che gli uomini non sanno cosa farsene di questo Dio che si consegna: Giuda, nel tradimento, consegna Gesù alle guardie, le guardie lo consegnano al Sinedrio, il Sinedrio lo consegna a Pilato, Pilato lo consegna a Erode, Erode lo consegna nuovamente a Pilato, e infine Pilato dopo aver fatto flagellare Gesù lo consegnò perché fosse crocifisso (Mc 15,15). E la croce spalancò le braccia.

Hierusalem – 3

Marzo 3, 2009

Ma cosa c’è a Gerusalemme? Perché andare in questa città?

La storia dell’Alleanza mostra un Dio che si rivela parlando. Con tenacia e con tenerezza. Come una sposa è l’Alleanza: «Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Osea 2, 16). Sequeri fa notare che una traduzione più letterale risuonerebbe così: «le parlerò sul cuore» (L’oro e la paglia, pag. 45). C’è qui l’intimità fisica propria degli amanti.

Dio, rivelandosi, consegnò il proprio nome a Mosé sul Sinai. Mosé lo disse a suo fratello Aronne, e Aronne lo trasmise alla sua discendenza sacerdotale.
Da allora, fu tenuto come un tesoro geloso. Lo bisbigliava una volta all’anno il sommo sacerdote, prima nel segreto della “tenda del convegno” e poi, una volta costruito, nel profondo del tempio. Il tempio lo edificò Salomone a Gerusalemme, come Dio aveva detto a suo padre Davide: «Mi sono scelto Gerusalemme perché vi dimori il mio nome» (1Re 8,16)

Ecco, Gerusalemme come il luogo del nome di Dio.

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Questo disegno di Christian van Adrichom (1584) riproduce, in modo didascalico, il Tempio di Salomone. Il tempio era come una città nella città. Tutt’attorno c’erano le abitazioni dei sacerdoti. Nello spazio esterno c’era l’atrio dei Gentili; seguiva l’atrio dei Giudei con l’altare degli olocausti; poi, internamente, dove entravano solo i sacerdoti, c’era il luogo detto “il Santo” con il “candelabro, la tavola, i pani dell’offerta”; infine, il Santo dei Santi dove era riposta l’arca dell’alleanza e dove entrava solo il sommo sacerdote. Qui, luogo della presenza di Dio, il disegnatore ha posto il tetragramma, il nome di Dio.

Hierusalem – 2

Marzo 2, 2009

Gerusalemme esisteva da molto tempo ed era in mano ai Gebusei. Dicevano che ciechi e zoppi sarebbero bastati a difenderla dall’esercito di Davide . E invece bastò un colpo di mano, bastò passare con i pugnali “attraverso il canale” per sottrarre loro Gerusalemme (2Sam 5,6).

Davide la chiamò Città di Davide. Alzò torri adornandole di scudi e faretre, perché l’unica forza che conosceva era la forza. E poiché misurava la forza in generazioni, costruì il proprio palazzo mettendoci dentro mogli e molte concubine dai colli adornati di collane e pendagli. A Davide rimasero in odio quei ciechi e quegli zoppi che dicevano sarebbero bastati a tenerlo fuori da Gerusalemme. Così li tenne sempre fuori dalla casa (2Sam 5,8).

Mille anni dopo, Gesù calcò le strade della Giudea: ciechi e zoppi erano ancora lì, reietti. Mandò uno di questi, un cieco nato, a lavarsi gli occhi alle piscine di Siloe. Qui gettava acqua quel antico canale da cui si diceva Davide fosse entrato. Doveva sentirsi il peso della storia se gli chiesero «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» Rispose Gesù: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui opere di Dio» (Gv 9,2-3). Il cieco nato guarì.
Lungo tutte le strade, ciechi e reietti lo chiamavano a squarciagola con l’appellativo di “Figlio di Davide”(Lc 18, 35-43, Mt 9,27-29). Proprio loro! cosa mai di buono potevano aspettarsi evocando quella discendenza? E guarivano a dimostrazione che era la loro fede a salvarli .