Archivio per Novembre 2008

Adelphi d’Italia – 5

Novembre 28, 2008

La schiuma dell’onda che sbatte sulla spiaggia si dissolve in pochi istanti. Poi monotona, si riforma. Di notte e di giorno. Effimera, quanto perenne. Un nulla che però dura più dell’uomo mortale, anche del più grande tra gli uomini. E’ facile vedere nel frangersi dell’onda il nascere e il rinascere di una qualche dea capace di immortalità.

Una rupe è lì, davanti, e stava lì quando ancora c’era mio padre, e il padre di mio padre. La rupe è meno mortale di me: è facile scorgere tra quelle pietre una figura divina.

Non occorrono il sole, l’oceano, la montagna più alta per innalzare un olimpo di divinità. Bastano le scintille dei falò, l’odore dell’erba, il rumore di una cascata, un sentiero che scollina, lo spifferare di un canneto, il ribollire del mosto. Basta ciò che dura più di un uomo, che va oltre quei giorni mortali. Basta un destino che ripete sordo il proprio destino.

Il pensiero pagano è intriso di immortalità. Non cerca il rigore, è un pensiero a cui basta paragonare: tu duri più di lui, tu uccidi e tu muori, tu sei ancora e tu non sei più. La stabilità dell’uomo effimero, di colui che dura solo un giorno, è la sua ombra, è l’Ade. Il catalogo Adelphi è l’economia di questo pensiero. In effetti, se dovessimo indicare lo stile proprio di questa casa editrice non emergerebbe tanto il dorico arcaico, ma il neoclassico. Lo stile dell’immortalità, lo stile del monumento che dice di essere monumento. La severità che copre l’ineluttabilità funebre.

Il pensiero cristiano non guarda all’immortalità, ma all’eternità. L’immortalità è la noia, lo stabilirsi in uno stato, è la necessità che t’inchioda a un destino. L’eternità cristiana, invece, è l’essere coinvolti nella dinamica divina, ovvero nella eterna creatività di Dio. Il cristianesimo non ha uno stile proprio, proprio per non cristallizzare il soffio vitale che genera la molteplicità delle forme. Per non bloccare nessuno in un destino simile a una roccia o alla schiuma di un’onda.

.

(continua – 6)

Adelphi d’Italia – 4

Novembre 24, 2008

René Girard ha capito una sola e grande cosa: gli uomini non si accordano se non a spese di una vittima. Ha svelato l’astuzia sacrificale, ha spiegato come evacua la fisiologia sociale, ma non spiega la fisiologia cosmica: ecco il limite che Calasso vede in Girard. Alla fine, la pretesa girardiana sarebbe di scorgere nel sociale la realtà ultima, ovvero di spiegare la società concependola come autonoma e rapportandola solo a se stessa. Girard, scrive Calasso, ”presuppone che all’origine non vi sia morte, ma un assassinio – e precisamente un linciaggio. Ma prima del linciaggio, c’è la fame: “la fame è la morte”. In essa si congiungono morte e assassinio. L’impossibilità di sopravvivere se non si mangia, quindi se non si uccide, perché anche la recisione di una pianta significa uccisione”.

Per Calasso, la necessità feroce, il rta indissolubile, è che chi sceglie la vita sceglie l’uccisione, ovvero la morte. E chi accede al banchetto accetta di essere, un giorno, divorato. L’origine non è il corpo sociale ma la gola del t’ao t’ieh, la belva che tutto s’ingoia. Ecco la fisiologia cosmica a cui tende Calasso: “Con la sua ipotesi, Girard spiega la ciclicità del tempo, non la sua irreversibilità; può spiegare l’assassinio, non la morte; può spiegare il conflitto dei desideri mimetici, non l’esistenza del desiderio”.

taotie
maschera t’ao t’ieh

Fin qui Calasso, in particolare tra pagina 204 e pagina 210 de’ La Rovina di Kasch: è qui che il nostro editore disegna un cerchio attorno a Girard, un bel recinto dove cerca di rinchiuderlo in fretta, per ingrassarlo e poi servirlo su vassoi cesellati (pag. 207) al palato dei suoi lettori.

A me pare, invece, che Girard non si limiti a identificare il religioso con il sociale. Credo che, col tempo, molti elementi della sua ricerca eccedano dalla mera sociologia e, anche se non esplicitamente tematizzati, implichino un ordine di tutte le cose (la vita, la morte, il tempo, la fame) ben diverso da quello esposto da Calasso.

Andiamo con ordine (il ragionamento che seguirà è essenzialmente tratto da R. Girard, Vedo Satana cadere come la folgore, Adelphi, pagg. 25-38).

Girard vede nel desiderio mimetico la fonte principale della violenza. Il modello dei nostri desideri è fornito da chi sta attorno a noi. Il conflitto nasce nella misura in cui il mio desiderio viene mosso verso l’oggetto valorizzato dallo sguardo del mio vicino, del mio prossimo. Se il vicino non si lascia strappare l’oggetto, nasce la contesa; ed è proprio questa rivalità che fa crescere il desiderio. E con il desiderio la violenza. Non desiderare la roba d’altri del decimo comandamento mira proprio a limitare il desiderio che la rivalità mimetica innesca. Se risaliamo il decalogo vediamo che proibisce azioni che conducono a un processo ascendente dove l’oggetto del contendere diventa sempre più pericoloso per l’equilibrio della comunità: le cose, la famiglia, la verità, la vita, Dio. Il decalogo ha solo un’azione limitativa. Pone un freno, ma non risolve il problema posto dal desiderio mimetico. Una via, invece, capace di fornire anche un modello propositivo, e non soltanto calmierante, lo troviamo nel Levitico: amerai il prossimo tuo come te stesso, né più né meno. Modello che verrà assunto e ulteriormente fondato da Gesù nel Nuovo Testamento.

Non solo. Girard fa notare che Gesù non parla in termini di divieti, tipico invece dell’Antico Testamento, ma costantemente in termini di imitazione e modelli. Egli ci raccomanda di imitare lui stesso, ma non per narcisismo, bensì per distoglierci dalle rivalità mimetiche.  Anche perché Gesù ci invita a imitare il suo desiderio di assomigliare il più possibile al Padre. Gesù non pretende di possedere un desiderio esclusivamente suo, ma ci invita a imitare la sua stessa imitazione. Perché considera il Padre e se stesso come i migliori modelli per tutti gli uomini? Perché né il Padre, né il Figlio desiderano in modo egoistico, avido. Dio “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni”. Egli dà senza calcolare, senza stabilire fra loro la minima differenza. Se noi imitiamo questo disinteresse divino, non cadremo mai nella trappola delle rivalità mimetiche. Per questo Gesù dice anche: “Chiedete e vi sarà dato…”. Il modo migliore, infatti, per prevenire la violenza non è proibire gli oggetti o il desiderio rivalitario come fa il decimo comandamento, bensì fornire agli uomini il modello che anziché trascinarli nelle rivalità mimetiche, li protegga da esse.

Fin qui Girard. Ma queste pagine fanno già intravvedere un cosmo diverso da quello di Calasso à la t’ao t’ieh.

disegno di un t'ao t'ieh

Facciamo quindi alcune considerazioni partendo da quanto scritto sopra dai nostri due autori adelphici.

Se guardiamo al conflitto, vediamo che si alimenta di una concezione della realtà chiusa in se stessa. Desiderio mimetico + contesto determinato da risorse limitate = tutti contro tutti. Ora, questo risultato è necessario date le premesse, ma non è detto che le premesse siano necessarie.

L’universo chiuso è tipico dei sistemi gnostici e panteistici, dei culti come quello della Madre Terra, di Shakti, Iside, Cibele, Gaia. In modo oscuro, dal sottosuolo, queste dee elargiscono il dono della natura. Il dono è ciclico. L’ordine va quindi mantenuto in modo statico. Le divinità sono garanti di una formula ripetitiva. Sia mai che la luna nuova o il solstizio segnino la rottura e le linee del cielo proseguano fuori dai loro giunti. L’uomo rimane estraneo all’ordine dato, e queste divinità può solo ingraziarsele, più o meno furbescamente, con il fumo delle carni sacrificate. L’infinito è sempre lì che ti digrigna i denti feroci come un t’ao t’ieh. Immagine arcaica, anche se, a ben guardare, è la visione che troviamo oggi in molti movimenti ecologisti e malthusiani. E’ il modo di pensare dei fisiocratici, della loro discendenza liberista e di chi pensa che coi derivati si crei ricchezza. Chiederanno sempre sacrifici umani.

Invece, il Dio che Gesù chiama ad imitare ha nausea di quei fumi: io non gradisco i vostri doni, e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo (Am 5,22). Ciò che infatti chiede non è il mantenimento di un ordine, ma il suo cambiamento. Il sacrificio richiesto non è la furbesca restituzione del fumo bruciacchiato sull’altare, e neppure l’agile gesto del sacerdote che con la lama di ossidiana strappa il cuore alla vittima. Ma esattamente l’opposto: è un Dio che promette: toglierò dai vostri petti il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne (Ez 36, 26). L’uomo che cambia: questo è il sacrificio che non nausea. E che cambia seguendo le orme di Dio, un Dio che si fa vicino e offre tenacemente ad ogni uomo e ogni donna la sua amicizia. Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità (Dt 30,19).

Qui il sistema non è chiuso, non è entropico come la gola del t’ao t’ieh, la caldaia di Newton e l’algoritmo di un usuraio. L’uomo qui non vive sperando solo che il sole duri un giorno ancora, non assiste impotente al ciclo lunare, non si limita ad amministrare il profitto prefissato dalla madre terra. Se Dio è quello della Genesi, se Dio è creatore, l’uomo è chiamato a partecipare della creazione. Una creazione continua, eterna come Dio è eterno. E creare non è dominare, ma essere signore, ovvero servire secondo l’unico principio che sia veramente sovrano e creativo: l’agape, il principio capace di infondere vita. Quella vita durevole che dura le generazioni. Le risorse qui non sono limitate, perché ogni limite può essere superato nella misura in cui l’uomo partecipa della capacità creativa di Dio. Dio, infatti, attraverso la sua amiciza, chiama l’uomo alla conversione, affinché diventi principio di conversione, di cambiamento della realtà intera. E la realtà non la cambiano né le scimmie, né gli dèi. Ma l’uomo a immagine e somiglianza di Dio, ovvero l’uomo dotato di capacità creativa, capace di compiere scoperte e rivoluzionare ogni limite assiomatico, e quindi gli universi interi. La conoscenza non è la possessione indotta da ninfette in fregola, ma il grande che si rispecchia nel piccolo. La vita, infatti, viene solo dalla vita. La storia e il cosmo sono vivificati dai logoi spermatikoi. Il cosmo è ricchezza di significato: non è oscuro ma misterioso, non è estraneo ma profondo.

Dio stesso, logos creatore e agape, si è fatto carne. Si è fatto uomo affinché l’uomo potesse diventare Dio (S.Agostino). E si è fatto sacrificio lui stesso, per condurci alla somiglianza con Dio. Così il tempo non è irreversibile ma aperto, e non solo alla fine dei tempi, perché già ora Egli viene. E la morte non ha l’ultima parola, ma è stata sconfitta sulla croce. E la fame e le ferite non verranno ingoiate, dimenticate e perdute perché il Risorto glorioso continua a portare i segni della croce.

Ecco a cosa, implicitamente, fa riferimento Girard quando indica nell’imitazione di Gesù il modello che smonta la violenza mimetica. E sebbene Calasso, fin dall’inizio, abbia tentato di renderlo innocuo recintandolo “nel sociale”, qui c’è un’intuizione che eccede e che spalanca il cosmo intero.

.

(continua – 5)

Adelphi d’Italia – 3

Novembre 21, 2008

Nel catalogo Adelphi, c’è anche René Girard. Un autore che un po’ alla volta mi pare risultare sempre più avulso dal modo di sentire adelphico.

Se dovessimo sintetizzare, in modo molto approssimativo, la ricerca di questo autore, possiamo utilizzare le parole di Calasso che dice: Girard sa una sola grande cosa: il capro espiatorio.

Per Girard, la folla cerca il linciaggio e si dirige verso il colpito, il destinato. Sacrificando ed espellendo la vittima (umana), la folla cerca di ricomporre il dissidio che nasce al proprio interno. La designazione della vittima non palesa la propria arbitrarietà e il proprio arbitrio. La vittima non è vista come innocente, ne andrebbe dell’efficacia del processo di momentanea riappacificazione. Il capro espiatorio funziona e calma gli spiriti solo se è percepito come colpevole.

La tesi è che alla base della fondazione del mondo ci sia questa lunga catena di omicidi. Satana, omicida fin dal principio (Gv 8, 44), è principio principe di questo mondo, dell’ordine come del disordine, della violenza e della sua apparente pacificazione guadagnata attraverso il meccanismo del capro espiatorio, ovvero attraverso una falsa soluzione - che presto lascerà nuovamente spazio alla violenza, sedata di volta in volta solo per riaccendere lo scontro.

Il potere di satana è basato su un segreto, sul nascondimento dell’innocenza della vittima. E verrà beffato dalla croce, dove l’esposizione di Dio morto svela che la vittima è innocente. Il meccanismo del capro espiatorio viene neutralizzato. Non per nulla dalla croce viene emesso lo Spirito, ovvero il Paraclito, il difensore delle vittime. Il dipinto, qui sotto, di Rosso Fiorentino, mostra Satana “la scimmia di Dio” con un laccio al collo: segno che lì, venendo svelato il suo inganno, inizia il blocco della sua potenza e della sua azione.

Ma il principe di questo mondo non sta a guardare, si agita, cerca di divincolarsi, escogita qualcosa. Così, da brava scimmia, si è messo a imitare l’amore di Dio. Girard fa notare come piccoli e grandi gruppi si presentino come liberi apostoli e chiamino la folla al linciaggio ma facendolo in nome dell’amore per la vittima, per il suo bene, per la sua libertà, per la sua autodeterminazione.

Ecco un passaggio significativo:

“Il nazismo e le ideologie ad esso affini, che si opponevano apertamente alla sensibilità per le vittime riconoscendone volentieri l’origine giudaico-cristiana, non sono mai stati la forza mimetica più potente del XX secolo. Il movimento anticristiano più forte è quello che fa sua e radicalizza la preoccupazione per le vittime per paganizzarla. Le Potestà e i Principati si danno adesso una veste “rivoluzionaria” e rimproverano al cristianesimo di non difendere le vittime con sufficiente ardore, non scorgendo nel passato cristiano altro che persecuzioni, oppressioni, inquisizioni.

Il nuovo totalitarismo si presenta come liberatore del’’umanità. Per usurpare il posto di Cristo, le Potestà lo imitano in maniera rivalitaria, denunciando nella compassione cristiana per le vittime, un’imitazione ipocrita ed evanescente della vera crociata contro l’oppressione e la persecuzione, quella di cui invece loro sarebbero la punta di diamante.

Seguendo il linguaggio simbolico del Nuovo Testamento si può dire che, nello sforzo di recuperare terreno e trionfare di nuovo, Satana prende in prestito il linguaggio delle vittime. Egli imita sempre meglio Cristo e pretende di superarlo. Questa imitazione usurpatrice è presente da molto tempo nel mondo cristianizzato, ma si sta enormemente rafforzando nella nostra epoca. E’ il processo che il Nuovo Testamento designa nei termini dell’Anticristo. Per comprendere questa espressione è necessario iniziare a sdrammatizzarla, giacché corrisponde a una realtà assai più quotidiana e prosaica.

L’Anticristo si vanta di recare agli uomini la pace e la tolleranza che il cristianesimo senza risultati promette loro. In realtà quello che la radicalizzazione della “vittimologia” contemporanea porta con sé è l’effettivo ritorno a ogni sorta di abitudini pagane: l’aborto, l’eutanasia, l’indifferenziazione sessuale, i giochi da circo di ogni tipo, ma senza vittime reali grazie alle simulazioni elettroniche, e così via.

Questo neopaganesimo vuol fare del Decalogo e di tutta la morale giudaico-cristiana l’espressione di una violenza intollerabile, e il suo obiettivo primario è la loro abolizione completa. L’osservanza scrupolosa della legge morale è percepita come una complicità con le forze della persecuzione, che sarebbero essenzialmente quelle religiose.

E poiché le Chiese cristiane hanno preso tardi coscienza della loro mancanza di carità, della loro connivenza con l’ordine stabilito, nel mondi perennemente “sacrificale” di ieri e di oggi, esse rimangono vulnerabili al perenne ricatto cui il neopaganesimo contemporaneo le sottopone.

Questo neopaganesimo identifica la felicità nell’appagamento illimitato dei desideri e, di conseguenza, nella soppressione di tutti i divieti, idea che acquista una parvenza di verosimiglianza nell’ambito circoscritto dei beni di consumo, il cui prodigioso moltiplicarsi, grazie ai progresso della tecnica, attenua certa rivalità mimetiche, conferendo un’apparenza di plausibilità alla tesi che fa di ogni legge morale un semplice strumento di repressione e persecuzione”.

(R. Girard, Vedo Satana cadere come la folgore, Adelphi, 235-236)

.

(continua – 4)

 

Adelphi d’Italia – 2

Novembre 17, 2008

La tremenda sapienza color pastello riportata da Roberto Calasso dice che ogni cogliere è anche un assassinare. Che poi sarebbe il riflesso necessario dell’unica vera colpa, quella originale: l’amputazione divina, ovvero l’essere due, ovvero la creazione. Oh quella decisione divina, l’originaria decisio (da caedo, il verbo dell’uccidere la vittima sacrificale con effusione di sangue) che effettuò il primo distacco! La vita ora esige che si colga qualcosa. E Calasso sa che quechcotona, in nahuatl, la lingua degli aztechi, significa al tempo stesso “tagliare la testa a qualcuno” e “cogliere una spiga con la mano”.

L’assassinio, ricorda Calasso, ci insegue ovunque, fin dentro il metabolismo. Infatti, la vita, se vuole perpetuarsi esige che si colga qualcosa. Ogni crescita e ogni conseguente aumento di potenza è decisione di crescita. E la massima crescita si ha quando il cogliere è anche un uccidere. Invece di uno stelo, sradicare il cuore palpitante, con la “farfalla di ossidiana”, dal tronco della vittima riversa… si è inondati di sei-sette litri di sangue. E’ l’esuberanza della vita, che soltanto in quel sangue si promette perenne .

I mattatoi di Chicago, i laboratori con rane o embrioni, le centrali nucleari nel deserto: i templi dove si accumula la forza, oggi, si sottraggono alla vista. Per morire e far morire si cerca l’ospedale, la stanza riservata, il silenzio. La modernità cerca la forza pulita e la morte esatta. Calasso, invece, ricorda l’agile gesto del sacerdote, accarezza con le parole la pietra tiepida dell’altare in cima alla piramide, vista da tutti. L’applauso a che altro serviva se non a coprire le urla della vittima?

Ma tutto torna, anche se con nome diverso. Oggi si immette nel sangue del destinato la quantità esatta di sedativo. Nello stomaco della mummia dell’uomo di Tollund, l’impiccato al palo sacrificale rimasto intatto per millenni nelle argille blu della Danimarca, si trova l’orzo intaccato dal fungo ergot dalle proprietà allucinogene e sedative.

La tremenda sapienza color pastello di Calasso riconosce i suoi dèi in azione ancora oggi, ancora “s-catenati” anche se magari nascosti, mentre l’Occidente così emancipato è in preda alla paralisi. Infatti, ogni sacrificio è riconoscimento di un Altro, ma oggi non sanno più a chi darsi: allora il mondo finisce per darsi a quel goffo, sinistro corteo che Stirner aveva descritto: alla Ragione, alla Libertà, all’Umanità, alla Causa. Possiamo aggiungere all’Autodeterminazione.

(In corsivo, molte delle citazioni prese da R. Calasso, La rovina di Kasch, Adelphi, in particolare pagg 177-203).

(continua – 3)

Adelphi d’Italia – 1

Novembre 16, 2008

Cavalleri, su Avvenire, recensisce La folie Baudelaire, ultima fatica dell’abate Calasso.

Gli scogli sommersi del Calasso-Baudelaire
In un altro dei suoi bellissimi, eruditissimi, intelligentissimi libri, La folie Baudelaire (Adelphi, pagine 432, euro 36,00), Roberto Calasso stempera le sue ossessioni questa volta anatomizzando la temperie artistica dell’Ottocento, con Baudelaire, appunto, e Ingres, e Delacroix, e Degas fino alle soglie del Novecento (c’è anche Proust). Queste, in poche righe, le principali ossessioni di Calasso: 1. L’ineluttabilità dell’abiezione come passaggio alla rinascita; 2. Il sacrificio cruento come necessario lasciapassare propiziatorio; 3. La ricerca del contatto con gli dei pagani che tuttora si celano in mezzo a noi. Ecco alcune citazioni testuali per ciascuna delle qui procustizzate ossessioni. Quanto alla prima: «Baudelaire fu dandy soprattutto nella rovina» (p. 92), con infallibile olfatto nel cogliere «odore di distruzione» (p. 36); «vedere quei disegni [è Baudelaire che parla] mi ha fatto accedere a declivi immensi di fantasticheria, più o meno come un libro osceno ci precipita verso gli oceani mistici dell’azzurro» (p. 177); «come se soltanto a prezzo dell’attraversamento di quelle sterminate plaghe di bêtise fosse possibile volgersi verso un bene che altre età non avevano conosciuto» (p. 184); «sì, c’è una catastrofe in quest’opera, come in tutta la storia dell’arte francese a partire dal 1870», scrive Halévy ” e Calasso sottoscrive ” a proposito di Degas, «ma in questa catastrofe nessuno ha tratto dalla propria disperazione risultati così magnifici» (p. 281); «moderno ” nuovo ” décadence: tre parole che si irradiano in ogni frase di Baudelaire, in ogni respiro. Scinderle significherebbe dissanguarle» (p. 337). Quanto al sacrificio: Baudelaire a Ingres preferisce il rivale Delacroix, il cui rosso è «lago di sangue infestato dagli angeli malvagi» (p. 151); e a proposito del quadro dedicato alla Morte di Sardanapalo, Baudelaire-Calasso scrive: «Mi è successo più di una volta, guardandolo, di sognare gli antichi sovrani del Messico, quel Montezuma la cui mano abile nei sacrifici poteva immolare in un giorno solo tremila creature umane sull’altare piramidale del Sole» (pp. 152-153). E bisognerebbe citare l’intero capitolo del Sogno del bordello-museo, in cui esplicitamente si fa cenno al sacrificio del cavallo in sostituzione dell’uccisione del re, secondo la dottrina dell’India arcaica, di cui Baudelaire sarebbe stato inconsapevole portatore (o avatar), ultimo anello di una catena esoterica (p. 20). Infine, quanto a dove fossero andati a finire gli dei, questione «trattata più volte in Francia dopo la Rivoluzione» (p. 286), ecco una certezza: «Gli dei possono apparire o scomparire agli occhi umani, a seconda dei luoghi dove si insediano. Ma sempre sono ” e guardano» (p. 292). E ancora, attraverso Proust: «Tutta l’arte di vivere sta nel non servirci delle persone che ci fanno soffrire se non come di un gradino che permette di accedere alla loro forma divina e di popolare così gioiosamente la nostra vita di divinità» (p. 330). Ma questi sono solo alcuni dei pericolosi scogli sommersi che abbiamo voluto segnalare per allertare l’eventuale affascinato navigatore che volesse solcare l’affascinante mare della prosa di Roberto Calasso, assolutamente tersa, azzurra, folta di scandagli critici sia letterari (meno ispirate, però, le pagine su Rimbaud) sia di storia dell’arte, densa di citazioni insospettate (Saint-Beuve accarezzato e vetrioleggiato) in un libro impeccabilmente stampato, secondo la tradizione adelphiana, e impreziosito da illustrazioni anche a colori nel testo.
(Cesare Cavalleri, Avvenire, 12 novembre 2008)

(continua – 2)

Il Re e la scimmia

Novembre 12, 2008

L’han tirato giù dalla croce. Del Messia, dell’unto del Signore, del figlio di Davide, del re atteso è rimasto solo il peso morto.

 rosso-fiorentino-deposizione

Morte ignominosa, e quindi eseguita fuori dai confini della città. E’ proprio in questa esposizione infamante sul patibolo, estranea a qualunque aspettativa umana su Dio, che avviene l’estrema opera di rivelazione: chi vede me vede il Padre (Gv 12, 45), nella vicenda di Cristo tra gli uomini si mostra la verità stessa di Dio. E la limpidezza di questa verità passa attraverso la fedeltà di Dio alla carne dell’uomo. In Dio non c’è altro mistero che quello dell’amore.

Ma questo tutti quelli ai piedi della croce lo capiranno giorni, se non mesi o anni, dopo. Eccetto uno, quello che ti guarda dritto in faccia con un volto di scimmia. Ovvero, Satana, detto anche scimmia di Dio, colui che cerca di imitare Dio.

rosso-fiorentino

Questa scimmia di Dio non crea, ma devia quanto già creato. Se Dio crea relazioni con l’uomo come mistero inesauribile da vivere, la scimmia insinua nella relazione un segreto da possedere: all’oltre di una continua creatività sostituisce la chiusura di una formula da sottrarre. Al libero consegnarsi sostituisce l’inaffidabile dinamica dell’appropriarsi. L’antico serpente del giardino scimmiotta Dio.

Ora, la grande scimmia è vestita da guerriero, come se avesse vinto la battaglia. Il suo avversario, infatti, giace morto.

Solo che, a ben guardare, un cappio stringe già il collo della scimmia. Satana sta per essere legato, questo è quanto gli spetta. Anche se non si vede dove stia l’estremo della corda che lo bloccherà e lo priverà  definitivamente della sua potenza. Fatto sta che quando lui pensa di aver vinto, lì inizia la sua sconfitta. “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 31). Se la Signoria è servizio, la debolezza assume la massima forza. Qui la verità esposta fino alla morte diventa come elenctica. E la croce diventa trono. E la deposizione del Re dei Giudei diventa elevazione alla regalità universale.

Il dipinto è una deposizione del pittore Rosso Fiorentino e si trova nella chiesa di San Lorenzo a Borgo Sansepolcro. Le foto a disposizione non hanno una definizione sufficiente per individuare chi sia e cosa stia facendo la figura che entra nel quadro da destra con il dito puntato vicino all’uomo scimmia. Se qualcuno potesse dircelo penso che la lettura dell’opera ne guadagnerebbe molto.