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“Io la Pietà di Michelangelo non l’ho mai vista. Ma sapere che c’è mi allieta i giorni”.
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“Io la Pietà di Michelangelo non l’ho mai vista. Ma sapere che c’è mi allieta i giorni”.
La sintesi di questo post è data da due immagini. Due immagini da basso impero.
La prima è l’immagine più cliccata, tramite google, in questo blog, negli ultimi sei mesi: il quadro di Jenny Saville.
Carne esibita, senza ritegno, pesante e ferita. Tutta lì. Unico scampo, sembra dire, è accelerare la trasformazione, il disfacimento della carne. La grazia è intesa come colpo di grazia.
Nel suo libro, Transumananze, Ivan Nicoletto, guardando i quadri di Saville, interpreta quella carne esibita su tele molto grandi come una forma di pietas carezzevole. Io credo, invece, che la carne sia esposta così grande e così da vicino perché, sgranandosi in particelle, possa scomparire prima. La leggerezza è ricercata nella dissoluzione: la Saville crede nell’anima e lavora affinché l’anima prevalga e sia affrancata dai giorni della storia. Per questo accelera la fine della materia.
Anche Eliogabalo, imperatore di Roma, nel suo palazzo, inseguiva impellicciato i corpi evirati e, nell’arena, elargiva il sangue dei tori scannati. Gettò la toga romana e indossò la porpora fenicia. Riempiva col circo la pancia ai poveri. Voleva dilapidare il patrimonio dell’impero romano, voleva dissolvere il mondo allora conosciuto.
Seconda immagine. Sul sito del Sole24ore di questi giorni, i titoli che notificano i crolli dei mercati vengono coperti da una pagina pubblicitaria, da un pop-up che a piena pagina spalanca questa foto della campagna pubblicitaria “autunno inverno 2008-09″ di Gucci.
Il lusso invade mentre crolla il regno della finanza. Tipico immaginario da basso impero. Cosa mai vorranno dire, oggi, ieri, sempre, queste tre grazie saltellanti, queste menadi dall’aspetto cagionevole e col papavero sotto il naso. Ancora una volta, Eliogabalo, colui che entrava a Roma a passo di cimbali, tamburelli e pifferi, mostrando il sedere in mezzo a un’iride di piume che sbattevano al vento, si rivela un buon suggeritore per queste tre perditempo ferine.
Crisi e dualismo
I periodi di crisi si caratterizzano per un dualismo: eterno e storia, uomo e mondo, anima e corpo si dividono. La storia, il mondo, il corpo, il molteplice e la materia, sono giudicati un male radicale, e quindi irrecuperabili. Quanto appare come materiale, quanto deperisce viene abbandonato e lasciato alla deriva.
Queste due immagini di arte e di moda mostrano una impietosa scelta di fronte alla manifestazione della crisi. Una coerente espressione dell’opzione dualista.
La moda, come l’arte, è sopraffatta da un’ansia continua di dover stupire, dalla volontà maniacale di provocare, dall’accumulazione bulimica di suggestioni. Questo succedersi di scelte irrelate che seguono il capriccio di pochi mistagoghi diventa possibile se il corpo è svalutato, se è considerato come realtà amorfa. Se non è portatore di un fine, può portare qualsiasi cosa. Tale è l’incuranza verso il corpo che viene ritenuto capace di sopportare ogni trovata. La moda, infatti, è doppiamente equivoca. Sia nei confronti di se stessa (quello che segue non deve rispondere a quello che precede), sia nei confronti del corpo (non c’è alcuna direzione della moda perché al corpo non viene riconosciuto nessun senso, nessun significato cui la moda si debba adeguare). La moda non ha senso del ridicolo perché, in primo luogo, non riconosce un senso al corpo che veste.
Il lusso, nella moda, è ridotto a ricoprire il corpo come lo ricopre una maschera mortuaria. Sotto l’oro c’è un corpo amorfo che può solo macerare.
A fondamento di questo non riconoscimento di un senso proprio del corpo, c’è un odio per il corpo. Che lo vuole vanificare, lo vuole dissolvere. Un odio che si manifesta nella lucidità dell’anoressia. E suo fondamento è il dualismo, dove l’anima per salvarsi combatte contro il corpo.
Fatto fuori il corpo, non ci sarà più nemmeno la storia portatrice di pena.
Et-et
Per uscirne, la via è quella tradizionale: et-et, unità contro il dualismo. L’immagine che mi torna sempre in mente per sintetizzare questa via è quella della città fortificata sul monte, dove può perdurare l’educazione a ciò che trattiene dalla dissoluzione. Una città con grandi porte, in modo che possa continuare anche la comunicazione e la comunione con il mondo, in modo che possa essere rinnovato, ricreato con amore. Perché, come forestieri che abitano la propria patria (Cfr. Lettera a Diogneto), come apocalittici e allo stesso tempo integrati, si possa continuare a far vedere il kosmos, unità di eterno e storia, uomo e mondo, anima e corpo.
Giorni questi dedicati alla Dei Verbum.
Se c’è qualcuno cui piace tirar fuori la battuta che i cattolici leggono la Bibbia da 50 anni, e che il Concilio di Trento ne ha impedito la conoscenza, e che i protestanti quelli sì che la leggevano, eccetera eccetera, forse farebbe bene a leggere questo articolo qui sotto. Non dico che cambierà idea, ma gli verrà il dubbio che la realtà è sempre più complessa.
La Bibbia come Musa. Il fondamentale ruolo dei testi sacri quali sorgenti d’ispirazione della letteratura di Carlo Ossola
«Un libro sacro è normalmente scritto con almeno la “concentrazione” della poesia, tanto da essere, come la poesia, strettamente legato alle condizioni della propria lingua»: così comincia Il Grande Codice. La Bibbia e la letteratura di Northrop Frye, tradotto da Einaudi nel 1986 (ed edito cinque anni prima in inglese). L’autore canadese (1912-1991), illustre Maestro dell’Università di Toronto, era già noto in Italia per i suoi studi: Anatomia della critica (Einaudi, 1969) e Tempo che opprime, tempo che redime. Riflessioni sul teatro di Shakespeare (il Mulino, 1986).
Quando lo incontrai, a Toronto, nel maggio 1985, nel corso del XII Congresso Aislli (Associazione internazionale per gli studi di lingua e letteratura italiana) ove fu brillante relatore, alla domanda perché si fosse accinto a quell’immane impresa, rispose sorridendo che, invecchiando, teneva solo corsi generali per le matricole e accorgendosi – in una città multietnica come Toronto – che per la maggior parte degli studenti la Bibbia era ormai un mondo senza nome, aveva nei suoi ultimi anni di insegnamento tenuto corsi solo su Bibbia e letteratura, in quel modo ampio e sistematico che ancora leggiamo nella sua «Introduzione»: «Si inizia con ciò che ho isolato come le sette fasi di quella che viene tradizionalmente chiamata la rivelazione: creazione, esodo, legge, sapienza, profezia, vangelo e apocalisse». Aggiungeva, per completare quanto era migrato nell’immaginario occidentale, il Libro di Ruth, il Cantico dei cantici e i molteplici rivoli degli Apocrifi. Vedeva, da gran saggio, che la letteratura vive di memoria biblica, ma che essa – spente le credenze – non è più l’ordito su cui si intreccia, tra autore e lettore, la complicità di sensi per cui a Dante era bastato citare e illustrare il salmo In exitu Israel de Aegypto per spiegare tutti i livelli di
significato della sua Commedia. Quel libro fu antesignano di un profondo ripensamento: alla spiccia indagine sincronica delle “strutture” di un testo (che allora furoreggiava) cominciarono ad affiancarsi studi più meditati su questo «alveo mnemonico» rappresentato dalla Bibbia; poco più tardi D.L. Jeffrey pubblicò un efficace Dictionary of Biblical Tradition in English Literature (Grand Rapids, MI, Eerdmans,1992, pagg. 960); e ora in Spagna la benemerita Fundación San Millàn de la Cogolla lancia un ambizioso progetto in più volumi, La Biblia en la literatura española, del quale i primi due tomi, ora apparsi e dedicati alla «edad media» sono un’eccellente esemplificazione, intorno al testo e all’immaginario che esso ha suscitato. In Italia, certo, molto fanno le edizioni del Sismel, sotto la guida di Claudio Leonardi e Agostino Paravicini Bagliani, molto – almeno per la tradizione dei classici e dei Padri – la Fondazione Valla, Jaca Book – come testimonia il libro qui segnalato -, Città Nuova e altri piccoli e medi editori. Ma manca lo sguardo d’insieme, il repertorio o il saggio – tante volte in più capitoli delineato da Giovanni Getto – che mostri la continuità di questa fedeltà, nella letteratura italiana, tra Bibbia e invenzione poetica.
Un celebre editore, al quale ho sottoposto il progetto di un affresco, in più volumi, dedicato a Bibbia e letteratura italiana, mi ha risposto: «Spiacente, ma l’argomento è troppo specialistico»! È diventato specialistico perché la letteratura non parla più – se non raramente – dei destini dell’uomo, della lettura del cosmo, del senso del vivere, e la Bibbia non è più percepita come manuale di vita, di epica di un popolo, di avventure di gloria e d’amore, di tradimenti e dannazione, di visioni e profezia, di battaglia contro la morte, quale è stata per centinaia di generazioni. Del resto, che sarebbe la Bibbia, senza la letteratura? Chi ricorderebbe più il «Cantico dei tre fanciulli» nella fornace ardente (Daniele, 3, 51-90), senza la sintesi mirabile e riscrittura che ne ha fatto san Francesco nel suo Cantico, proprio a esordio della letteratura italiana? E non sarebbe che un “figurante” della Passione, Ponzio Pilato, senza l’incessante riscrittura che ne ha fatto il romanzo, da Anatole France a Roger Caillois, senza contare Il Maestro e Margherita di Bulgakov. La Bibbia non è conservata dalle Encicliche, dai decreti, dai Concili delle Chiese: quando mai si cita il Credo pensando all’interminabile controversia teologica del Filioque, mentre invece salgono alle labbra e alla
memoria le volute, da Bach e da Mozart, dei «visibilium omnium et invisibilium» (da Col., 1,15-16)? E la Bibbia, ancora, non è conservata dall’umiliante ricalco che ne fanno oggi i “letteralismi” fondamentalisti (della creazione, o della fine del mondo) di sette, più o meno “rigenerate”, da una parte e dall’altra d’Atlantico: tolgono a essa l’impeto del “sempre nuovo”.
Il mondo medievale, e Dante su tutti, aveva capito che la Bibbia è opera in futurum e, almeno per trattenere un po’ del suo straripante significare, aveva distribuito la sua “leggibilità” su quattro registri – letterale, allegorico, tropologico, anagogico – in modo che lo stesso passo portasse dalla lontana liberazione di Israele dalla schiavitù d’Egitto alla liberazione dell’umanità tutta dalla morte nel tempo ultimo della Gloria.
La Bibbia fondò la letteratura e le letterature l’hanno gelosamente riscritta, hanno lottato con essa, con la sua grandiosa epica e domestica quotidianità: chi troverà maledizione più cruda di quel paolino «La loro gola è un sepolcro spalancato» (Romani, 3, 14)? Chi troverà ragioni più vigorose alla dignità del lavoro umano, che quel versetto di Zaccaria: «In quel giorno ogni profeta si vergognerà della visione che avrà annunciata, né indosserà più il mantello di pelo per raccontare bugie. Ma ognuno dirà: “Sono un lavoratore della terra, a essa mi sono dedicato fin dalla mia giovinezza”» (13, 4-5).
Salutiamo con gioia questi libri bene auguranti; interrompano, almeno per un poco, il clangore dissonante che ci avvolge, che ci impedisce di udire la voce di Matteo, 11, 17: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, / abbiamo cantato un lamento e non avete pianto». (Il Sole 24 ore, 17 agosto 2008)
– «La Biblia en la literatura espanola», sotto la direzione di Gregorio del Olmo Lete, voll. I.1 e 1.2 (coordinati da Maria Isabel Toro Pascua), Trotta, Madrid, pagg. 304 + 280, s.i.p.;
– Philippe Sellier, «La Bible expliquée à ceux qui ne l’ont pas encore lue», Seuil, Paris, pagg. 368, € 20,00;
– Enzo Noè Girardi, «Letteratura italiana e religione negli ultimi due secoli», Jaca Book, Milano, pagg. 250, €22,00;
– Gabriello Chiabrera, «Poemetti sacri. 1627-1628», a cura di Luca Beltrami, Simona Morando, Franco Vazzoler, Marsilio, Venezia, pagg. 304, €19,00.
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Due settimane dopo sempre su “Il sole 24 ore” viene pubblicata, a commento dell’articolo, questa lettera firmata da Massimo Rubboli dell’Univeristà di Genova (e autore del libro “I Protestanti”, Il Mulino):
L’articolo di Carlo Ossola dedicato all’influenza dei testi sacri nella letteratura di vari paesi, pubblicato su Domenica del 17 agosto, non fa riferimento a un dato storico di straordinaria importanza, indispensabile per comprendere il diverso ruolo che la Bibbia ha avuto nella società e nella cultura di paesi come l’Italia, la Spagna, l’inghilterra, la Scozia o la Germania. Per quanto riguarda la nostra penisola, infatti, va ricordato che la Bibbia in lingua volgare fu estirpata dal Concilio di Trento in poi (si veda il bel libro di Gigliola Fragnito, La Bibbia al rogo, il Mulino, 1997) privando per due secoli la cultura italiana del testo che divenne l’opera più letta nelle lingue vive di altri paesi. Se è vero che le persone con un certo grado di istruzione conoscevano il latino, non è la stessa cosa leggere i testi sacri come un testo riservato a una ristretta cerchia di persone e leggere la Bibbia tradotta dai testi originali in una lingua viva, come avvenne nei paesi ove si diffuse la Riforma protestante. Neanche la Bibbia in lingua italiana dell’abate Martini, pubblicata nel 1769, modificò sostanzialmente l’atteggiamento nei confronti della Bibbia, che due secoli di repressione ecclesiastica avevano reso un libro pericoloso da leggere e possedere.
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Risposta di Carlo Ossola
La lettera del professor Massimo Rubboli avrebbe potuto essere incrementata, a beneficio della sua tesi, anche dal successivo libro di Gigliola Fragnito Proibito capire: la Chiesa e il volgare nella prima età moderna (il Mulino, 2005). Ma quest’ottica più si radicalizza, e più sostiene e conferma il mio ragionamento: e cioè che proprio la letteratura abbia, dal Mondo creato del Tasso all’Inno dei Patriarchi del Leopardi riscritto e perpetuato, in volgare, la Bibbia. Purtroppo mentre infiniti (e stereotipi) sono gli studi sulla censura in Italia, molto minori sono quelli dedicati alle riscritture della Bibbia: non solo quelle colte, alla Tasso appunto (che accompagna il riformato Du Bartas e precede Milton), ma anche quelle più orecchiabili e cantabili come il prodigioso Filippo Tomassini, che ridusse la Bibbia a oratori per musica: “Oratorio sacro overo Intermezi sacri con prosa, ode, liriche, e sonetti. Sopra l’istorie principali della Sacra Biblia. Opera per li compositori di musica, e per li predicatori, belli ingegni, e curiosi” (Venezia, per Domenico Lovisa, 1702, 2 volumi). Preparava così il successo degli Oratori sacri di Metastasio, nei quali la storia di Giuditta, la Betulia liberata, avrà poi la musica di Mozart. E ascoltando quel testo, vien davvero da pensare che abbiano avuto più feconda lettura, e abbiano meglio insegnato, i volgarizzamenti riformati di Joachim Greff? Cerchiamo di essere storici a parte intera: si visiti anche la sola biblioteca di casa Leopardi, e si vedrà di quanta Bibbia fosse pieno il Seicento e il Settecento. Il vero problema è che la Bibbia è “estirpata”, oggi, per omissione, sì che prestiamo ai secoli precedenti quella che semplicemente è la nostra ignoranza.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa (Mt 10, 42).
Dare acqua, ma avendo cura che sia fresca. Non c’è solo l’indicazione di andare incontro al bisogno, ma di andare incontro al bisogno con attenzione, con amore.
Abbiamo percorso tutto l’edificio della chiesa, e l’edificio chiesa edifica chi lo percorre. Non si esce da lì come ci si è entrati, ma trasformati. Infatti, Dio non cambia il mondo, ma cambia gli uomini affinché cambino il mondo partecipando all’opera di Dio nella creazione.
Ite missa est: il cristiano riceve il mandato di evangelizzare, di portare la novella, che è anche buona novella. Nella concretezza, questo mandato si esprime provvedendo alle opere di misericordia corporale e spirituale. Ecco quindi le opere per la carità, per l’istruzione, per la liturgia. Luoghi non tanto funzionali a calmare un bisogno. Ma capaci di destare il desiderio di vita eterna che quel bisogno conserva. Come una colonna tortile ben scolpita. E di questa vita capaci di consegnarne una caparra. Come un bicchiere d’acqua, fresca.
Conversando con Pia Compagnoni, impareggiabile guida biblica di Terra Santa, si parlava del logo che distingue (o perlomeno distingueva) l’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo.
Il marchio indica stilizzati gli esploratori che inviati da Mosé nella terra di Canaan “giunsero fino alla Valle di Escol, dove tagliarono un tralcio con un grappolo d’uva, che portarono in due con una stanga” (Nm 13, 23). Tornando con un simile trofeo potevano testimoniare che è “davvero un paese in cui scorre latte e miele; ecco i suoi frutti” (Nm, 13, 27).
In quella stanga con il grappolo d’uva, già i primi commentatori cristiani hanno riconosciuto una prefigurazione della croce e del corpo di Cristo: “Figura Christi pendentis in ligno” scrive Evagrio Monaco nella Disputa tra Teofilo e Simone. Anche i due portatori hanno un significato: quello davanti rappresenta Israele e quello dietro la Chiesa. Entrambi si dirigono verso la stessa meta, guidati dalla medesima speranza. Li differenzia il fatto che mentre Israele ha di fronte a sé l’orizzonte vuoto, la Chiesa procede vedendo Cristo e il legno della Croce, ovvero quanto la congiunge a Israele, radice che precede, e quanto la differenzia, l’innesto che segue.
Il cammino comporta fatica. Massimo Vescovo di Torino nel commentare (Omelia 79) le figure dei portatori, scrive: Judaeus enim prior est, Christum in lege portat, et nescit, et retrorsum eum ponens quadam dorsi aversione contemnit, unde ait propheta: “Obscurentur oculi eorum, ne videant. et dorsum eorum semper incurvat” (Sal 69, 23).
E questo salmo è citato anche da San Paolo nella lettera ai Romani, il che ci porta direttamente nel mistero (Rm 11,25) di Israele, testimone, nella misura in cui mantiene la fede dei padri, di una elezione, “perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11, 29). Su questa radice santa (Rm 11,16), su questo mistero è stata innestata la Chiesa: il cammino quindi rimane, come per i due portatori, con due visioni diverse ma unito nella direzione, inseparabile ma inconfuso.
La piena riconciliazione, probabilmente, appartiene a una sfera escatologica, quando le differenze tra il prima e il poi, il già e non ancora, chi precede e chi segue saranno ricomposte in unità.
Il Battistero di Castiglione Olona con i dipinti di Masolino da Panicale.
Don Domenico Sguaitamatti, dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Milano, in pochi minuti, riesce a far emergere non solo lo stile di questo pittore toscano trapiantato in Lombardia, ma soprattutto i contenuti di fede presenti in questi dipinti.
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Ancora sul colore dei santi: ecco l’editoriale di Pierangelo Sequeri che Avvenire pubblicò a commento delle parole del Papa. Tranquilli, è un Sequeri godibile già alla prima lettura.
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Il mondo dei santi ha i “colori” dei nostri giorni. E di Dio
Pierangelo Sequeri
I santi non sono tutti uguali. Non solo nel carattere e nella personalità, nelle azioni e nella vita. Anche nella santità non sono uguali.
Non è una questione di gerarchia, quella che il Papa ha sollevato nella sua catechesi di ieri. È una questione di polifonia, di cromatismo, di bellezza delle differenze.
La santità non è quella luce bianca, purissima e monotona, alla quale abbiamo talora consegnato i santi, nel pensiero di uno stereotipo apparentemente devoto, in realtà estraniato ed esangue. Biancore luminoso, certo, ma anche un po’ lattiginoso e accecante, che abbiamo finito per confondere con la nebbia dell’indistinto in cui il mondo si perde. (Questi edifici-chiesa tutti luce, bianco, e grigiori riflettenti! L’ho detto).


[foto: sopra alerick86, sotto marycri]
La santità è a colori.
Citando il grande pensatore e scrittore Jean Guitton, il Papa enfatizza l’immagine: i santi sono «come i colori dello spettro in rapporto alla luce». Il cristiano autentico, il santo, in altre parole (è il Concilio Vaticano II ad aver proclamato la santità come «universale vocazione» e non «privilegio per pochi») è immagine del Signore al modo dell’icona. Anche la più semplice e povera rende accessibile l’evento originario della manifestazione di Dio, generando infinite varianti cromatiche e figurali. Non è uno stampino per replicanti di serie. È un tema musicale per variazioni audaci e creative.
Nella società degli umani, la santità inventa contrappunti ingegnosi e felici, che sconfiggono l’informe e l’uniforme della massificazione più ottusa.
La santità cristiana abita con tenace fervore la grazia offerta al mondo della vita, e persino alle bassezze della vita quotidiana: senza fanatismi, senza risentimenti. Pietro e la Maddalena vi si lasciano includere entrambi, per essersi fatti trovare al crocevia del Figlio, in cui la santità di Dio si dispone all’abbraccio della creatura.
Sono cose della santità evangelica, che una religione puritana o gnostica, come anche una ragione ideologica, di lotta o di governo che sia, non può comprendere. Sono cose della santità evangelica, che una cultura anaffettiva e utilitaristica, intenta a selezionare replicanti biocompatibili con la sua omologazione, mette in conto perdite. Di fatto, però, la comunità umana deve la sua sopravvivenza – come «comunità» e come «umana», in tutte le forme – a questa incessante rifrazione della santità evangelica nel quotidiano dell’esistenza, dove gli uomini e le donne (e i bambini!) di questo pianeta sanno bene che cosa fa la differenza, che ti trattiene dalla disperazione.
Moltissimi – la maggior parte, verosimilmente – sono uomini e donne «i cui nomi sono noti soltanto a Dio, perché sulla terra hanno condotto un’esistenza apparentemente normalissima». Ebbene, «proprio questi santi normali sono i santi abitualmente voluti da Dio», dice Benedetto XVI. Forse in ogni chiesa ci dovrebbe essere, insieme con quella delle simpatiche e variopinte devozioni locali, l’immagine – molto ‘colorata’ – del ‘santo anonimo’ che ci tiene in vita.
Il quadrato bianco su bianco di Malevic non è il mondo perfetto di Dio. Al più, la tela vergine, nuova di zecca – libero estro di un invenzione pura, dal nulla – sul quale raccontare di Lui e lasciar raccontare di noi.
Nell’invenzione del colore è il divino. Il mondo che siamo destinati ad avere in comune, noi e Dio, è a colori, non in bianco e nero. Ed è già abitatissimo, grazie a Dio.
(Avvenire, 21 agosto 2008)
Cerca. Trova. Ama.
Ci si converte a chi è capace di amare. Se ogni opzione in cui ci si imbatte porta scritto più in là e si giunge fino alla croce, avviene che si staglino innanzi il giallo e il rosso, la gloria e il sangue.
Si baciano quelle ferite per sanare le proprie. Devozione è guarigione. Anche se perdura il dolore e giunge la morte. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio diDio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2, 20). E Sant’Ambrogio ricorda: Cristo non è salito sulla sua ma sulla nostra croce.
Lo dicevamo, è Dio che prende iniziativa e, affidabile, viene incontro. Ma, attenzione, allo stesso tempo, chi non si stringe alla croce fino a tagliarsi non è degno di lui. E S. J. Escrivà scriveva: stare con Cristo, vuol dire , senza possibilità di dubbio, imbattersi nella sua croce… Se ci abbandoniamo nelle mani di Dio, è frequente che egli permetta che assaporiamo il dolore, la solitudine, le contrarietà, le calunnie, la diffamazione, la derisione, dall’interno e dall’esterno: perché vuole configurarci a sua immagine e somiglianza (Amici di Dio, 301 - Le citazioni di questi due paragrafi sono tratte da Michele Dolz, Lo splendore delle cose, Ancora, nel capitolo dedicato all’artista Arnulf Rainer).
E’ innegabile che giunti a questo punto, di fronte al crocifisso del presbiterio, un senso di sproporzione e di inadeguatezza possa troncare il nostro itinerario.
Ecco, allora che giunge l’aiuto, e sempre attraverso immagini e segni sensibili: ai lati dell’aula o delle navate, infatti, ci sono immagini, dipinti, sculture dei santi. Esempi concreti di trasormazione del cuore, perché cercare, trovare, amare, non è impresa astratta e lontana, non è impresa senza speranza.
Ecco come Benedetto XVI ci invita a guardare ai santi:
Giorno dopo giorno la Chiesa ci offre dunque la possibilità di camminare in compagnia dei santi. Scriveva Hans Urs von Balthasar che i santi costituiscono il commento più importante del Vangelo, una sua attualizzazione nel quotidiano e quindi rappresentano per noi una reale via di accesso a Gesù. Lo scrittore francese Jean Guitton li descriveva “come i colori dello spettro in rapporto alla luce”, perché con tonalità e accentuazioni proprie ognuno di loro riflette la luce della santità di Dio…
La loro esperienza umana e spirituale mostra che la santità non è un lusso, non è un privilegio per pochi, un traguardo impossibile per un uomo normale; essa, in realtà, è il destino comune di tutti gli uomini chiamati ad essere figli di Dio, la vocazione universale di tutti i battezzati. La santità è offerta a tutti; naturalmente non tutti i santi sono uguali: sono infatti, come ho detto, lo spettro della luce divina.
E non necessariamente è grande santo colui che possiede carismi straordinari. Ce ne sono infatti moltissimi i cui nomi sono noti soltanto a Dio, perché sulla terra hanno condotto un’esistenza apparentemente normalissima. E proprio questi santi “normali” sono i santi abitualmente voluti da Dio. Il loro esempio testimonia che, soltanto quando si è a contatto con il Signore, ci si riempie della sua pace e della sua gioia e si è in grado di diffondere dappertutto serenità, speranza e ottimismo.
Considerando proprio la varietà dei loro carismi, Bernanos, grande scrittore francese che fu sempre affascinato dall’idea dei santi – ne cita molti nei suoi romanzi – nota che “ogni vita di santo è come una nuova fioritura di primavera”. Che ciò avvenga anche per noi! Lasciamoci per questo attrarre dal soprannaturale fascino della santità! Ci ottenga questa grazia Maria, la Regina di tutti i Santi, Madre e Rifugio dei peccatori (dall’udienza del 20 agosto 2008).
Segni 6.1: continua con articolo di Pierangelo Sequeri.
[Riprendo la sequenza di post che ho ricapitolato anche nella blogroll sotto il titolo di Itinerarium in Ecclesia Dei]
Passare attraverso il Portale ricostituisce anche fisicamente la comunità dei fedeli: Voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale (1Pt 2,5). L’unità del popolo di Dio è data da un cammino indirizzato verso un fine comune. E il fine è segnato dal crocifisso.
Questo cammino nella comunione non è affidato solo agli uomini e alle donne. Ma è Dio, per primo, che si fa affidabile e viene incontro agli uomini e alle donne.
Due sono i segni visibili di questo venire incontro di Dio.
Innanzitutto l’ambone. Luogo della parola di Dio, e quindi della sua tenerezza e della sua tenacia. Il suo popolo, infatti, è stato cresciuto e educato, un po’ alla volta, ad avere confidenza con lui.
Perché porzione del Signore è il suo popolo.
Egli lo trovò in terra deserta,
in una landa di ululati solitari.
Lo circondò, lo allevò,
lo custodì come pupilla del suo occhio.
Come un’aquila che veglia la sua nidiata,
che vola sopra i suoi nati,
egli spiegò le ali e lo prese,
lo sollevò sulle sue ali,
Il Signore lo guidò da solo,
non c’era con lui alcun dio straniero.
Lo fece montare sulle alture della terra e lo nutrì con i prodotti della campagna;
gli fece succhiare miele dalla rupe
e olio dai ciottoli della roccia;
crema di mucca e latte di pecora
insieme con grasso di agnelli,
arieti di Basan e capri,
fior di farina di frumento
e sangue di uva, che bevevi spumeggiante (Dt 32,-14)
E poi c’è l’altare. Perché Dio non si è limitato a parlare, ma si è fatto lui stesso uomo in mezzo agli uomini:
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1, 14)
Niente delle verità antiche, niente degli antichi precetti è andato perduto, ma tutto è passato a uno stato migliore. Tutte le Scritture si riuniscono nelle mani di Gesù come il pane eucaristico, e, portandole, egli porta sé stesso nelle sue mani: “tutta la Bibbia in sostanza, affinché noi ne facciamo un solo boccone…” (De Lubac, Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura)
Ambone e altare: Dio viene incontro come parola e cibo di vita eterna, uniti nella persona di Cristo. Egli ha condiviso tutto: ha vissuto, ha insegnato, ha pregato, ha sofferto, è morto. E con la risurrezione ha mostrato a quale pienezza di vita tutta la creazione è chiamata.
A questo punto ci troviamo di fronte a un’altra soglia, non più di pietra e mattoni. Ma una soglia che è dentro il cuore.
Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne (Ez 11, 19).
Per niente facile, dato che l’abbraccio in cui riconoscersi appartiene a un corpo fisso a una croce. Cuore, croce, piaghe, morte, ma anche risurrezione e ascensione: sono parole tentate dal ribrezzo. A Nicodemo, che ha abbracciato quel corpo morto, era stato detto, nella notte, che la nuova forma passa attraverso una nuova nascita. E la vita nasce nell’attesa e nella fatica. E nella grazia. La rigenerazione, infatti, non avviene solo esercitando la sapienza in direzione dell’alto. Ma avviene dall’alto. Perché quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12,32). Sulla croce avviene il compimento dell’opera di rivelazione di Dio, e possiamo indicarla come terzo segno che mostra nella chiesa il venire incontro di Dio all’uomo.
Chi è rigenerato dall’alto, chi ha il cuore nuovo, riconosce nel crocifisso una bellezza. Che non è la bellezza dell’incanto e del puro. Ma di colui che assumendo la forma del servo, sfigurato, si è consegnato fino alla morte e ha mostrato lo splendore della verità affidabile.