Le dodici ceste (fine)
Abbiamo visto che le imprese, nella misura in cui sono animate da un istintivo e sano realismo, sono consapevoli della necessità della creatività per sopravvivere. Questa esigenza le porta a cercare cooperazione in ambito artistico in virtù di una comune spinta a creare.
Il rischio è che le imprese, tendenzialmente sprovvedute da un punto di vista culturale, si affidino non a chi crea, ma a chi è dotato di un efficace ufficio stampa che racconta, inventa e fa credere che ci sia qualcuno che crea. Partono per cercare creatività e trovano asserzioni della levatura del mi piace - non mi piace, io la penso così - tu la pensi colà.
Il fatto è che non ci può essere cooperazione lì dove non c’è trasmissione di conoscenza. E non ci può essere trasmissione se tutto si risolve in impressioni soggettive. Non solo, ma non ci può essere neppure creazione di reale novità se il riferimento è dato dall’apprezzamento di quanto è consono alle attese delle proprie emozioni. Anche la cosiddetta arte provocatoria non esce dall’ambito dell’atteso, solo che lo marca di segno opposto. L’arte in questo modo si ritrova chiusa tra la funzione ornamentale e quella banalmente retorica.
Se la preoccupazione è il mi piace - non mi piace (ovvero quanto si aspetta il mercato o quanto è opportuno che il mercato si aspetti), se questa è la preoccupazione, dicevo, cade la possibilità di distinguere un quadro di Rembrandt da un quadro di Mirò, ma anche un quadro di Kounellis da un tramonto, da un copertone, dal succhiare una mentina.
Cosa insegna l’arte, cosa trasmette, cosa fa capire se non si esce dalle impressioni soggettive? Guardiamo alla Scuola di Atene di Raffaello, lì dove Euclide insegna piegandosi col compasso su una lavagna.
Il ragazzo più in basso sta seguendo il pensiero del maestro. Il ragazzo in piedi con l’indice teso è rappresentato nel momento della comprensione, dell’eureka. Quello col manto verde che indica la lavagna ha già seguito nella scoperta il maestro, ha già capito ed è pronto a trasmettere quanto compreso al ragazzo che si sta avvicinando da dietro e che compirà il medesimo percorso cognitivo degli altri. Insieme, formano la figura di una spirale aperta.
La creatività va trasmessa. O meglio, va educata la capacità creativa, la capacità di ripercorrere, rivivere, riconquistare le scoperte, gli innumerovoli eureka della storia. Ma per fare questo è necessario riguadagnare la consapevolezza stessa di cosa significhi creatività e di come questa competenza singolare sia adeguatamente fondata in un’antropologia cristiana, dove l’uomo e la donna sono fatti a immagine e somiglianza di Dio.
Si parlava nei post precedenti di distretto culturale evoluto, dove la cultura non si affianca alla produzione economica come discorso meramente decorativo o come intrattenimento turistico, ma partecipa come agente sinergico attraverso la propria esperienza e la propria pratica creativa. Si parlava di cultura come forza di coesione sociale, di condivisione degli obiettivi, di identità simbolica, di moltiplicatore delle risorse date. Ebbene penso che il cristianesimo nella sua universalità sia esempio di eccellenza e che anche in questa direzione abbia manifestato la propria fecondità. Non perché si risolva nell’essere una cultura (magari occidentale, magari efficiente). Qui, infatti, bisogna fare attenzione: ogni cultura è entropica e destinata ad esaurirsi. L’annuncio cristiano invece è lievito, è competenza che anima le culture, e lo è in primo luogo perché consapevole della propria creatività, della propria somiglianza a Dio e della chiamata alla partecipazione della creazione.
Nella sequela di Gesù è dato alla libertà dell’uomo di mettere a frutto il dono della creatività, di non essere limitati dalle risorse date, ma di moltiplicare i pani e i pesci. E sappiamo che ne avanzarono dodici ceste.