Il mondo economico, le aziende e le loro istituzioni di riferimento guardano con interesse ai beni culturali. E lo possono fare in modo più o meno illuminato.
Il più delle volte i beni culturali fanno da scenario. Ville e castelli vanno bene per cene con clienti e stakeholders. Firenze e Venezia sono ottimi parchi tematici dove invitare a un giro di giostra la forza vendita. Se, invece, si tratta di presentare la nuova linea di prodotti, vanno bene i vecchi capannoni dove offrire un aperitivo postindustriale: qui è d’uopo non farsi mancare l’installazione artistica a tema, di quelle che prendono tutto il pavimento di una stanza appositamente allestita; poi, siccome ciascuno si fa qualche riguardo a calpestarci dentro, ci si muove tutti attaccati alla parete col bicchiere di prosecco in mano.
A volte, i beni culturali fanno turismo. Allora basta prendere un antico chiostro e ci si mette dentro gli impressionisti. Se l’ufficio stampa lavora bene, arriva qualche milionata di persone. Il giro dura dai 45 ai 90 minuti: qui tutti lasciano i soldi del biglietto e la pipì. Qualcuno si è accorto che tutta questa gente vede solo dei quadri francesi di un secolo fa e che del posto non vede nulla. Da quest’anno, i paganti faranno anche il giro delle boutique in centro.
Qualche volta, i beni culturali sono una voce di detrazione fiscale.
Raramente, ma succede, l’impresa chiede al bene culturale di essere testimonianza di ciò in cui crede, di essere ciò che ancora non riesce a scorgere, di essere caparra della propria visione. Succede che l’impresa chieda al bene culturale di essere segno di una competenza, succede che chieda collaborazione nella formulazione di ipotesi, di partecipare dello stesso destino, nella comunanza della creatività.
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