Archivio per Febbraio 2008

Le dodici ceste - 3

Febbraio 27, 2008

Un tempo osannata, poi criticata, oggi rivisitata, la categoria analitica del distretto è applicata dagli economisti nel caso in cui, su un territorio, si dia una densità di imprese, solitamente piccole e medie, in grado di sostenere e coprire in modo integrato e interdipendente le specializzazioni necessarie a una determinata filiera produttiva.

Qui, ovviamente, non ci interessa di certo rivisitare tutta la letteratura sul tema. Ci interessa far emergere qualche tratto, come il fatto che per fare un distretto non basta mettere insieme le fabbrichette di una periferia industriale. Assieme alle piccole imprese, tra loro omogenee e allo stesso tempo indipendenti,  deve essere presente una comunità socialmente coesa dove trovi spazio una condivisione delle informazioni e la trasmissione di quelle competenze che si sviluppano per micro-aggiustamenti continui del proprio modello produttivo.

Si passa da distretto industriale a distretto culturale quando la filiera produttiva riguarda beni e servizi culturali. Qui, l’esempio madre è il progetto di sviluppo attuato dal Greater London Council negli anni ‘70 per rivitalizzare alcuni quartieri degradati attraverso la promozione dell’insediamento di attività legate all’arte e allo spettacolo (arti visive, performance dal vivo, fotografia, audiovisivi, moda, sport, circo..).

Diverse, poi, sono le tipologie di distretto culturale che si sono sviluppate nel tempo (l’elenco, breve ed efficace, che segue è ripreso da Walter Santagata in Cultural district and economic development, Ebla Center, UniTo, 2003).

1. Industrial Cultural District: è quello che abbiamo descritto sopra e che costituisce quel sostrato, quel “brodo di cultura” in cui si sviluppa uno spirito imprenditoriale auto-organizzato e molto definito da un punto di vista territoriale, sociale ed economico;

2.  Institutional Cultural District: questo modello si sviluppa lì dove la capacità produttiva ha raggiunto, solitamente in modo auto-organizzato, un grado di eccellenza;  le istituzioni, allora, si attivano per tutelare (con marchi collettivi, disciplinari condivisi, ecc.) il capitale culturale che presiede alla formazione di questo elevato standard qualitativo.

3. Museum Cultural District: sorge dove già è presente in modo localizzato un patrimonio artistico di grande valore, ad esempio nel centro storico. Qui solitamente è il settore pubblico che favorisce la costituzione di una rete museale. I vantaggi sono solitamente ricercati nell’incremento dei flussi turistici e nell’offerta di servizi collegati. Inoltre, se ne avvantaggia anche il capitale simbolico e identitario del territorio.

4. Metropolitan Cultural District: può essere considerato l’estensione del modello precedente. Accanto alla conservazione dei beni culturali si promuove l’insediamento di attività legate all’arte, allo spettacolo, alla “cultura”. Solitamente avvengono investimenti pubblici per strutturare spazi dove gli artisti possano lavorare ed esprimersi. Accanto ai flussi turistici si punta all’attrazione di professionalità qualificate in grado di influire sulla qualità della vita.

Questi quattro modelli difficilmente rimangono vitali a lungo se non si intersecano l’uno con l’altro. Anzi perché possa definirsi sempre più evoluto occorre che il distretto culturale

«non si limiti ad interagire con le altre dimensioni produttive del sistema locale nella misura in cui queste ultime possono giocare un qualche ruolo del funzionamento della filiera culturale tout court, ma devono essere coinvolte in un sistematico processo di scambio bidirezionale, che porta la filiera produttiva culturale ad essere profondamente integrata con altre filiere con le quali non esistono necessariamente relazioni precostituite di complementarità.

In altre parole, il distretto culturale acquista valore e significato nella misura in cui diventa un modulo produttivo che deve la sua specificità non tanto al fatto di generare profitto di per sé, quanto alla capacità di integrarsi di volta in volta con altri settori del sistema locale dando luogo a sinergie innovative altrimenti irrealizzabili.

In uno scenario nel quale la capacità competitiva si lega sempre di più all’orientamento all’innovazione, il ruolo della cultura è sempre più quello di operare come agente sinergico che fornisce agli altri settori del sistema produttivo contenuti, strumenti, pratiche creative, valore aggiunto in termini di valore simbolico ed identitario» (Pier Luigi Sacco, Sabrina Pedrini, Il distretto culturale: mito o opportunità).

Questa breve carellata ci porta a constatare che il mondo dell’impresa non solo riconosce un valore alla cultura (come lo può riconoscere un collezionista d’arte o un mecenate) ma dichiara di ricercarne la vicinanza per poterne condividere la pratica creativa. Dichiara di averne bisogno. Il che ci porta a chiederci se “la cultura” oggi diffusa sia capace di rispondere a questo bisogno.

link correlati:

good-will

artforbusiness forum

(3 - segue)

Le dodici ceste - 2

Febbraio 24, 2008

Chiedersi se la cultura possa creare sviluppo economico non ha tanto senso. Perché equivale a dire che lo sviluppo economico non è a sua volta cultura, che si può dare sviluppo economico senza cultura o peggio ancora che cultura sia quella cosa lì che sta per conto suo e che viene confezionata nella terza pagina del Corriere o al pomeriggio su Fahrenheit (sì, quelli  dell’acca in mezzo).

Eppure in molti se lo chiedono, ci scrivono sopra libri e ci fanno corsi universitari. E se lo fanno il motivo c’è: il più delle volte le imprese non si interrogano su che cosa stanno facendo. Ma fanno e basta. Assumono la cultura che c’è e la danno per scontata, cercando di camparci sopra. A volte va bene, a volte finisce subito. Perché ogni cultura (che possiamo definire come un sistema assiomatico dato) ha dei limiti intrinseci e si basa su risorse definite. Ogni azione d’impresa assume una determinata cultura, ne esaurisce le risorse e la satura della propria produzione. Le imprese producono un valore complessivo fissato dai limiti dati dalla stessa cultura nella quale scelgono di muoversi.

Esempio. Se la mobilità individuale si basasse ancora sul cavallo, oggi saremmo bloccati, perché saremmo tutti sommersi dallo sterco. Certo, oggi siamo sommersi dalle polveri sottili: ma non possiamo sperare molto di meglio se un’automobile come la 500, che si basa su una tecnologia vecchia di un secolo (motore a scoppio), viene decantata dall’intellighenzia come un miracolo del genio italico solo perché ci hanno installato sul cruscotto una chiavetta USB.

Ora, che ogni cultura abbia un limite intrinseco è nella natura delle cose. Il che non vuol dire che l’universo è una caldaia che si sta raffreddando e che le industrie accelerano l’entropia. Ma vuol dire che bisogna soffermare la propria attenzione sulla cultura della cultura,  ovvero sulla capacità di rivoluzionare il sistema assiomatico dato per generare nuovi orizzonti, nuovi limiti, nuova cultura.

La riflessione su come la cultura (con al sua dotazione immateriale fatta di conoscenza, competenza, esperienza) sia implicata nei processi di creazione del valore economico diventa particolarmente interessante nel momento in cui si esplicita nel modello del distretto culturale evoluto.

(2 - segue)

Le dodici ceste

Febbraio 23, 2008

Il mondo economico, le aziende e le loro istituzioni di riferimento guardano con interesse ai beni culturali.  E lo possono fare in modo più o meno illuminato.

Il più delle volte i beni culturali fanno da scenario. Ville e castelli vanno bene per cene con clienti e stakeholders. Firenze e Venezia sono ottimi parchi tematici dove invitare a un giro di giostra la forza vendita. Se, invece, si tratta di presentare la nuova linea di prodotti, vanno bene i vecchi capannoni dove offrire un aperitivo postindustriale: qui è d’uopo non farsi mancare l’installazione artistica a tema, di quelle che prendono tutto il pavimento di una stanza appositamente allestita; poi, siccome ciascuno si fa qualche riguardo a calpestarci dentro, ci si muove tutti attaccati alla parete col bicchiere di prosecco in mano.

A volte, i beni culturali fanno turismo. Allora basta prendere un antico chiostro e ci si mette dentro gli impressionisti. Se l’ufficio stampa lavora bene, arriva qualche milionata di persone. Il giro dura dai 45 ai 90 minuti: qui tutti lasciano i soldi del biglietto e la pipì. Qualcuno si è accorto che tutta questa gente vede solo dei quadri francesi di un secolo fa e che del posto non vede nulla. Da quest’anno, i paganti faranno anche il giro delle boutique in centro.

Qualche volta, i beni culturali sono una voce di detrazione fiscale.

Raramente, ma succede, l’impresa chiede al bene culturale di essere testimonianza di ciò in cui crede, di essere ciò che ancora non riesce a scorgere, di essere caparra della propria visione. Succede che l’impresa chieda al bene culturale di essere segno di una competenza, succede che chieda collaborazione nella formulazione di ipotesi, di partecipare dello stesso destino, nella comunanza della creatività.

(1-segue)

7

Febbraio 19, 2008

A proposito del numero sette in architettura.

La Sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso gli animali, ha preparato il vino e ha imbandito la tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: ” Chi è inesperto accorra qui!”. A chi è privo di senno essa dice: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato ”. (Prv 9, 1-5) 

Ambone, Pisano, Battistero di Pisa

Ambone, Nicola Pisano, Pisa, Battistero

Cripta e battistero

Febbraio 16, 2008

Spero di poter tornare a dedicarmi a questo blog settimana prossima. Nel frattempo vivo di rendita grazie alle competenze di chi legge questo blog e agli interventi fatti nei commenti.

In molte chiese, col Vaticano II, il battistero è stato avvicinato all’altare al fine di legare battesimo e tensione alla pienezza eucaristica. Considerazione di per sé ineccepibile, non fosse che il tentativo non è sempre ben riuscito e spesso più che una direzione e una tensione appare solo un accostamento. A volte poi la situazione è peggiorata dalla costruzione di battisteri costituiti da piscinetta piastrellata d’azzurro con inserti d’oro, finte rocce e rigagnolo d’acqua che più che il Giordano rievocano la hall dell’Hotel Excelsior di Diano Marina. Che non so se sia preferibile all’altra opzione che incombe: battesimo celebrato al centro del presbiterio con bacile di plastica portato dalla sacrestia e acqua tiepida conservata appositamente nel termos.

Queste brevi note per introdurre, invece, un interessante ragionamento che Paolo fa nei commenti del post precedente: “Con la riscoperta del Ciborio e della Croce sospesa sull’altare, vedrei bene la riscoperta della Cripta, reinterpretata come Battistero.
La Cripta è uno spazio ipogeo che permette il “nascondersi” espresso dal nome, un celarsi nel ventre della terra, laddove il Figlio dell’uomo promette alla generazione perversa e adultera il segno di Giona (Mt 12,38-40).
Nell’ottica battesimale la Cripta andrebbe ad ospitare la Vasca battesimale, elemento architettonico per la celebrazione del sacramento del Battesimo.
Tale collocazione della Vasca nello spazio ipogeo della Chiesa rende visibile il senso proprio del nome “battesimo” che significa “immersione”.
L’immersione nelle acque battesimali significa la partecipazione alla morte di Cristo per partecipare alla sua resurrezione. Significa essere sepolti con lui per poter risorgere con lui. Azione sacramentale che plasma lo spazio liturgico ad immagine del mistero celebrato.
Inoltre tale disposizione della Vasca battesimale esattamente sotto l’altare e perciò sotto la Croce sospesa sull’altare, rende evidente l’asse verticale lungo il quale è costruito l’edificio di culto cristiano, asse tracciato dalla Croce, dall’Altare e dalla Vasca. Con tale asse il mistero cristiano plasma di sè il Cosmo, i suoi tre piani (Cielo-Terra-Inferi), ognuno ospitante un segno efficace del Mistero di Cristo e da essi ri-orientato al Salvatore.
Come dal Cristo in Croce escono acqua e sangue, segni unanimemente interpretati come i sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia, così dalla sua Croce, vera e propria pietra angolare (cf Jean Hani, Il simbolismo del tempio cristiano, Roma 1996), sono generati ad un tempo l’Altare per celebrare il sacramento eucaristico e la Vasca per celebrare quello battesimale”.

Hakim, altro lettore, ricorda che un caso di questo genere costituito recentemente esiste: “Quest’estate ho visto un esempio di battistero nella cripta della Cattedrale di Boiano, in Molise. Si tratta di una soluzione recente, in quanto i lavori di risanamento della chiesa hanno reso necessario convogliare le acque di un fiume interrato che insidiavano la struttura. Al parroco don Angelo Spina (oggi vescovo di Sulmona) è venuto in mente che quell’acqua potesse servire per una celebrazione suggestiva e simbolica del sacramento del battesimo”.

Io da parte mia, oltre a ringraziare, metto qui due link dove si può intravvedere il battistero sotto l’altare nella cattedrale di Bojano: qui e qui.

Orientamento

Febbraio 9, 2008

Questi interventi si sono susseguiti in about, qui a fianco. Immagino quindi che non li abbia visti nessuno, e sarebbe un peccato. Li metto qui in successione.

paolo Dice:
Gennaio 26, 2008 alle 6:21 pm

La riforma liturgica che di fatto è stata attuata in seguito al Concilio Vaticano II, può essere identificata con due novità, le più evidenti: le lingue vernacolari e l’altare verso il popolo.
Delle due novità più evidenti l’unica prescritta dai documenti conciliari è l’introduzione delle lingue parlate che ha reso comprensibili i testi liturgici a tutti i fedeli, chiamati ad una “partecipazione attiva e consapevole” all’azione liturgica (Costituzione sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium n 36).
L’altare rivolto al popolo, seppure non sia prescritto da alcun documento conciliare, ma nemmeno vietato, fu una scelta che in breve tempo si diffuse in tutta la Chiesa Cattolica, imponendosi come la norma. Questo ha profondamente inciso sulla dinamica della preghiera liturgica. A mio avviso il cambiamento inerente l’altare è solo un capitolo del secolare disorientamento teologico-spirituale da cui è afflitta la Chiesa, disorientamento interiore che si rende visibile nel disorientamento spaziale degli edifici di culto.
Io reputo che l’orientamento della preghiera sia un suo elemento essenziale, poiché: “Nessuno ha mai visto Dio; l’Unigenito Iddio che è rivolto verso il seno del Padre, lui ne mostrò la via” (Gv 1,18).
Ritengo che l’orientamento sia inscindibilmente interiore ed esteriore, teologico e architettonico, spirituale e materiale, metafisico e fisico, eterno e temporale; ciò perché riflette la natura misteriosa, ovvero irriducibile ad una delle sue dimensioni dell’essere umano, composto da corpo, anima e spirito.
Qual è il tuo parere?

  • lc Dice:
    Gennaio 26, 2008 alle 10:49 pm
  • Ci provo. Penso che la liturgia non sia un monolite ma corpo vivo, come la Chiesa. E la vita perché vivi abbisogna di identità e differenza. E l’unica attività umana che distingue l’uomo (e quindi costitutivamente, cioè nel rapportarsi dell’umano all’essere) dal resto dei viventi è la creatività. Con Dio condividiamo, per analogia, il dono della capacità creativa. E la creatività è rivoluzione assiomatica, salto, ma non equivocità (dove vigerebbe solo l’avventura della differenza). Infatti, tutto è lecito, non tutto giova. Creatività allora si dà nel rapporto all’assoluto, assoluto che governa e dirige il muoversi della creatività nel mistero. E la fede ci dice che questa creatività è sostenuta nell’amore.
    Se il gesto dell’uomo non è creativo non è propriamente umano. Ma creatività non è solo novità, ma anche scoperta e riscoperta autentica di un pensiero creativo. Anche la liturgia deve essere riscoperta, rivissuta, ricreata. E’ infatti opus dei, anche proprio per quella partecipazione del dono della creatività.
    La liturgia non può essere soggetta alla sola differenza: la creatività senza identità è arbitrio. La liturgia non è umana se permane nella sola identità.
    Perché allora è stato possibile l’arbitrio liturgico (non sempre e in modo indiscriminato, ma comunque c’è stato e c’è tutt’ora), quel “tana libera tutti” dopo il Concilio Vaticano II? Perché una liturgia fissista, non ricreata, non riscoperta ma reiterata, era diventata ormai incomprensibile, un “celebrare alla parete” come ricorda Ratzinger in La Festa della fede. I gesti della liturgia se non ricreati e/o riscoperti nella loro validità dirimente diventano entropici come evidentemente era diventata la liturgia di Pio V (altrimenti ripeto non ci sarebbe stato quel diffuso arbitrio del dopo Concilio).
    Penso che la celebrazione verso il popolo costituisca un’innovazione coerente e sottolinei l’aspetto della partecipazione alla mensa eucaristica. Condivido il pensiero di alcuni importanti liturgisti che il rivolgersi del sacerdote al crocifisso, e quindi all’eschaton, insieme all’assemblea sarebbe importante e che dovrebbe distinguere e sottolineare maggiormante alcuni momenti della liturgia. Penso che l’attenzione data alla Parola dal nuovo ordinamento sia importante perché vitale per la fede (anche se proprio vogliamo secondario rispetto al dono della Parola fatta carne ovvero della sua Persona nell’Eucaristia) e che mi dà fastidio quando il lettore non legge bene. Penso che alla fin fine non sono un liturgista e che il mio parere non vale tanto…

  •  luigipuddu Dice:
    Gennaio 27, 2008 alle 9:43 pm 
  • “I gesti della liturgia se non ricreati e/o riscoperti nella loro validità dirimente diventano entropici”: non saprei dire di meglio!
    Però la questione dell’altare “versus populum” difficilmente può coincidere con quella della “comune partecipazione alla mensa eucaristica”, né si può risolvere dicendo, come nei nostri gruppi giovanili, che “Gesù non ha costruito un ara sacrificale; si è messo a tavola con i suoi”.
    Così si rischia di confondere il “segno profetico” (il pane e il calice del vino), l’ “evento fondatore” (il sacrificio della Croce) e la “reiterazione rituale dell’evento fondatore” (l’Eucaristia); la celebrazione eucaristica “prende” i segni profetici e li inserisce in una sequenza rituale che ci incorpora nel Sacrificio che ci costituisce. La Messa non è dunque la ri-presentazione dell’Ultima Cena, ma del Mistero Pasquale in toto (Croce – Risurrezione – Ascensione - Pentecoste). Ratzinger teologo (Festa della Fede) analogamente diceva che l’Ultima Cena detta il contenuto dogmatico dell’Eucaristia (l’istituzione, per usare un termine che oggi non piace), ma non la forma rituale.
    Qual è la via di uscita “rituale”? Direi che la via d’uscita è proprio la dimensione “rituale”. E qui soccorrono l’etnologia e la fenomenologia della religione (in singolare convergenza con il dato dogmatico): un pasto rituale non è irrelato, ma dice sempre dipendenza da un sacrificio.
    Come la tradizione cristiana ha recepito questa evidenza e l’ha iconizzata? In modo multiforme, certo. Ma l’iniziale tavola del Signore (non una tavola qualunque, ma sempre “dedicata”), anche quando era semplicemente tale, si è sempre pensata in comunione con l’avvenimento della Croce. Poi, a conferma, è venuta la scelta di erigere l’altare sulla tomba di un martire, cioè di chi più di ogni altro è stato esistenzialmente unito alla Croce di Cristo: ed ecco esplicitarsi il suo carattere di “ara del sacrificio”. Il progressivo “innalzamento” dell’altare non è stato, dunque, una perversione del primitivo celebrare (come sostiene un tedioso cliché), ma il recupero cristiano di un significato (ancora latente, per mera contingenza storica) ad un tempo pre-biblico, biblico e cristologico: l’altare come “luogo elevato”, dove avviene l’incontro decisivo tra la trascendenza del divino e il legame con l’umano (il Crocifisso stesso è innalzato).
    È stato dunque il provvidenziale approdo all’autentica teologia liturgica dell’altare cristiano: in Cristo (altare, vittima e sacerdote) esso è inscindibilmente “ara del sacrificio (= la Croce)”, “mensa del sacro convito”, “santo monte della definitiva alleanza tra Dio e l’uomo”.
    Che c’entra tutto questo con il “versus populum”? Il problema sono le discrasie generate dall’incongrua ricezione di questa modalità celebrativa.
    È modalità celebrativa comunionale? Certo! Ma il pasto rituale, all’origine, non aveva la disposizione che noi moderni usiamo per pranzo e cena (che vediamo raffigurata nella Cena leonardesca e, con piatta e banale riproposizione, nelle messe di certi movimenti religiosi attuali): aveva un “capo-tavola”, decisamente più cogente.
    E comunque “altare verso il popolo” non necessariamente significa (come in una acritica acquiescenza a ideologie assembleariste, orizzontaliste, negatrici del trascendente …) né altare “in mezzo (geometricamente parlando)”, né altare “sbattuto in faccia”.
    È forse venuto il momento propizio di necessari radicali correttivi (nella mentalità e nelle realizzazioni), che la tradizione - non tanto e non solo “tridentina” - conosce bene: tanto per iniziare, l’intima connessione con il Crocifisso (iconostasi latina, la definiva Ratzinger teologo), il rilancio del presbiterio e delle soglie di accesso… e, infine, il ritrovamento del ciborio/baldacchino e del suo simbolismo (l’effusione dello Spirito).
    La presenza del ciborio/baldacchino consentirebbe di integrare le diverse visioni celebrative (anche di chi vorrebbe che, durante il canone, tutti pregassero con lo sguardo “rivolto verso l’alto”): dal e ciborio il CROCIFISSO dovrebbe “discendere”, così sarebbe sospeso sopra l’altare, ma non direttamente a contatto, a modo di suppellettile.
    E non sarebbe affatto senza significati teologico-liturgici.

  •  paolo Dice:
    Gennaio 28, 2008 alle 10:01 pm
  • Nel dibattito vorrei evitare di incagliarmi nelle secche sterili della contrapposizione tra progressisti che fanno il tifo acriticamente per il Vaticano II e la successiva riforma liturgica da una parte e conservatori che non vedono altro che gli abusi altrui, cantando acriticamente le lodi del Tridentino e della sua liturgia.

    L’orientamento della preghiera è la questione. Tanto più perché non conosco un trattato scientifico o documento ufficiale sulla preghiera o sulla liturgia che riconosca l’orientamento della preghiera come una questione teologico-spirituale fondamentale.

    Per i mussulmani è fondamentale conoscere l’esatta direzione della Mecca per rivolgersi ad essa nella preghiera. Gli ebrei pregano in direzione di Gerusalemme. Gli indù pregano rivolti verso il proprio Sé (l’Atman che si identifica nel Brahman). La necessità di un centro è universale, sotto forma di polo, ombelico, asse del mondo.

    Per i cristiani il centro è Gesù Cristo. Un centro sui generis perché policentrico, essendo presente dove due o tre siano riuniti nel suo nome, realmente presente ovunque venga celebrata l’Eucaristia. Un centro sui generis perché eccentrico rispetto al mondo, sia nell’ordine dell’essere, poiché Egli è l’incarnazione della seconda Persona della Trinità ed in quanto Dio è prima del mondo; sia nell’ordine dell’esistere, dato che con la sua ascensione ha concluso la sua missione terrestre, iniziando la sua missione celeste di primo avvocato difensore alla destra del Padre e facendoci iniziare l’attesa del suo Ritorno come Giudice escatologico.

    Perciò i cristiani scelsero di pregare rivolti ad oriente, la direzione che meglio esprime il carattere eccentrico del cristocentrismo orante, che rivela l’attesa escatologica dello Sposo.

    Nei secoli si è molto affievolita l’attesa escatologica che anima gli scritti del NT: l’invocazione “maranathà” è divenuta formula vuota e incompresa; il tempo dell’attesa si è ridotto alle quattro settimane d’Avvento, ma con un cambio di prospettiva non indifferente, non più l’attesa della Parusia (l’unica possibile attesa) e della trasfigurazione della carne, quanto l’assurda attesa della prima venuta, l’incarnazione del Verbo. Il “già” prende il posto del “non ancora”.

    Prima si è persa quest’anima e poi anche il corpo si è deformato. I cristiani, ben prima di Beckett, come Godot non sanno più chi aspettano. Quindi anche le loro chiese non sono più orientate, ma plasmate dal caos primordiale. La deformazione degli edifici di culto cristiani ha avuto inizio con la perdita del loro orientamento spaziale, conseguenza del disorientamento spirituale di chi li edifica e causa di disorientamento per chi vi prega.

    Penso che il recupero e/o l’introduzione della Croce, sospesa sopra l’altare, con o senza il ciborio, ma non appoggiata come suppellettile, sia un primo passo utile e necessario per riorientare la preghiera dei cristiani.

    Un secondo passo potrebbe essere la riflessione sulla possibilità di usare tutti e quattro i lati dell’altare. Mi spiego. Sia l’uso tridentino che quello vaticano sono essenzialmente statici: il sacerdote prende una posizione rispetto all’altare e quindi rispetto all’assemblea e quella rimane per tutta la messa. L’ideologia che sottosta e che informa la Chiesa secondo l’uso tridentino dell’altare è altrettanto clericale di quella vaticana, in seguito alla staticità del sacerdote. Nell’uso tridentino lungo il solo asse verticale: assemblea - sacerdote - altare, effetto di una comprensione dell’Eucaristia solo come sacrificio. Nell’uso vaticano lungo il solo asse orizzontale: sacerdote - mensa - assemblea, effetto di una comprensione dell’Eucaristia solo come banchetto. In entrambi i casi si ha una riduzione del Mistero celebrato ad un suo aspetto, una perdita in cattolicità della fede.
    Non sarebbe meglio integrare le due prospettive e i due assi, usando i due lati maggiori dell’altare? Quando il sacerdote si rivolge a Dio a nome della Comunità dovrebbe andare davanti all’altare, sia nella navata giù dai gradini che nel presbiterio sopra i gradini. Viceversa quando il sacerdote di rivolge alla Comunità a nome di Dio dovrebbe andare dietro l’altare. Il moto regolare ed armonico del sacerdote attorno all’altare, mostrerebbe visivamente lamediazione compiuta una volta per tutte dall’unico Sommo Sacerdote.

  •  luigipuddu Dice:
    Gennaio 29, 2008 alle 10:22 pm
  • Sono spunti interessantissimi. Da parte mia solo alcuni rilievi.
    Non sottovaluterei assolutamente il ciborio, anzi lo ritengo primario, l’autentico correttivo dell’informe disarticolazione spaziale degli ultimi decenni (e della rigida rubricistica dei luoghi, propria dei decenni ancora precedenti): “manda il tuo Spirito, tutto è ricreato, nuova è la faccia della terra”.
    La fruizione dei lati dell’altare. Qui si dà per scontata la forma liturgica ordinaria, quella di Paolo VI, perché in quella tridentina il problema (apparentemente) non sembra porsi. Un primo aspetto è il presbiterio (“bema”, il rialzo da cui emerge l’altare; questo rialzo mitiga e ricodifica l’enfasi conviviale del “versus populum”): non è il luogo dove i preti stanno, ma dove vanno; non un comodo prender posto, ma una soglia iniziatica di accesso: “introibo ad altare Dei”. Nel suo imprescindibile “L’estro di Dio”, Sequeri coraggiosamente paragona i riti introduttori dell’antica e della nuova liturgia, dimostrando che l’antica è più fedele alle evidenze rituali native (e lo fa da teologo conciliarissimo, non da esteta retrogrado).
    I lati sono quattro, non due: quelli laterali servono a concelebranti, diaconi e ministranti; uno è il Sommo Sacerdote, uno sia il Celebrante in persona Christi, il c.d. presidente (come uno è il pane, uno è il calice): a lui e solo a lui spetta il lato principale, come a lui e solo a lui spetterebbe la distribuzione dell’Eucaristia; non è questione dogmatica, ma di verità del segno liturgico: anche i con-celebranti celebrano e consacrano, ma cum/sub.
    Ciò è vitale spt per l’attuale celebrazione “versus populum”. E non si capisce perché questo oggi sia chiaro per il Vangelo e non per il Corpo e Sangue di Cristo.
    All’altare si va e intorno all’altare si gira: la circumbulazione offertoriale connessa all’incensazione è solo il principale degli esempi; non gesto funzionale, ma strutturale, che eredita e transvaluta il gesto apotropaico che si perde nella notte dei tempi. Strano che nessuno ci faccia caso.
    Grazie.

  •  luigipuddu Dice:
    Gennaio 30, 2008 alle 7:32 am
  • Mi tocca aggiungere un’ultima cosa; il lato principale dell’altare, quello rivolto a oriente, deve essere messo in sommo rispetto: è il luogo della venuta di Cristo, quello dell’escatologia realizzata, quello dell’Oltre divino che non ha oltre umano. Nell’antica liturgia esso era anche materialmente inaccessibile; nella nuova, comunque rielaborata secondo le intenzioni dell’attuale Papa, deve essere “spiritualmente” tale: per intenderci, nessun seggio presidenziale sopra o aldilà; al limite il tabernacolo, come luogo di adorazione perpetua. Quanto ai gesti, vi lascerei non utti i rivolgimenti all’assemblea, ma solo quelli che esprimono l’escatologia realizzata: il Gloria, le ostensioni del Pane e del calice, l’Ecce Agnus Dei, la benedizione finale (senza il buona domenica a tutti); il culmine dell’adorazione della croce del Venerdì Santo e l’ostensione finale della benedizione eucaristica. Altro discorso sarebbe quello dei movimenti di partenza e ritorno dall’altare, ma per un’altra volta …

  •  luigipuddu Dice:
    Febbraio 2, 2008 alle 7:17 am
  • Finalmente trovo il testo cercato.
    Si tratta del pregevole articolo di P. Sorci “Per una teologia dell’altare”, presente in AA.VV. Gli spazi della celebrazione rituale, 1984 Milano, alle pp. 63-87. Il libro è stato recentemente riedito altrove, ma con una gravissima omissione (indovinate un po’: l’articolo sul CIBORIO!).
    Il passo (la nota 89) che metto in rilievo è alle pp. 81-82 e tratta dell’ “Ordo Dedicationis Ecclesiae et Altaris” del 1977. Per completezza di discorso metto insieme testo e nota; alcune affermazioni che sottolineo con i “???” mi sembrano alquanto problematiche (spesso infatti la critica alla sacralizzazione e l’enfasi sull’assemblea, certamente in sé accettabili, fungono da “nientificatore di discorso”), ma l’insieme è quanto mai di valore.
    «Il rito comprende gli elementi già elaborati dalla tradizione, ma articolati in modo da evitare qualsiasi tipo di sacralizzazione [???] e mettere in primo piano [???] la comunità cristiana e l’azione che la raduna … più che dell’altare si chiede la santificazione dei fedeli che dedicano l’altare … Il rito, notevolmente snellito, presenta agli occhi dei fedeli l’itinerario di iniziazione (battesimo, cresima, eucaristia) da essi percorso per divenire conformi a Cristo, sacrificio a Dio gradito e sacerdozio regale, che nella cena pasquale partecipa al sacrificio di Cristo per essere con lui altare vivo e sacrificio al Padre».
    Il testo prosegue alla nota 89.
    «E qui sta anche … [cfr. P. Sorci, Per una teologia dell’assemblea, «Ho Theologos» 21 (1979) 64], il limite dei nuovi riti di dedicazione. La liturgia non è una lezione di catechismo: essa è didattica, ma certamente per vie diverse dall’analisi delle idee ordinate, chiare e distinte. Indubbiamente era assai più espressivo il vecchio rito in cui tutti i gesti partivano dall’altare per estendersi alla navata, a rappresentare come Cristo di cui l’altare è il simbolo, e il mistero che su di esso si fa presente, è la fonte del sacerdozio dei cristiani e la causa di ogni grazia e santificazione. Infelice sembra , poi, l’idea di avere voluto raccogliere tutti gli elementi teologici relativi all’altare nei praenotanda e nei testi eucologici del capito IV [dedicazione dell’altare], che costituisce in fondo una soluzione eccezionale, mentre nel capitolo II che presenta la celebrazione tipica e normale (la dedicazione della chiesa della chiesa e dell’altare), tutto teso ad esaltare il mistero dell’assemblea cristiana, assolutamente secondario risulta il ruolo dell’altare. Per cui non ci sentiamo di sottoscrivere al plauso pressoché unanime che ha accolto questo libro del nuovo pontificale romano».
    Il fatto che l’autore, a distanza di anni, abbia conservato immutato il testo, è significativo.

    Riappropriazione/2

    Febbraio 7, 2008

    Raccogliendo un suggerimento preso dai commenti del post precedente, metto qui la citazione di un articolo di Pietro De Marco, pubblicato nel sito di Magister, sulla chiesa Dio Padre Misericordioso progettata da Meier a Tor Tre Teste.

    “Ogni chiesa siffatta tornerà ad essere spazio sacro se la “plebs sancta”, il popolo dei fedeli, prenderà il coraggio di rompere l’incanto perverso dell’interno bianco, vuoto, spiritualistico più che spirituale, reintroducendo eversivamente “brutte” statue del Sacro Cuore, una grotta di Lourdes, una grande immagine di padre Pio, una teca con un corpo di cera di un Santo, degli ex voto, le candele e una Via Crucis; insomma quello che c’è in ogni chiesa che non sia stata denudata dal purismo di parroco e parrocchiani, o di qualche ufficio di curia.

    Il sacro iconico, meglio se realizzato in modi alti da mani di artista, deve poter essere sfiorato, toccato, se si ardisce di farlo. Solo se la chiesa di Meier reggerà all’irruzione del sacro iconico ordinario, per cui io lì possa parlare, intimamente e spudoratamente, con la presenza anche artisticamente inelegante del Dio con noi, solo allora sarà una chiesa in cui potrà sostare non spaesata la “Civitas Dei” terrena”.

    meier

    Ed ecco la verifica. Questa è una foto che ritrae l’interno della cappella laterale. Qui cova lo spirito eversivo, e scappa pure di mano: si vede la statua della Madonna messa lì, non prevista; le candele elettriche (evidentemente il fumo delle candele avrebbe alterato gli affreschi); il crocifisso che si perde come un inserto delle vetrate; le sedie scure da riunione del consiglio pastorale; l’imbarazzo della fiorista che vistosamente non sapeva più dove appoggiare i fiori; le macchine parcheggiate fuori che fanno da sfondo alla riserva eucaristica. E poi immaginiamo la carica eversiva di quel luogo con dentro perfino delle persone che pregano, non previste, e non tre quattro come nei rendering, ma trenta quaranta, un po’ stipati e con le giacche a vento colorate.

    [...]

    C’era, sì, c’era - ma come ritrovarlo

    quello spirito nella lingua

    quel fuoco nella materia.

    Chi elimina la melma, chi cancella la contumelia?

    Sepolto nelle rocce,

    rocce dentro montagne

    di buio e grevità -

    così quasi si estingue,

    così cova l’incendio

    l’immemorabile evangelio…

    [...]

    Mario Luzi, da Per il battesimo dei nostri frammenti

    (Foto: da qui)