Archivio per Gennaio 2008

Riappropriazione

Gennaio 24, 2008

Metto qui un video nuovo e interessante che mostra la geometria della chiesa di san Giovanni Rotondo dedicata a San Pio e progettata da Renzo Piano. C’è chi ci ha già scritto, forse anche troppo. In effetti, ci sono alcune cose che lasciano perplessi: la forma a spirale (con tutti i modi che ci sono per valorizzare la sezione aurea…), l’entrata principale dal retro (poi parzialmente corretta), la tomba del Santo prevista sotto il colonnone e non sotto l’altare, il tabernacolo barbaro della cripta.

 

L’insieme risulta estraneo, distante. Ma quello che qui ci interessa è notare il processo di riappropriazione che ne consegue, come si vede nel video qua sotto. Sullo sfondo si staglia la vetrata colorata, campeggia il crocifisso di Pomodoro, si ergono gli archi, si alternano le porte squadrate e… in mezzo, portata lì a braccio, imprevista, a scombinare la spirale aurea, la statua in gesso colorato di Padre Pio.

 

Architetti/2

Gennaio 23, 2008

Gli strumenti muratorii sono spesso rappresentati nelle chiese.

 reims-033.jpg

(Nella foto, interno della cattedrale di Reims)

Architetti

Gennaio 23, 2008

Certo, quei segni sull’altare rappresentano la colomba ovvero lo Spirito Santo che è anche creatore, e luce che guida l’angolo retto, che a sua volta sta alla base della costruzione delle mirabili cattedrali. Però messi lì così quei segni ricordano anche altro (squadra, compasso, cerchio, grembiule), e distraggono.

altare di reims

(Altare della Cattedrale di Reims)

Battisteri della diocesi di Milano

Gennaio 22, 2008

Nelle diocesi non è proprio scontato vedere uffici diversi lavorare assieme. Qui abbiamo 15 esempi di battisteri dell’Arcidiocesi di Milano raccolti in una pubblicazione e presentati secondo gli aspetti catechetici, liturgici, storico-artistici, turistici.

battisteri diocesi di milano

15 BATTISTERI DELLA DIOCESI DI MILANO
Centro Ambrosiano
86 pagine

Sapienza

Gennaio 18, 2008

Triste quella sapienza. Furbesco quanto sciatto il riferimento a Galileo. Sciatto quel ripetere slogan presi in prestito e ormai stantii, segno della mancanza di ogni minima creatività. La trovata della porchetta, poi, è l’unica fame che quelle aule sembrano suscitare. Fosse stata almeno quaresima, avrebbe assunto uno guizzo di irriverenza. Invece solo un po’ di adrenalina, garantita dai corrieri e dalle tv. Ri-conosceranno se stessi su youtube. Con buona pace di Socrate.

Sermone della Montagna

Ecco invece una lezione dipinta dal Beato Angelico che riprende il ”Sermone sulla Montagna”. I discepoli sono disposti in cerchio, segno di comunione e intimità. E’, inoltre, segno di eternità, dove l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega si ricapitolano nella figura del Maestro. Gesù ha in mano il rotolo, egli è infatti la Parola che adesso si è fatta viva e visibile e che rimanda oltre nel dito puntato al cielo. E’ come se indicasse il centro del cerchio, il punto fermo che ne muove la rotazione.

Anche la scienza non fa altro che cercare di adeguarsi al cerchio, di cercare senza sosta la semplicità, la potenza del minimo-massimo, di ottenere la massima efficienza con il minimo sforzo, di imitare la linea del cerchio.  Triste è la scienza che cerca nei suoi perimetri il punto fermo che fa muovere la ruota.

Gesù insegna, e insegnando sembra imprimere nei suoi discepoli un movimento circolare. Egli infatti si rivolge al primo alla sua destra e poi come attraverso il tempo questo muovere si propaga di persona in persona lungo il cerchio dei suoi discepoli. Deve passare anche, in fondo, attraverso quell’aureola nera, attraverso il buio, la fatica, la renitenza, la negazione. Ma se passa questo scoglio ecco che la sapienza trasmessa diventa compimento, diventa eureka, e non solo theoria ma sapere che sa contemplare il mistero. Riconoscendo la gratuità ultima che presiede il darsi di questa sapienza, le mani allora si congiungono in preghiera, in lode e ringrazimento. Come fa quel discepolo che ci guarda, vicino al maestro, invitandoci a sedere sulla roccia di quel monte.

“L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia“: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa”. Dal discorso di Benedetto XVI non pronunicato all’Università la Sapienza.

Prendete

Gennaio 17, 2008

Sto cercando senza successo un articolo di Athanasius Schneider pubblicato qualche giorno fa sull’Osservatore Romano che, a quanto mi dicono, verte sul modo di distribuire e ricevere la comunione.  Già nel novembre scorso, l’argomento era stato messo in evidenza, in un intervista rilasciata a Fides, da Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, segretario della Congregazione per il culto (sul blog di Accattoli ne seguì un’interessante discussione anche nei commenti). 

Certamente, la distribuzione dell’Eucaristia in mano comporta dei rischi maggiori, perché maggiore è lo spazio di improvvisazione lasciato ai singoli. E ogni gesto liturgico può essere frainteso e risultare irriverente, quando non c’è adeguata consapevolezza. Ogni gesto ha bisogno di una mistagogia.

Il gesto del ricevere con le mani il pane di vita può essere bello, nel senso che può rivelare qualcosa di vero. Così come il piegarsi riverente per accostare la bocca può riservare un tradimento del proprio significato.

Pericle Fazzini

  

Crevola

Sull’offerta e le danze

Gennaio 9, 2008

E così la danza delle ragazze cingalesi durante l’offertorio nel Duomo di Milano ha fatto notizia.

In generale, il momento liturgico dell’offertorio è quello che soffre di maggiore incomprensione. Il rischio è che venga vissuto dai fedeli come il momento dedicato alla libertà creativa estemporanea. Pochi ne riconoscono il significato e la relazione con il sacrificio eucaristico. Solitamente viene notato per i bambini che portano i doni all’altare. 

Nei tempi antichi l’esperienza dell’offerta era semplice e più o meno seguiva questo ragionamento: tu Dio sei il Signore e per mostrarti che io ti riconosco come tale ti offro le spighe, l’agnellino, lo schiavo, il figlio. Ti offro quanto mi è prezioso distruggendolo, sottraendolo al mio uso, sacrificandolo. Ma, col tempo, Dio fa capire che di figli sull’altare non ne vuole proprio sapere, e neppure di fumi nauseabondi. Anche perché semmai sull’altare ci va lui. E ai suoi figli non chiede distruzione, ma un modo di essere. Chiede di non essere solo per se stessi. O meglio, chiede di perdere se stessi per ritrovare se stessi (con tanto di interessi).

Ora, pur essendo una tradizione lontana dalla mia esperienza, penso che la danza possa essere un segno che esprime autenticamente questa offerta di doni e della propria vita a Dio.

Il problema, allora, non sono tanto le danze etniche: fin dai suoi esordi il cristianesimo ha assunto nel proprio lessico segni e parole che non gli appartenevano in proprio. E tutto quello che è entrato a costituire la lingua della comunione cristiana ha visto ridefinire il proprio significato a partire dalla Parola della rivelazione.  Ma questa ridefinizione è possibile nel momento in cui la comunità intera è capace di garantire responsabilmente un ordine di significati non espropiabile dai singoli utilizzi. 

Oggi, invece, temo che l’inserimento di segni estranei all’interno di un orizzonte di comprensione già sfibrato come quello legato all’offertorio aumenti il rischio che i segni espressi, come ad esempio la danza, risultino equivoci e, alla fine, incompresi. Il problema, infatti, non sono tanto le danzatrici, ma piuttosto [le danzatrici con] gli applausi in chiesa (giusto per fare un esempio) che evidenziano una percezione della Messa confusa, quasi fosse una performance di spettacolo.

I Magi, non più tranquilli

Gennaio 7, 2008

Tento qui una chiosa al bel post del Walt che oggi ricorda una poesia di Eliot: The Journey of the Magi. Copio qui una parte della poesia:

…Considerate

questo: ci trascinammo per tutta quella strada

per una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certo,

ne avemmo prova e non avemmo dubbio. Avevo visto nascita e morte,

ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu

come un’aspra ed amara sofferenza, la nostra morte.

Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri regni,

ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi,

fra un popolo straniero ch’è rimasto aggrappato ai propri idoli… 

Il viaggio dei Magi quindi come un viaggio di conversione. Come un morire a se stessi per rinascere a vita nuova.  

Ma per credere, per convertirsi, per rimanere inquieti e ritrovarsi stranieri a casa propria non bastò, come dice Eliot, la prova della nascita, un bambino in braccio alla madre. Quei Magi dovettero vedere altro, segni ben più gravidi, e che non si aspettavano. Videro il Re dei re nudo. Videro la mangiatoia trasformarsi in sepolcro. Videro l’Eterno indiviso, l’inizio e la fine. Videro il sepolcro vuoto e il mistero della Pasqua.

vedasco

Pietre che celebrano

Gennaio 5, 2008

Dopo i post precedenti che riprendono il Niceno II e la meraviglia delle vetrate gotiche, mi sembra doveroso e consequenziale segnalare, alla vigilia della festa dell’Epifania, il contributo di Luigi Puddu pubblicato su il Covile: Pietre che celebrano - Icone spaziali e iconoclastie liturgiche (prima parte).

[In nota l'autore ricorda quella tendenza a contraporre "l'epifanico sacrale" al "rivelativo biblico" (tendenza che, alla fine, mi pare finisca solo col cerebralizzare, e non celebrare, la Parola). Sarebbe interessante quindi se, in una delle parti che seguiranno,  ci fosse anche un accenno sulla differenza, sul discontinuo tra queste pietre che celebrano e la pietra del tempio dell'Antico Testamento].

Vicini al Natale

Gennaio 4, 2008

Reims Cattedrale

E’ sempre affascinante il prodigio del vetro attraversato dalla luce e lasciato intatto. Come il grembo di Maria. La luce abbacinante prende colore. Prende corpo e si fa visibile. La luce folgorante si consegna mansueta alla storia, alla narrazione, alla scrittura.

Nella foto la cattedrale di Reims. Foto di Chi King