Archivio per Novembre 2007

Il manto di Maria

Novembre 29, 2007

Ecco un dipinto che ritrae la Madonna del latte del santuario di Re, o più precisamente una delle centinaia di raffigurazioni che riprendono l’originale, una delle tante rielaborazioni del tema sparse per le valli alpine.

Nel primo dipinto di Re, il manto di Maria è coperto di stelle. In questo caso, invece,il pittore lo ha coperto di lettere. Sto cercando di decifrarne il significato (forse a destra c’è un “s[ed] f[ia]t v[olunta]s t[ua]“).  Ma senza tanto successo, per ora. Se qualcuno ha qualche idea o documentazione da suggerire…

madonna.jpg

Ens absolutum che sei nei cieli

Novembre 27, 2007

Piergiorgio Odifreddi ha intervistato Hans Küng su L’Espresso. L’intervista di per sé fila via senza dire nulla, se non per generare qualche confusione. Come questa.

Piergiorgio Odifreddi: “Io sarei già contento se la Bibbia parlasse di forze spirituali o cause sconosciute, invece di divinità antropomorfe”.

Hans Küng: “Questo evidentemente è vero, ma non è così facile. Perché è molto comprensibile che l’uomo ordinario che vuole pregare, seguendo un desiderio che si è rivelato fondamentale nella storia dell’umanità, non sappia indirizzarsi a un Ens Absolutum… difficoltà che deriva da una predicazione preilluministica del messaggio cristiano”.

Oltre 140 anni

Novembre 25, 2007

Spot dell’Azione Cattolica 2008. Fatto bene anche se verboso e complicato. Utile se per una comunicazione interna. Peccato giri un po’ attorno al perché di quella storia, di quei volti, di quel coraggio. Eppure, il W Cristo Re di Gino Pistoni, nella sua sintesi, è una lezione che fa impallidire.

Inizio a preoccuparmi

Novembre 24, 2007

disegno chiesa 

“Bello. Cosa hai disegnato?”

Mia figlia, 4 anni: “Una chiesa!”

La giusta distanza

Novembre 22, 2007

 Burri    Tapies     Tinguely

“Se dovessi costruire una chiesa [...] inviterei per l’ornato figurativo Burri e Tapies, e (detto non per facezia) un Tinguely che pensasse non in forma sarcastica un analogo del Cenotafio o ritornasse alle esili ruote dentate dei primi anni, vere machines à contempler”. Giovanni Pozzi, Sull’orlo del visibile parlare, Adelphi, 1993, pag. 433

L’informale pretende di sbatterti tutto sul naso. Le machines pretendono una contemplazione siderale da demiurgo minore. Direi quindi che alla chiesa di Padre Pozzi mancherebbe la giusta distanza. Perché sarebbe senza decoro, senza la giusta distanza tra significato e significante.

Il precursore

Novembre 20, 2007

 Messina, San Giovannino

La statua nella foto è un San Giovannino, un bronzo realizzato da Francesco Messina (1900-1995) e attualmente esposto presso la Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici, a Milano.

Sul Battista da giovane l’evangelista Luca ci ha lasciato una breve testimonianza: “Il fanciullo poi cresceva e si fortificava nello spirito e visse in regioni deserte fino al giorno della sua comparsa di fronte a Israele” (Lc 1,80). Così successive fonti apocrife, riprese anche da autori medievali, hanno immaginato che Giovanni avesse scelto fin da piccolo una vita di penitenza nel deserto.

Qui, in questa statua, il Battista appare raffigurato nella sua essenzialità: è seminudo, coperto appena da un manto; è magro, si ciba infatti solo di locuste e miele selvatico (Mc 1, 6), cibo considerato purissimo perché non toccato e non elaborato da nessuno. Figlio di Zaccaria, di un sacerdote del Tempio, si ritira nel deserto, rinunciando alla carriera paterna che gli spetterebbe per via genealogica. Il fanciullo è chiamato a un’altra missione: egli percorre il territorio lungo il Giordano, ponendosi simbolicamente sull’altra sponda (Gv 1, 28; 3, 26), fuori dai confini della Terra Santa, per predicare il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati (Lc 3, 3). Quel piedistallo, su cui poggiano i suoi piedi, indica la soglia da dove Giovanni richiama con forza il figli di Israele alla conversione, all’imminenza della venuta del Signore, a diventare degni della promessa di salvezza.
Il tema del San Giovannino richiama, quindi, la scelta dell’ascolto rigoroso della parola di Dio, evoca l’esperienza colma di chi si rivolge alla volontà di Dio; e il Messina, con questa statua, lo sviluppa dando forma a tre precise azioni.

Ascoltare
Il giovane Battista ha il volto assorto, come intento ad ascoltare. Egli è voce di colui che grida nel deserto. E ricercando il silenzio del deserto, ascolta la parola di Dio che lui stesso proclama. Egli infatti attende alla Parola: la proclama, l’ascolta, se ne nutre. Diventando ciò che ascolta, a sua volta potrà essere ascoltato.
Questo stare, anche fisicamente, presso la parola di Dio gli permette di compiere una seconda azione: indicare, tra i molti che giungono al Giordano, colui che è la Parola incarnata per renderne testimonianza.

Riconoscere
Il Battista, con una mano, indica. Sappiamo che indica Gesù, riconoscendolo come il Figlio di Dio. E’ la vicinanza, l’intimità con la parola di Dio che gli permette di riconoscere il Verbo che si è fatto carne. Nell’altra mano impugna un’esile canna, che in alto sopra la testa termina con una croce come a prefigurare che “egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 30). Questo segno di redenzione verrà compreso solo molto tempo dopo. Ma qui non c’è un anacronismo: San Giovanni è il precursore perché il suo sguardo coglie la pienezza del tempo dove la semplice cronologia non conta più, “dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me” (Gv 1, 30). E l’annuncio della pienezza, del kairos ha un solo contenuto da indicare: “quello là è lui, ecco l’agnello di Dio”.

Muovere verso
Dopo l’ascolto e il riconoscimento, il giovane Battista compie una terza azione: cammina, si muove. La statua, pur nella staticità del bronzo esprime un dinamismo, uno spirito di vita che muove, una lievità; essa è immagine del corpo umano, di ogni corpo umano che pur nei vincoli del mondo sa rispondere con libertà per muoversi verso chi lo chiama al proprio autentico destino. Il suo piede è pronto a varcare la soglia. E non più solo quella del Giordano. I vecchi confini, infatti, non valgono più. Egli è pronto a immergersi nel Regno di Dio che si fa vicino, che irrompe con la possanza dello Spirito, che fa sorgere la nuova creazione.

Veni creator Spiritus

Novembre 14, 2007

Scrive Giorgio Agnisola su Avvenire di venerdì scorso “Ma si può chiedere a un artista non credente di realizzare una chiesa? Il dibattito è aperto”.

Secondo me, sì. Almeno in linea di principio. Il problema, semmai, è se sul mercato siano reperibili artisti non credenti che condividono il presupposto che concepire una chiesa significa spingersi “ben oltre le emozioni epidermiche e individuali”. Anche perché dopo 400 anni di arte sempre più chiusa nel proprio castello autoreferenziale, trovare un artista non credente disposto, come scrive Agnisola, ”ad aderire a un progetto comunitario, accogliere l’evento che si rinnova nel sacrificio e nella promessa di una nuova ed eterna alleanza tra terra e cielo… consapevole della propria responsabilità ecclesiale” equivale a trovare artisti e architetti non credenti disposti a intraprendere un autentico movimento di conversione.

Sta di fatto che molte opere discutibili sono state edificate. Alcune le ho anche segnalate (e non sono certamente quelle più eclatanti): Heinz Tesar a Vienna, Fuksas a Foligno, la vetrata di Richter a Colonia…

Quindi, alla fine, il problema non è tanto se l’artista non cattolico possa progettare una chiesa, ma se la committenza sia in grado di essere committenza ovvero di porre limiti alla libera creatività dell’artista, chiunque esso sia.

Non è questione di censura (anche perché esistono biennali, triennali, gallerie, bar, vernici e aperitivi dove manifestare ogni tipo di impulso creativo). Né è questione di sola cautela. E’ questione antropologica.

Il rischio della creatività è di essere confusa con il possesso della possibilità, con il gioco seduttivo delle occasioni, con la potenza dell’arbitrio, con il soprendente, con il delirio. Abbiamo generazioni di creativi che si librano ironici su tutto pronti a precipitare tra le macerie della più cinica malinconia. Questa non è creatività.

La creatività si misura con il limite, percorre le soluzioni già date per verificarne il limite, le insegue fin dove si manifestano come paradosso, non per solleticarsi con i nuovi stimoli, ma per trascenderlo in una unità superiore. La creatività è ricerca di un’ipotesi superiore. E l’annuncio cristiano è pieno di paradossi: il Regno di Dio che è vicino, l’invisibile che si fa visibile, l’alto che si abbassa, il pieno che si svuota, il tremendo che si fa misericordia. Paradossi che si risolvono nella persona di Gesù, che pur rimane sempre nel già e non ancora, verbo principio di intellegibilità e mistero.

Dire quindi ”che anche un ateo interpreta il sacro” mi pare un’affermazione che porta a poco. Perché l’artista, che sia credente o non credente, per costruire un’opera, una chiesa non può non passare attraverso un continuo e libero movimento di conversione che investe tutta la sua creatività. E la committenza lo deve aiutare, non lasciandolo reiterare la sua idea del sacro, ma chiamandolo all’origine della sua creatività, al suo essere imago viva dei, alla sua piena umanità.

Chiesa immobile

Novembre 13, 2007

Con la solita intempestività segnalo questa serie di articoli sul costruire chiese oggi.

Leonardo Servadio, Arte sacra. L’esigenza di comunicareAvvenire Agorà del 30 0tt0bre 2007

Giorgio Agnisola, Chiese più belle, la tecnica c’è. E il senso sacro?, Avvenire Agorà del 9 novembre 2007

Maria Antonietta Calabrò, Solo architetti cattolici per le chiese? “No anche un ateo interpreta il sacro”, Corriere della Sera

[la nuova versione del sito di Avvenire ha i link che non funzionano ancora, bisogna partire dalla home page] 

Il tempo è compiuto

Novembre 9, 2007

 Piero della Francesca, Battesimo di Cristo

Ecco il Battesimo di Cristo dipinto da Piero della Francesca. In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E. uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito Santo discendere su di lui come una colomba (Mc 1, 9-10). 

Si apre un tempo nuovo, il tempo è compiuto (Mc 1, 15): non tanto il tempo del chronos, quello che vede solo la successione del fare degli uomini, ma il tempo di Dio, il kairos, il tempo pregno dell’azione di Dio, della vicinanza del regno di Dio.

Cristo appare simile all’albero vicino. Una somiglianza che ricorda i versi del salmo dove si fa riferimento a un tempo compiuto: sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua /che darà frutto a suo tempo / e le sue foglie non cadranno mai / riusciranno tutte le sue opere (Sal 1, 3).

A fianco ci sono tre angeli: è scritto infatti che gli angeli lo servivano (Mc 1, 13). Nel dipinto i tre appaiono simili (nei gesti, nel volgere la schiena, nelle mani che si annodano) alle tre grazie. Ficino, che apparteneva allo stesso ambiente culturale di Piero, vedeva nell’intrecciarsi delle tre grazie un’immagine che riassumeva il ritmo dialettico dell’universo neoplatonico. E’ come se nel dipinto del battesimo il tempo antico e pagano si rapportasse e servisse il tempo avvenuto con Cristo. Un rapporto non conflittuale, ma armonico. Ho provato, infatti, per curiosità a calcolare la sezione aurea sul lato orizzontale del dipinto: cade perfettamente non tanto sull’albero, come qualcuno ha scritto, ma su quel lembo della veste che spunta a destra dell’albero. Lo spazio delle tre grazie è in rapporto armonico allo spazio dato dal battesimo di Gesù. Il kairos di Cristo porta a compimento anche il tempo antico e pagano.

Le tre grazie, vestigia della Trinità secondo S.Agostino (“Tria in Charitate, velut vestigium Trinitatis”, De Trinitate VIII, X, 14), delineano con gli sguardi un movimento triadico: uno degli angeli guarda in avanti, andando dritto negli occhi di chi guarda il quadro; un’altro guarda Gesù; il terzo guarda le persone che si muovono in fondo alla scena.

Non è facile decriptare il significato di quelle persone che si stagliano in lontananza. Una di queste indica il cielo, ma nessuna si volge all’evento che sta avvenendo. Che poi il gesto dell’indicare sarebbe proprio del Battista, è lui che indica il figlio di Dio, e non guardando al cielo ma presentando un uomo in carne ed ossa.

Certo è che quel tale vestito alla orientale che indica il cielo ha il proprio gesto come bloccato dal tale che si sta spogliando per essere battezzato, che delinea col corpo come una nuova volta del cielo o un arco trionfale che apre al tempo che si è compiuto.

San Giovannino (che San Giovannino non è)

Novembre 1, 2007

Li segnalo perché correrebbero il rischio di non essere visti: nei commenti di un post più sotto, ci sono alcuni interventi illuminanti su Caravaggio scritti da Rodolfo Papa, iconologo che su questi temi ha pubblicato numerosi testi.