Archivio per ottobre 2007

Un banco in prima fila

ottobre 27, 2007

Altro che paura, sul Corriere è Alessandra Borghese che spiega perché si va a messa dal Papa. Da leggere, lentamente.

Vienna, la Messa vale

di Alessandra Borghese

Il Motu Proprio di Benedetto XVI ricorda che non è giusto parlare di un prima e di un dopo Concilio Vaticano II per quanto riguarda la Sacra Liturgia: il messale di San Pio V non è mai stato abolito ma rivisitato con il nuovo messale romano di Paolo VI.

Quindi discreditare l’antico rito sarebbe come tagliare le radici da cui viene quello nuovo. Esistono due possibilità di celebrare messa: l’ordinaria (rito moderno) e la straordinaria (rito antico). Anche la prima, quella che viene celebrata le domeniche e per le feste parrocchiali, può essere bellissima.  Ne abbiamo avuto un esempio lo scorso settembre a Vienna.

Benedetto XVI presiedeva la celebrazione nello storico Duomo di Santo Stefano. Il coro e l’orchestra, in stile viennese, eseguivano la Missa Cellensis di Joseph Haydn composta in onore della Madonna nel 1782.

Ogni dettaglio era curato nel particolare, dai paramenti verde acido con interni color smeraldo dei celebranti, alla mitria del Papa, sempre verde, adornata da pietre semi preziose, ai chierichetti, all’incenso. La forma esteriore non è superfluo da sbeffeggiare: è parte integrante di quel mistero che attrae a sé moltissime persone.

Da Style Magazine del Corriere della Sera, 26 ottobre 2007 .

(dal prossimo post si riprendono temi più consueti a questo blog)

Oggi festa dei Santi Crispino e Crispiniano

ottobre 25, 2007

ERPINGHAM: È una lotta impari.
WESTMORELAND: Oh, se avessimo qui con noi almeno diecimila di quegli Inglesi che in Patria oggi se ne stanno sfaccendati!
ENRICO: Chi è mai che desidera questo? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino. Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente; e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria. In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più. Anzi, fai pure proclamare a tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di battersi oggi, se ne vada a casa: gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio. Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte. Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravviverà quest’oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano. Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: “Domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”. Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche – Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester – saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia. Ogni brav’uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi. Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!

Shakespeare, Enrico V, atto IV. scena III

Medioevo a Manhattan

ottobre 23, 2007

No, questa volta non furono gli Angeli. A trasportare The Cloisters a New York ci pensarono Grey Barnard e John D. Rockefeller.

San Giovannino

ottobre 22, 2007

Ancora Caravaggio, ancora prendendo spunto dallo spettacolo di Dario Fo. Il quadro questa volta è il San Giovanni Battista che si trova ai Musei Capitolini a Roma [per sentire il nobel clicca qui > Entra >  I percorsi > Lezioni di Dario Fo].

Fo come al solito mescola qualche indizio vero assieme a fantasiosi artifici che lo fanno avanzare nella confusione più gioconda. Così tra improbabili riferimenti a montoni greci, misteriose censure e sghignazzi scosciati, indica che nel quadro non c’è solo il San Giovannino ma anche un riferimento al sacrificio di Isacco. L’avrà letto da qualche parte, ma qui il problema non è ravvisare i due personaggi ma giustificare il loro stare assieme nello stesso quadro in base a un riferimento comune. Ci torneremo subito.

Caravaggio san Giovannino

Il giovane se ne sta nudo. Come una vittima pronta per l’olocausto. Infatti si intravvede la catasta di legna per il fuoco e un contesto selvatico come sul Monte Moria. E’ Isacco che viene sostituito nel sacrificio da un ariete (Gn 22, 1-18).

Il giovane non è solo Isacco, ma è anche San Giovanni giovane. Si intravvedono infatti i peli di cammello sopra il manto rosso del sacrificio. San Giovanni presenta l’ariete che prefigura Cristo; sul Giordano lo acclamerà Agnus Dei. Non mi pare tanto sguaiato nella posa, ma scomposto come può essere scomposto chi presenta colui che tutto il creato attende. A Giovanni, infatti, non è dato a sapere il sacrificio che seguirà. Anche se lo stringe allo stesso modo dei rami che impigliavano le corna dell’ariete sul monte Moria (Gn 22, 13).

Ora fin qui i due eventi li abbiamo avvicinati, ma non li abbiamo ancora spiegati. Perché Isacco e Giovanni? Perché il Battista presenta l’ariete e non l’agnello? Se fosse solo il sacrificio di Gesù a legare i due momenti, la scena dipinta da Caravaggio risulterebbe ancora indeterminata, con elementi la cui presenza risulterebbe arbitraria. Il che con Caravaggio solitamente non si dà.

Credo che il motivo che riesca a legare coerentemente i diversi significati del quadro stia in un riferimento testuale preciso, che Caravaggio probabilmente conosceva mentre Fo probabilmente non conosce. Quando Gesù va da Giovanni nel deserto per farsi battezzare, i cieli si aprono e una voce dal cielo lo chiama Figlio mio prediletto (Mc 1,11). In tutto l’Antico Testamento abbiamo solo un’altro figlio unico amato, ed è Isacco (Gn 22,2).

Ovo

ottobre 18, 2007

Cosa ci fa quell’uovo appeso nella Pala di Brera di Piero della Francesca?

Il tema è stato affrontato molte volte. “Uno degli oggetti più misteriosi più celebri della letteratura artistica”, sto citando un libretto su quest’opera di Piero scritto da Antonio Paolucci, ripubblicato dal Il Sole 24 ore e ricapitatomi in mano in questi giorni.

Commentando la grande conchiglia dipinta nella parte alta del dipinto, Paolucci fa riferimento al dogma dell’Immacolata Concezione. Che qui non c’entra nulla, perché questo dogma riguarda la nascita di Maria e non di Gesù. Insomma la solita confusione sui fondamentali, ma questo è un dettaglio, negli intenti voleva essere solo un sinonimo di concepimento verginale. “…il parto virginale e il concepimento per virtù dello Spirito Santo, simboleggiati, l’uno e l’altro, dall’ovum struthionis: l’uovo di struzzo dei mistici medioevali, il quale (per il fatto che lo si riteneva fecondato dai raggi del sole) veniva utilizzato come figura dell’Immacolata Concezione di Cristo (sic). Se il sole può far schiudere le uova di struzzo perché una Vergine non potrebbe generare per opera del vero sole?, aveva detto Alberto Magno”.

Ecco quindi che abbiamo un testo interessante che inizia a spiegare questo uovo di struzzo. Però qui abbiamo qualcosa di più: abbiamo un uovo di struzzo appeso, ed appeso in una struttura architettonica che appare una chiesa, un presbiterio.

Più avanti Paolucci parla infatti di un uso documentato “dell’uovo di struzzo sospeso con funzioni simboliche all’interno di importanti edifici religiosi della cristianità, quali il battistero e il duomo di Firenze: questi luoghi che Piero della Francesca certo conosceva bene… “. Ma poi l’annotazione purtroppo si perde e non cita alcuna fonte o documento.

Il caso ha voluto che avessi proprio appena letto il Razionale di Guillaume Durand de Mende, testo del 1284 che spiega bene circa l’utilizzo delle uova di struzzo appeso in chiesa:

“Alcuni affermano che lo struzzo, uccello smemorato qual è, abbandoni le sue uova nella sabbia; quando infine, dopo aver visto una certa stella, se ne ricorda, ritorna da esse e le cova con riguardo.

Si appendono dunque le uova di struzzo nella chiesa per significare che se l’uomo a causa del proprio peccato è stato abbandonato da Dio, illuminato improvvisamente da una luce divina si accorge del proprio errore, si pente ritorna in sé, e vedendo questo luminoso bagliore, viene abbagliato dai raggi di questa benefica luce, della quale parla anche San Luca, quando il Signore guardò improvvisamente Pietro dopo che egli ebbe rinnegato Cristo.

Queste uova si appendono in chiesa, anche perché notandole ciascuno pensi che l’uomo dimentica facilmente Dio, a mano che sia illuminato dalla stella, ossia dalla grazia influente dello Spirito Santo, e non si ricorda di andare a lui, con la pratica delle buone opere”.

Quasi Graal

ottobre 11, 2007

Appena ci torno, sarà la prima cosa che farò: visitare il nuovo Museo Diocesano di Arte Sacra, a Feltre.

Calice del diacono Orso

Giusto un assaggio: in questo museo è custodito il Calice del diacono Orso, rinvenuto a Lamon nel 1836 e databile al V secolo. In argento dorato, mi hanno detto che costituisce la prima documentazione in assoluto di un calice eucaristico in occidente.

L’angelo annunciato

ottobre 3, 2007

Questo quadro è di Gian Piero Restellini (1895-1978): un’Annunciazione esposta nella Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici, a Milano.

Restellini, Annunciazione

 A guardarlo, il quadro non torna, qualcosa è saltato. L’impostazione a cui siamo abituati, infatti, è rovesciata: a sinistra, dove solitamente abbiamo l’arcangelo Gabriele, c’è Maria; lì, invece, dove solitamente abbiamo la figura di Maria, c’è l’arcangelo Gabriele. Inoltre, Maria porge il braccio nel modo in cui spesso è ritratto l’angelo. L’angelo si porta la mano al petto nel gesto tipico delle rappresentazioni dell’Annunciata.

Il contesto è invece quello tradizionale e immediatamente riconoscibile: un ambiente interno, un porticato, la colonna in posizione centrale, la colomba dello Spirito Santo, l’apertura verso la natura e il cielo.

Potrebbe essere semplicemente una trovata estemporanea del pittore, oppure questa sorta di capovolgimento di ruoli può essere occasione per approfondire il tema dell’Annunciazione.

Lo spazio di mezzo è lo spazio dell’incarnazione, dove le parole dell’annunciazione precedono il Verbo incarnato. Nel mezzo infatti, c’è la colomba e c’è la colonna. E la colonna in mezzo è Cristo, su di lui infatti è costruita la Chiesa.  Sullo sfondo, verticale come la colonna, c’è un cipresso come ad anticipare la missione, la passione e la morte di Cristo.

Il rovescimanento è nell’aver fatto di Maria colei che annuncia e l’Angelo colui che ascolta. E’ lui l’annunciato. E’ lei il vero messaggero, è lei che reca la novità. Perché tutto il creato taceva aspettando trepidante il Sì di Maria. 

Lo spiega bene un’omelia di S. Bernardo di Chiaravalle:

“Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano. O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola: di’ la tua parola umana e concepisci la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la parola eterna”.

La novità è quel Sì di Maria. Forse, perché, la richiesta di riconciliazione da parte del Padre non è una vera notizia. Forse, il suo venire tra noi era stato tentato già molte volte nella storia. Il suo amore insistente, che non abbandona, non fa notizia. Trovare quella riposta, quel Sì, libero e assoluto, questo è l’evento. Questo è l’annuncio che l’angelo ha raccolto.


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