Archivio per Maggio 2007

Via pulchritudinis

Maggio 19, 2007

La bellezza di per sé non ha mai salvato nessuno.

La pecorella smarrita, impigliata nei rovi, da sola non ne sarebbe mai uscita. Ma giunse il buon pastore a salvarla.  Si caricò la pecorella sulle spalle e la condusse verso casa.

Annuncio. A casa casa non ci siamo ancora arrivati, la Gerusalemme celeste non è ancora qui: il nostro legame di cristiani, il nostro fare, il costruire, la preghiera, la liturgia, tutto nella vita del cristiano si muove nell’annuncio del “mondo che è stato salvato” e, allo stesso tempo, nell’annuncio, tramite i  segni della salvezza, del compimento,  di quando vedremo il Signore così come Egli è. Già e non ancora.

Bellezza. Ad rationem pulchri concurrit et claritas et debita proportio [44782], a definire il bello concorrono sia la luminosità sia la dovuta proporzione. Il bello nella sua integrità può concretizzarsi nella materia e mostrarsi in rapporti armonici misurabili (proportio). Allo stesso tempo è luce (claritas) che irrompe nella materia, attraversandola, irriducibile alla gabbia armonica, è profondità semantica, eccedenza che apre al mistero senza però abbandonare la materia attraversata. La bellezza rende percepibile un darsi e il darsi di un’eccedenza. Già e non ancora.

Via pulchritudinis. “La proporzione corrisponde a ciò che è proprio del Figlio, in quanto egli è l’immagine espressa del Padre”. “La luminosità corrisponde a ciò che è proprio del Figlio  in quanto egli è il Verbo, luce e splendore dell’intelligenza” [30062]. La bellezza delle chiese è come la via che conduce al Monte Tabor, non aggiunge nulla di nuovo al mistero ma trasfigura i nostri occhi affinché colgano dalla materia la Gloria. Chi vede me, vede il Padre. Già e non ancora.

La bellezza di per sé non salva proprio nessuno. Ma mostra e testimonia adesso il modo in cui l’opera di salvezza del bel Pastore si compie. Già e non ancora.

Reason why

Maggio 7, 2007

Perché una chiesa deve essere bella?

I cherubini della kapporeth/2

Maggio 5, 2007

Qui sotto scrivevo dei cherubini che spesso si trovano collocati ai due lati degli altari. Certamente indicano un’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento presente nel tabernacolo, ma probabilmente non è solo una suggestione vederci un singolare richiamo ai cherubini della kapporeth, al luogo più recondito del Tempio di Gerusalemme. La tenda del Sancta Sanctorum si squarciò alla morte di Cristo sul Calvario: il sangue degli agnelli che lì veniva offerto si rivela essere solo un segno di attesa di Qualcuno che fosse capace di compiere ciò che il sacrificio di un animale non era in grado.

Mi sembra che l’Omelia di Benedetto XVI, pronunciata durante la messa del Giovedì Santo, ci offra un notevole approfondimento proprio su questo punto. Ne cito un passaggio:

“Nei racconti degli evangelisti esiste un’apparente contraddizione tra il Vangelo di Giovanni, da una parte, e ciò che, dall’altra, ci comunicano Matteo, Marco e Luca. Secondo Giovanni, Gesù morì sulla croce precisamente nel momento in cui, nel tempio, venivano immolati gli agnelli pasquali. La sua morte e il sacrificio degli agnelli coincisero. Ciò significa, però, che Egli morì alla vigilia della Pasqua e quindi non poté personalmente celebrare la cena pasquale – questo, almeno, è ciò che appare. Secondo i tre Vangeli sinottici, invece, l’Ultima Cena di Gesù fu una cena pasquale, nella cui forma tradizionale Egli inserì la novità del dono del suo corpo e del suo sangue. Questa contraddizione fino a qualche anno fa sembrava insolubile. La maggioranza degli esegeti era dell’avviso che Giovanni non aveva voluto comunicarci la vera data storica della morte di Gesù, ma aveva scelto una data simbolica per rendere così evidente la verità più profonda: Gesù è il nuovo e vero agnello che ha sparso il suo sangue per tutti noi.

La scoperta degli scritti di Qumran ci ha nel frattempo condotto ad una possibile soluzione convincente che, pur non essendo ancora accettata da tutti, possiede tuttavia un alto grado di probabilità. Siamo ora in grado di dire che quanto Giovanni ha riferito è storicamente preciso. Gesù ha realmente sparso il suo sangue alla vigilia della Pasqua nell’ora dell’immolazione degli agnelli. Egli però ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran, quindi almeno un giorno prima – l’ha celebrata senza agnello, come la comunità di Qumran, che non riconosceva il tempio di Erode ed era in attesa del nuovo tempio. Gesù dunque ha celebrato la Pasqua senza agnello – no, non senza agnello: in luogo dell’agnello ha donato se stesso, il suo corpo e il suo sangue. Così ha anticipato la sua morte in modo coerente con la sua parola: “Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso” (Gv 10,18). Nel momento in cui porgeva ai discepoli il suo corpo e il suo sangue, Egli dava reale compimento a questa affermazione. Ha offerto Egli stesso la sua vita. Solo così l’antica Pasqua otteneva il suo vero senso”.

Teaser

Maggio 3, 2007

Eternum fiet mondo palpabile Verbum, Interiusque latens exprimet ore nomen - Sibilla egiptia. Il Verbo eterno sarà sensibile al mondo ed esprimerà con la bocca il suo nome intrinseco - Sibilla egizia.

Sibilla egizia (sopra)