L’ultima cena
“Di tutti gli animali, che si muovono o vivono nelle acque, nei mari e nei fiumi, quanti non hanno né pinne né squame, li terrete in abominio” (Levitico 11, 10).
Che ci fanno allora tutti quei gamberi di fiume sulla tovaglia dell’ultima cena? Nelle chiese quattro e cinquecentesche collocate lungo le Alpi, dal Lago Maggiore al Piave, è facile trovare i rossi crostacei inseriti nei dipinti dell’ultima cena.
C’è un primo significato, solido quanto ovvio: sulla tavola c’è quanto si trovava abitualmente sulle tavole di quelle zone. Infatti con il capretto della Pasqua, oltre ai segni eucaristici del pane e del vino , ci sono pesci, pere, mele, fichi, ciliegie. Se S.Polo di Piave come la Valle del Brenta erano località rinomate per i loro gamberi di fiume, può risultare naturale ritrovare i crostacei nelle ultime cene delle loro chiese, elevati a cibo degno del figlio dell’uomo. Inoltre, Bonvesin de la Riva attesta il gambero di fiume come uno dei piatti quaresimali più frequenti, soprattutto sulle mense signorili.
Ma c’è chi vuole vederci ulteriori significati. Il gambero (così come il granchio) rappresenta nello zodiaco la costellazione del Cancro, il passaggio dalla stagione estiva a quella autunnale, il retrocedere, l’inizio della fine, e quindi il presagio della morte. Quei crostacei quindi segnerebbero l’imminente passione e morte di Gesù, tradito da Giuda che intinge con lui la mano nel piatto. Ma non solo questo.
“In un senso più recondito, però esso richiama l’idea dell’eresia in quanto come si sa, cammina all’indietro, va in senso contrario”… La sua presenza quindi sulla tavola della Cena può quindi riferirisi alle dispute ed eresie concernenti l’eucarestia, vivacissime in quei secoli, [...] allusione al dissenso teologico circa la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo nelle forme del pane e del vino [...]” (Claudio Comel, Pietà e dissenso religioso nelle ultime cene, in Civis, p. 29-44, suppl. 16, a. 2000).
Ma non ci sarebbe solo un riferimento all’eucarestia. Con il solstizio d’estate, come il gambero non può che andare all’indietro così il sole non può che retrocedere e declinare verso le stagioni invernali. Il gambero alluderebbe quindi al tema della predestinazione e alla necessità del tradimento di Giuda. “Ma allora Giuda era predestinato? Ecco la tragica domanda che attraverso quegli inquietanti rossi crostacei si fa avanti! E’ la domanda dei dissidenti religiosi, dei liberi pensatori, dei dubbiosi incerti che tutto rimettono nelle mani della imperscrutabile ed indiscutibile volontà divina. Eretici gli uni e gli altri, per le severità teologiche di allora” (C. Comel, op. cit.).
La suggestiva tesi dell’eresia mi appare fragile, e alla fin fine non convincente. Solo un significato simbolico a quel tempo chiaro, esplicito e riconosciuto come teologicamente corretto può giustificare una ripetizione così frequente del tema dei gamberi rossi nelle ultime cene. E poi non si hanno testimonianze di ordini di cancellature da parte di Vescovi o inquisitori, come invece avveniva per le rappresentazioni in odore di eresia, ambigue o anche solo sconvenienti.
La contestazione dell’eucarestia esisteva. E qualcuno, allora come oggi, può pure aver visto nei gamberi un messaggio eretico. Ma rimarebbe comunque un’elaborazione secondaria se non estranea, un tentativo di sovrapporsi a un significato originario che, pur sfruttando la polisemia dei simboli, non riesce a trovare una coerenza di rimandi nell’economia generale delle rappresentazioni dell’ultima cena.
Anche il vederci il riferimento alla predestinazione di Giuda mi appare fragile. Perché in quella notte furono in molti a tradire. Anche a Pietro fu annunciato che avrebbe tradito. E e passare dalla fragilità umana alla predestinazione mi pare indebito. Giuda non fu predestinato, ma pensò di esserlo, negandosi la libertà di chiedere perdono. Così questa del gambero della predestinazione mi sembra più una suggestione à la quello là, come si chiama, quello lì portoghese, che non la tesi di un robusto eretico del quindicesimo secolo.
Più fondata mi sembra la lettura riferita alla polemica antigiudaica: in effetti, a volte, Giuda è rappresentato con il profilo tipico della iconografia antigiudaica e con il sacchetto di denaro in mano. Inoltre, a volte, il gamberetto sembra uno scorpione: le allusioni sarebbero quindi al tradimento di Giuda e dei Giudei, oltre che alla diffusa pratica fenatoria. Ma anche qui, questi elementi non ritornano sempre all’interno delle numerose rappresentazioni di cene ai gamberi. E’ una lettura che si presta solo per alcuni dipinti.
In qualche caso si può anche fare una lettura con implicazioni zodiacali legate alle feste liturgiche, come illustrato da Gianfranco Massetti in “Sulla cena ai gamberi della chiesa di Santo Stefano a Rovato”.
Ora, tirando le somme, pur riconoscendo suggestiva la tesi del prof. Comel (che tra l’altro è stato mio stimato professore al liceo) mi pare che il volerci ritrovare traccia di eresia volta alla contestazione dell’eucarestia risulti una tesi poco plausibile.
Il rosso gambero di fiume sulla tavola dell’ultima cena è segno di un cibo diffuso durante il periodo quaresimale, soprattutto nelle corti signorili. E quel gambero è proprio della quaresima perché porta in sé la cifra della passione e della resurrezione: il carapace grigio diventa rosso acceso dopo la cottura, come il Cristo Risorto passa con la morte dall’aspetto umile della vita nelle terre di Palestina allo splendore di un corpo trasfigurato nella pienezza della divinità.
Febbraio 16, 2008 alle 8:57 pm
Sul sito si trova la foto dell’ultima cena della chiesetta di S.Giorgio a San Polo di Piave e i link ad un sito specifico dedicato alla chiesetta.
Abbiamo trovato la stessa immagine su di un “poster” alla Maison des Vins de Bergerac (Francia), ma non si sa dove l’autore ha preso l’immagine.
Il dipinto di San Giorgio sembra attibuibile a Giovanni di Francia detto il Francione che attorno al 1466 passo un periodo in Italia affrescando parecchie chiese.
Maggio 8, 2008 alle 7:51 pm
In Italia storicamente i gamberi d’acqua dolce hanno avuto un ruolo importante nell’alimentazione della popolazione; grazie alla loro diffusione erano un alimento a disposizione di tutti e non disdegnato neanche sulle tavole dei ricchi.
La denominazione di numerosi paesi lombardo - veneti, quali Gamberana (Mn), Gambellara (Vi), Gambarare (Ve), Gambara (Bs) deriva dall’antica presenza del gambero d’acqua dolce in quelle località. Valdastico, in provincia di Vicenza, trae il proprio nome da “astacus”, poiché il fiume era popolato dai comuni gamberi d’acqua dolce, distribuiti nelle zone di minor turbolenza delle acque correnti submontane, su substrati fangosi o ricchi di vegetazione.
L’iconografia del gambero in Veneto era rappresentata sin dall’antichità.
Nel Palazzo della Ragione di Padova, in un affresco attribuito a Giotto, viene rappresentato uno dei rarissimi cicli astrologici medievali, in cui si nota la presenza del gambero di fiume raffigurante il segno del cancro
Una delle opere più pregevoli a testimonianza della tradizionalità del gambero, è quella dell’Ultima Cena, affrescata nel 1466, nella Chiesa di S. Giorgio in San Polo di Piave, attribuita al pittore feltrino Giovanni di Francia. Scrive Comel, docente di Storia e Filosofia all’Università UILM di Feltre: “Questo animale ha per la simbologia cristiana un preciso significato legato alla resurrezione, in quanto cambia stagionalmente le spoglie”. Per i profani il gambero di fiume compie, con la crescita numerose mute, cioè si spoglia dell’esoscheletro che rimane sul fondale del tutto simile alle spoglie di un crostaceo morto. L’animale esce dal suo rivestimento e sembra che resusciti.
La popolazione astacicola in Veneto era consistente ed ampiamente diffusa fino al 1859, anno in cui fece la sua prima comparsa la “peste dei gamberi” nel nord Italia (Cornalia, 1960; Ninni, 1865).
A partire dal secondo dopoguerra, l’areale del gambero di fiume autoctono si è sempre più ristretto in tutte le provincie della Regione. Il crostaceo è scomparso dalle zone di pianura, a causa dell’inquinamento, conseguente allo sviluppo agricolo - industriale o per interventi dell’uomo in ambito fluviale, inclusi i parchi e le aree protette. Talvolta questo è anche dovuto ad insipienza di pubblici amministratori. La realizzazione di un impianto di depurazione urbano con scarico alla sorgente di un torrente montano ha portato alla scomparsa di una popolazione millenaria di gamberi autoctoni.
E poi dicono che l’acqua è un bene prezioso.
Maggio 8, 2008 alle 7:57 pm
Precisazione. Il torrente in questioneè in Emilia Romagna
Maggio 9, 2008 alle 8:36 am
Grazie per questo ampio e interessante approfondimento.
Buono a sapersi che il gambero di fiume fosse un cibo anche comune, al pari delle mele e delle pere spesso rappresentate assieme sulla tavola dell’ultima cena.