Archivio per Aprile 2007

La cotogna

Aprile 29, 2007

 cotogna

La cotogna è un frutto che a mangiarlo così fa storcere la bocca. Ma lavorato diventa conserve, marmellate, distillati: diventa ciò che in natura non esiste ma che l’uomo sa creare, quasi fermando quel tempo che inesorabile fa tutto deperire e marcire. 

La cotogna è simbolo di fertilità, perché la procreazione è l’anticipo di eternità e immortalità propria di chi è mortale.

E’ simbolo di redenzione. Anticipo dell’eterno che passa attraverso la fatica del lavoro e la grazia della creatività.

L’uomo, fatto a immagine di Dio, nelle generazioni, e quindi nella morte, avvicina l’eterno. Fatto a immagine di Dio, nella creatività, e quindi nel limite di un’idea, avvicina l’eterno. Quindi non lo raggiungerà mai. A meno che l’eterno non entri tra le generazioni e il lavoro dell’uomo.  

G. Bellini, Madonna con Bambino con in mano una mela cotogna

Dedicata alla creatività, a Forlì, ha aperto Casa Cotogni.  

Zigzag huc et ostendam tibi

Aprile 27, 2007

San Sebastiano    San Domenico     Santa Maria Assunta

Ecco tre ingressi a tre chiese di Caltanissetta. Adesso immaginate tre soluzioni per chi non può fare le scale.

Se non ne avete il tempo, allora potete guardare qui (e anche qui) i progetti vincitori del concorso nazionale Chiese senza barriere che era stato bandito dalla Diocesi di Caltanissetta. Oggetto del concorso era la realizzazione di elementi smontabili idonei a superare le barriere architettoniche davanti tre edifici sacri della città di Caltanissetta:
1. Chiesa di San Sebastiano; 2. Chiesa Santa Maria Assunta; 3. Chiesa San Domenico.

Conservare e allo stesso tempo rendere accessibile. Anche se, a ben guardare, il problema non è soloquello di conciliare la funzionalità con i vincoli della conservazione. Così come la soluzione non è progettare un percorso alternativo nello stile giusto, creare uno zigzag ben inserito nel contesto. Ma far sì che l’ascendere, anche per chi non fa le scale, continui ad essere un ostendere. Ego sum ostium… (Gv 10,9)

Tre volte prudenza

Aprile 26, 2007

Qualche post più indietro avevo accennato agli esempi di Trinità rappresentata tramite una testa a tre volti, il vultus trifrons, o più raramente tramite una figura con tre teste. Tipologie presto rifiutate dalla Chiesa per la loro mostruosità e per il richiamo a figure mitologiche pagane.

A volte ci si può imbattere in un vultus trifrons inserito in un edificio ad uso civile, e non religioso. In questo caso non si tratta di un riferimento alla Trinità ma un richiamo alla virtù della Prudenza, ovvero alla capacità di guardarsi bene attorno nello spazio e nel tempo, come ricorda anche Dante nel Convivio (IV, 27):

Conviensi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede buona memoria delle vedute cose, e buona conoscenza delle presenti, e buona provvedenza delle future.

La foto qui sotto si riferisce a un affresco che decora una delle sale della Rocca di Angera.

Rocca di Angera

Agostino d’Ippona e Rutger Hauer

Aprile 23, 2007

Morire (per rinascere a vita nuova). Il dileguarsi di tutti i momenti di una vita passata (ma per essere raccolti in disegni profondi). Le lacrime che si perdono nell’acqua (del fonte battesimale).  Il brano di Sant’Agostino, citato appena qui sotto, scorre come parallelo (ma nel senso opposto) a un altro brano famoso.

Il battesimo di Agostino

Aprile 23, 2007

“E fummo battezzati, e si dileguò da noi l’inquietudine della vita passata. In quei giorni non mi saziavo di considerare con mirabile dolcezza i tuoi profondi disegni sulla salute del genere umano. Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella tua chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene” (S.Agostino, Le confessioni, IX 6.14).

I cherubini della kapporeth

Aprile 20, 2007

Nell’Antico Testamento, c’è una singolare eccezione al divieto di fare immagini e riguarda il coperchio, la kapporeth, dell’Arca dell’Alleanza:

“Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del coperchio. Farete un cherubino da una estremità e un cherubino all’altra estremità. Farete i cherubini tutti d’un pezzo con il coperchio alle sue due estremità. I cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; saranno rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il coperchio. Porrai il coperchio sulla parte superiore dell’arca e collocherai nell’arca la Testimonianza che io ti darò” (Es. 25, 18-21).

San Paolo, nella lettera agli Ebrei, riprende questo passo, descrive il Tempio nel quale l’arca era posta e legge il tutto alla luce della Nuova Alleanza:

“E sopra l’arca stavano i cherubini della gloria, che facevano ombra al luogo dell’espiazione… Disposte in tal modo le cose, nella prima Tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrarvi il culto; nella seconda invece solamente il sommo sacerdote, una volta all’anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per i peccati involontari del popolo. Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era ancora aperta la via del santuario, finché sussisteva la prima Tenda. Essa infatti è una figura per il tempo attuale, offrendosi sotto di essa doni e sacrifici che non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, l’offerente, trattandosi solo di cibi, di bevande e di varie abluzioni, tutte prescrizioni umane, valide fino al tempo in cui sarebbero state riformate. Cristo invece, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso una Tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna” (Eb 9, 5-12).

Qui San Paolo indica come, alla luce della nuova alleanza, il vero luogo dell’espiazione, prefigurato dal coperchio dell’arca (la kapporeth), stia nella croce e nel sacrificio di Cristo. In Lui Dio ha mostrato il suo volto,  ha donato la sua nuova e piena Testimonianza.

E i cherubini vi volgono lo sguardo e fanno ombra con le loro ali.

Altare - Chiesa di S. Antonio Abate - Alano di Piave     Altare - particolare - Chiesa S. Antonio Abate - Alano

Non chiamateli fumetti

Aprile 20, 2007

Metto qui un comunicato stampa dell’Isal 

“La miniatura, ovvero l’illustrazione del libro manoscritto, fu una delle manifestazioni artistiche più importanti del Medioevo, ma si rivela capace di affascinare e stupire anche lo sguardo attento e curioso dell’uomo contemporaneo. La lunga storia delle miniature si incontra oggi con la fresca giovinezza di alcuni studenti, con la loro fantasia e abilità interpretativa di capolavori che appartengono al passato, ma capaci di parlarci ancora oggi. Per questo, in occasione della giornata dell’Open Day delle Biblioteche Lombarde, l’ISAL, Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda, organizza una mostra di disegni della classe III D del Liceo Scientifico “Marie Curie” di Meda. L’esposizione, a cura di Clara Castaldo e Ferdinando Zanzottera, sarà articolata in un percorso di pannelli che, introducendo il pubblico al vasto e articolato orizzonte della Storia della Miniatura, permetteranno di apprezzare il lavoro di interpretazione grafica degli studenti. Sarà disponibile, inoltre, un catalogo con testi introduttivi e contributi di diverso genere e con la riproduzione di tutte le tavole dei ragazzi. L’iniziativa del 22-04, è un segnale importante da parte della nuova e antica compagine di studiosi e amici dell’ISAL ed è espressione della volontà di incrementare l’offerta culturale e didattica dell’Istituto di Storia dell’Arte Lombarda, con sede operativa in Cesano Maderno, rivolta agli Istituti di Istruzione Superiore presenti sul territorio lombardo. La mostra, che offre anche l’opportunità di conoscere più da vicino l’ISAL, è aperta al pubblico nella giornata di domenica 22 aprile dalle 10.00 – 13.00 / 14.30 – 18.00 presso Palazzo Arese Jacini, Piazza Arese 12, Cesano Maderno (MI).

Orientamenti/2

Aprile 19, 2007

Al canto del Te Deum, ecco come si trasforma in pochi minuti un altare per la celebrazione secondo il messale del 1962.

Qui il video.

A me, francamente, pareva che alla partenza ci fosse già tutto (altare ben piantato a terra, la tovaglia, il grande crocifisso); anzi, che questa aggiunta posticcia di altri elementi possa infondere un senso di poca solidità, con conseguente perdita di solennità.

Ma fosse anche un blocco unico di marmo, il rischio maggiore è che tale impostazione confermi l’idea di un celebrare alla parete, al tabernacolo, come segnalava lo stesso Ratzinger in La festa delle fede. Con la perdita, ancora una volta, dell’essenziale.

L’orso, il luccio, il centauro e Giotto

Aprile 17, 2007

L’altro giorno ascoltavo con scetticismo una lettura iconografica che interpretava positivamente un centauro scolpito su di un ambone. Ma leggendo quanto emerge a Padova quasi quasi mi ricredo.

_

Da Avvenire di oggi

PADOVA
La scoperta di Giuliano Pisani: le 4 figure affrescate a fianco del Cristo Giudice agli Scrovegni non sono i simboli tradizionali, ma animali ben più insoliti

 [Qui la foto migliore che ho trovato in rete]

 Giotto perde gli evangelisti?

Assieme a due esseri alati, sono raffigurati un centauro (che alluderebbe alla natura umana e divina di Gesù) e un orso che tiene tra le zampe un luccio: altro simbolo cristologico

Di Marco Bussagli

E’ assolutamente sorprendente come, talvolta, negli studi, si continuino a ripetere le medesime affermazioni senza nessuno spirito critico, un po’ per pigrizia, un po’ per autoconvinzione.
Mi spiego meglio. Quando, per inveterata tradizione, studiosi autorevoli si abbandonano ad affermazioni banali e scontate che, però, sono comode in quanto non sollevano problemi e, in fondo, sembrano la soluzione più ovvia, anche nel caso di una riconsiderazione della questione ab imis, come per la Cappella degli Scrovegni di Padova, si finisce per vedere con gli occhi della tradizione, orale o scritta che sia.
Non si può certo dire, infatti, che negli ultimi anni la Cappella dell’Arena, come pure viene chiamata l’edificio di Enrico Scrovegni, non sia stata studiata. Basterebbe la campagna di restauro condotta magistralmente da Giuseppe Basile nel 2002, nel corso della quale gli affreschi sono stati ripuliti, restaurati, studiati e fotografati, letteralmente, centimetro per centimetro.
Eppure, la lettura data fin qui di alcuni particolari è sempre stata la medesima. Tutti, infatti, hanno continuato ad affermare che il Cristo giudice sia seduto su un trono di luce sostenuto dalle figure simboliche degli evangelisti. Così, per esempio Claudio Bellinati, nel suo bellissimo Giotto. Padua felix. Atlante iconografico della Cappella di Giotto (1996), scrive: «Sotto il trono di diaspro verde stanno i quattro simboli degli Evangelisti: Aquila (Giovanni), Vitello (Luca), Angelo (Matteo), Leone (Marco)». Ugualmente, gli studiosi precedenti e quelli successivi, con qualche distinguo.
Il fatto è che le cose non stanno così. Allora, in questi casi, ci vuole qualcuno che guardi con occhi nuovi e dica che «il re è nudo». Così, a gettar via gli occhiali del preconcetto e a dire finalmente che quelli non sono gli evangelisti che la tradizione vorrebbe, ci ha pensato Giuliano Pisani, appassionato di Giotto, grecista e latinista, già assessore alla Cultura del Comune di Padova, non storico dell’ arte e forse proprio per questo capace di osservare i fatti da un nuovo punto di vista.
Per capire che quelli dipinti da Giotto a Padova non sono i simboli degli evangelisti secondo l’iconografia canonica, in realtà, era sufficiente guardarli; ma solo Pisani l’ha fatto con un articolo che sarà pubblicato nel prestigioso Bollettino dei Musei Civici di Padova. In realtà, come ricorda lo stesso Pisani, già Aldo Foratti, nel 1921, metteva in guardia nei confronti di un’identificazione, per così dire, automatica di quelle figure come evangelisti, ma poi tutti avevano dimenticato l’avvertimento e nessuno aveva più affrontato il problema, rifugiandosi nella versione di comodo.
Il fatto è che – mentre a destra guardando compaiono due figure alate, una con la testa di leone ed una con la testa di uomo che assume l’aspetto di un cherubino con le ali ripiegate sul corpo, così come l’altro – a sinistra le cose si complicano. La figura più vicina al Cristo è una sorta di centauro, con zampe da quadrupede e busto umano (notato anche da studiose come Irene Hueck e Chiara Frugoni che, però, lo riconduce forzatamente al simbolo di Luca), mentre quella più lontana è ancora più inspiegabile. Si tratta di un orso in posizione eretta che stringe fra le zampe ungolate un pesce, verosimilmente un luccio, come Pisani afferma nell’articolo e conferma alla luce delle perizie degli zoologi.
Una cosa, intanto, è certa: l’aquila che tutti hanno visto non c’è e neppure il vitello di Luca, anche se il presunto centauro ha gli zoccoli fessi degli ovini. Il mistero s’infittisce e per darne spiegazione Pisani ricorre giustamente all’impostazione generale del programma della Cappella, che si basa, come ha dimostrato in un altro articolo pubblicato sul Bollettino (2004), sul rapporto fra la Giustizia umana (dipinta da Gotto a monocromo fra le Virtù contrapposte ai Vizi) e quella divina rappresentata da Cristo come «sole di Giustizia». Ne deriva, secondo Pisani, che l’aggiunta di queste singolari f igure simboliche voglia esaltare alcuni aspetti del Cristo, a cominciare dal Centauro che allude alla doppia natura del Redentore, umana e divina.
A sua volta, il pesce e l’orso sono due altri aspetti cristologici che ritornano coerentemente in questo contesto. È ben noto, asserisce Pisani, che il pesce sia uno dei più antichi simboli di Cristo; ma la scelta del luccio, non farebbe altro che rafforzare questa simbologia perché «il lucius dei latini è il “pesce-luce” cui già i primi cristiani attribuivano accostamenti al Signore luce del mondo», come spiega sinteticamente. Non solo, ma il pesce alluderebbe all’umanità “pescata”, ossia salvata dalla Chiesa, come specifica sant’Agostino in un passo del De Civitate Dei (XVIII, 49), nel quale non manca certo il paragone con la rete da pesca definita evangelica («sagenam evangelicam»), come sottolinea lo studioso.
Infine, l’orso sulla scorta dell’interpretazione d’Isidoro di Siviglia – uno degli enciclopedisti più frequentati dai teologi medievali come Altegrado de’ Cattanei, probabile ispiratore del programma e canonico della Cattedrale di Padova – alluderebbe alla Provvidenza divina. Pisani invita gli studiosi ad approfondire, ma – grazie a lui – un bel pezzo di strada è stato percorso.

Il posizionamento

Aprile 14, 2007

“Da bambino, il cristianesimo per me era rappresentato da peccato, colpevolezza e pentimento. Con questo film ho scoperto invece il suo aspetto più luminoso e puro”.

Philip Gröning, regista del film Il grande silenzioAvvenire del 01/04/2007)