La rosa e il giglio
Febbraio 28, 2007

Quivi è la rosa in che ‘l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon cammino.
(Dante Alighieri, Paradiso, XXIII, 73-75)


Quivi è la rosa in che ‘l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon cammino.
(Dante Alighieri, Paradiso, XXIII, 73-75)

Benedetto XVI, durante l’incontro con i parroci e il clero di Roma, ha risposto a una domanda che chiedeva se l’arte sacra non vada valorizzata più adeguatamente come mezzo di comunicazione della fede.
“La risposta potrebbe essere molto semplice: sì! Sono arrivato da voi con un po’ di ritardo, perché prima ho fatto visita alla Cappella Paolina, che da diversi anni è sottoposta a restauri. Mi hanno detto che dureranno ancora due anni. Ho potuto vedere un po’ tra i ponteggi una parte di questa arte miracolosa. E vale la pena restaurarla bene, così che risplenda di nuovo e sia una catechesi viva.
Con questo volevo ricordare che l’Italia è particolarmente ricca di arte, e l’arte è un tesoro di catechesi inesauribile, incredibile. Per noi è anche un dovere conoscerla e capirla bene. Non come fanno qualche volta gli storici dell’arte, che la interpretano solo formalmente, secondo la tecnica artistica. Dobbiamo piuttosto entrare nel contenuto e far rivivere il contenuto che ha ispirato questa grande arte. Mi sembra realmente un dovere — anche nella formazione dei futuri sacerdoti — conoscere questi tesori ed essere capaci di trasformare in catechesi viva quanto è presente in essi e parla oggi a noi.
Così anche la Chiesa potrà apparire un organismo non di oppressione o di potere — come alcuni vogliono mostrare — ma di una fecondità spirituale irripetibile nella storia, o almeno, oserei dire, tale da non potersi riscontrare fuori della Chiesa Cattolica. Questo è anche un segno della vitalità della Chiesa, che, con tutte le sue debolezze e anche i suoi peccati, sempre è rimasta una grande realtà spirituale, un’ispiratrice che ci ha donato tutta questa ricchezza. Quindi è un dovere per noi entrare in questa ricchezza ed essere capaci di farci interpreti di questa arte. Ciò vale sia per l’arte pittorica e scultorea, sia per la musica sacra, che è un settore dell’arte che merita di essere vivificato. Direi che il Vangelo variamente vissuto è ancora oggi una forza ispiratrice che ci dà e ci darà arte. Ci sono anche oggi soprattutto sculture bellissime, che dimostrano che la fecondità della fede e del Vangelo non si è spenta, ci sono anche oggi composizioni musicali… Mi sembra che si possa sottolineare una situazione, diciamo, contraddittoria dell’arte, una situazione anche un po’ disperata dell’arte.
Anche oggi la Chiesa ispira, perché la fede e la Parola di Dio sono inesauribili. E questo dà coraggio a noi tutti. Ci dà la speranza che anche il mondo futuro avrà nuove visioni della fede e, nello stesso tempo, la certezza che i duemila anni di arte cristiana già trascorsi sono sempre vivi e sono sempre un «oggi» della fede”.
Come si ricordava qui sotto, nel nord Europa è facile riconoscere le chiese protestanti per i galli segnavento posti in cima ai campanili. Ma non è un loro segno esclusivo, anche perché molto più antico.
Un esempio. Al Museo di Santa Giulia a Brescia è conservato il gallo segnavento del Vescovo Ramperto, collocato nell’820 sul campanile romanico della chiesa dedicata a San Faustino - dove ci è rimasto fino al 1910.
Il gallo è simbolo di fede e vigilanza. ” Il racconto evangelico ha fornito la chiave fondamentale per raccordare il gallo come simbolo solare di salute [proprio dei popoli ellenici] e il gallo come simbolo sapienziale di preveggenza e saggezza [proprio dei celti]. Il canto del gallo che annunzia l’alba risveglia infatti in Pietro la coscienza intorpidita dalla paura, che l’ha portato a rinnegare Gesù. In lui nasce da allora l’alba chiara della fede retta e invincibile: il sole della luce divina che lo porta alla salvezza e lo rende partecipe della resurrezione. Per questo il gallo, che si associa a Pietro, ma anche al risveglio dei morti nel giorno del Giudizio, domina (con la croce) i campanili delle chiese cristiane” (F. Cardini, Luoghi dell’Infinito, novembre 2004).
Martedì Grasso, Mercoledì delle Ceneri: due modi diversi di guardare alla stessa evidenza.
Re Carnevale con tutte le sue salsicce è morto quando ha preteso di presenziare tutto l’anno, trasformandosi in un perpetuo carnevale di magro. Meglio allora Re Quaresimante quel “gran succhiatore d’aringhe”, per dirla con Rabelais. Almeno lui sa di avere il tempo contato e di poter regnare solo un poco, almeno lui sa che sarà cacciato dal Re del giorno di Pasqua.
Si fa presto a dire questa è una chiesa cattolica. Ma mica è sempre così facile. Basta andare sopra il Gottardo perché la faccenda si complichi: le varie confessioni si moltiplicano e ci sono chiese che bisogna decifrare, perché senza un esplicito riferimento al credo cui appartengono. Ma quale può essere un autentico segno distintivo capace di distinguere una chiesa cattolica dalle altre?
Gli altari dedicati ai Santi sono solitamente un segnale vistoso e inequivocabile di cattolicità, ma nelle chiese contemporanee sono praticamente spariti. Per un certo tempo ho pensato che la presenza del tabernacolo sull’altare al centro del presbiterio fosse la vera cifra distintiva delle nostre chiese. Ma poi ho scoperto che è una soluzione che si è diffusa solo con S. Carlo Borromeo e che oggi viene sconsigliata. I confessionali non è detto di trovarli ovunque così come il corpo di Cristo sulla grande croce collocata sul presbiterio. L’angolo bookshop ce l’hanno tutti senza distinzione, basta avere una chiesa con un po’ di storia. Anche le astruserie le possono vantare tutti: a Bruxelles non so se c’è ancora la chiesa, nominalmente cattolica, con divanetti e cuscini al posto dei banchi ”come le prime chiese ricavate nelle case dei discepoli” (sic). Solitamente le chiese protestanti citano le letture domenicali con esuberanza di numeri dei versetti, ma non è detto di non trovare qualche prete che fa scorrere numeri di versetti e avvisi con le insegne a led rossi.
Insomma un segno distintivo univoco per riconoscere subito se una chiesa è Cattolica non c’è. Non c’è forma del presbiterio, pianta della chiesa, ciclo pittorico, che tenga. L’unico metodo scientifico, verificato empiricamente, è questo: recarsi in fondo alla chiesa dove c’è la bacheca. Se tra l’orario delle funzioni e l’avviso della gita c’è la foto del Papa presa da una pagina di giornale, allora la chiesa è cattolica.
“La Chiesa non ha ancora realmente provocato il genio contemporaneo a confrontarsi con la sua specificità, con le sue necessità di culto, di devozione, teologiche e antropologiche. Non ha mai chiesto a Peter Eisenman di progettare una chiesa che parli della Gerusalemme celeste o a Tadao Ando di studiare il problema della forma in rapporto ai dettami dell’Incarnazione. Senza una guida sicura e un vero dialogo, chiedere a Peter Eisenman o a Frank Gehry di progettare una chiesa cattolica equivale a chiedere a Jacques Deridda di scrivere un catechismo”.
Steven J. Schloeder, intervistato da Studi Cattolici, Gennaio 2007
Salendo lungo il Montorfano, ci si imbatte in questa chiesa romanica. Risale all’XI secolo, ma si erge sulle fondamenta di altre due chiese, una di epoca carolingia e l’altra del V secolo.

E’ dedicata a San Giovanni Battista. Il tamburo ottagonale in qualche modo lo annuncia, in quanto forma geometrica propria dei battisteri.

Sotto il livello del pavimento, è ancora visibile il fonte battesimale di epoca paleocristiana. In un primo tempo la vasca era più ampia; poi è stata ridotta, come appare ancora oggi. Ovviamente, è di forma ottagonale.

Nella foto si vede che il fondo è umido. L’acqua non è stata versata, ma è un effetto di risalita dell’acqua dalla falda sottostante. Effetto oggi piuttosto attenuato, ma che al momento della costruzione era stato sfruttato adeguatamente. Inoltre, quando la vasca era ampia e utilizzata per il rito del battesimo mediante immersione totale, l’acqua era corrente a veniva portata tramite un’apposita canalizzazione.
Ma perché ogni battistero, tradizionalmente, è ottagonale?
Oggi sappiamo che tra i battisteri ottagonali più antichi c’è quello di San Giovanni alle Fonti, fatto costruire da Sant’Ambrogio a Milano. I resti sono stati ritrovati nel 1961 durante la costruzione della metropolitana. Oggi la vasca si può ancora vedere, e si trova sotto il sagrato del Duomo.
Ambrogio compose un carme di otto distici in due strofe, che probabilmente erano dislocati sulle otto pareti del battistero:
OCTACHORVM SANCTOS TEMPLVM SVRREXIT IN VSVS
OCTAGONVS FONS EST MVNERE DIGNVS EO
HOC NVMERO DECVIT SACRI BAPTISMATIS AVLAM
SVRGERE QVO POPVLIS VERA SALVS REDIIT
LVCE RESVRGENTIS CHRISTI QVI CLAVSTRA RESOLVIT
MORTIS ET E TVMVLIS SVSCITAT EXANIMES
CONFESSOSQVE REOS MACVLOSO CRIMINE SOLVENS
FONTIS PVRIFLVI DILVIT INRIGVO
HIC QVICVMQVE VOLVNT PROBROSA[E] CRIMINA VITAE
PONERE CORDA LAVENT PECTORA MVNDA GERANT
HVC VENIANT ALACRES QVAMVIS TENEBROSVS ADIRE
AVDEAT ABSCEDET CANDIDIOR NIVIBVS
HVC SANCTI PROPERENT NON EXPERS VLLVS AQVARVM
SANCTVS IN HIS REGNVM EST CONSILIVMQVE DEI
GLORIA IVSTITIAE NAM QVID DIVINIVS ISTO
VT PVNCTO EXIGVO CVLPA CADAT POPVLI
L’edificio a otto nicchie è stato innalzato per gli usi sacri, il fonte ottagono è degno di questo dono. È stato opportuno che su questo numero sorgesse l’aula del sacro battesimo per il quale ai popoli è stata ridata la vera salvezza nella luce di Cristo risorgente, egli che apre la prigione della morte e ridesta dalle tombe gli esanimi, e, liberando quelli che si confessano colpevoli dalla macchia del peccato, li lava nella corrente del fonte che puro fluisce. Qui tutti quelli che vogliono abbandonare le colpe di una vita obbrobriosa lavino il cuore, custodiscano l’animo puro. Qui vengano solleciti: e anche se oppresso dalle tenebre uno avrà il coraggio di avvicinarsi, se ne ripartirà più candido della neve. Qui si affrettino i santi: tutti i santi sperimentano queste acque. In esse è il regno e il disegno di Dio. O gloria della giustizia! Infatti qual cosa più divina di questa che in un breve istante crolli la colpa di un popolo? (Traduzione di Lorenzo Bianchi)
Il numero otto indica il giorno del Signore, la dies dominica. Se il sette è legato ai sette giorni della creazione e quindi alla Legge dell’Antico Testamento, l’otto si riferisce al Nuovo Testamento, al completamento e all’inveramento della legge antica, alla nuova creazione resa possibile dalla venuta e dalla resurrezione di Gesù Cristo, alla liberazione del peccato operata dal sacramento del battesimo.
Sant’Ambrogio ha scritto il De sacramentis e il De mysteriis nei quali spiega il significato dei sacramenti. Vi ha descritto passo passo come avveniva il rito del battesimo, con ad esempio l’unzione completa del corpo e l’immersione nella vasca battesimale. Ne riporto alcuni passaggi, molto belli e utili a far comprendere come la forma del battistero sia un modo per dare un’immagine visibile della nuova vita in Cristo, alla quale si accede attraverso il battesimo.
“Siamo venuti al fonte, sei entrato [nel battistero], sei stato unto. Pensa a chi hai visto, pensa a quello che hai detto, richiamalo diligentemente alla memoria! Ti è venuto incontro un levita, ti è venuto incontro un sacerdote. Sei stato unto come un atleta di Cristo si prepara a sostenere la lotta contro questo mondo. Ti sei impegnato a cimentarti nella lotta. Chi lotta ha motivo di sperare. Dove c’è lotta, là c’è una corona (De sacramentis I, 4)”.
“Sei stato interrogato: Credi in Dio Padre Onnipotente? Hai risposto Credo e ti sei immerso nel fonte, cioè sei stato sepolto. Sei stato interrogato di nuovo: Credi nel Signore nostro Gesù Cristo e nella sua croce? Hai risposto: Credo e ti sei immerso nel fonte. Perciò sei stato sepolto anche con Cristo. Chi infatti viene sepolto con Cristo, con Cristo risorge. Per la terza volta sei stato interrogato: Credi anche nello Spirito Santo? Hai risposto: Credo e ti sei immerso per la terza volta perché la triplice confessione cancellasse i numerosi peccati della tua vista passata (De sacramentis II, 20)”.
Chiunque venga battezzato, viene battezzato nella morte di Gesù. Che significa nella morte? Perché, come è morto Cristo, così anche tu gusti la morte; come Cristo è morto al peccato e vive per Dio, così anche tu, mediante il sacramento del battesimo, devi essere morto alle precedenti lusinghe dei peccati ed essere risorto mediante la grazia di Cristo. E’ una morte, ma non nella realtà d’una morte fisica, bensì in un simbolo. Quando ti immergi nel fonte, assumi la somiglianza della sua morte e della sua sepoltura, ricevi il sacramento della sua croce… (De sacramentis II, 23)”.
“Ricevi anche sul capo il balsamo, cioè l’olio profumato Perché sopra il capo? Perché come dice Salomone, i sensi del saggio stanno nella sua testa. Infatti la sapienza senza la grazia è inefficace, ma quando la sapienza riceve la grazia, allora la sua opera comincia ad essere perfetta. Questa si chiama rigenerazione. Che cosa è la rigenerazione? Tu trovi negli Atti degli Apostoli che quel versetto recitato nel secondo salmo: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato sembra riferirisi alla risurrezione… Perciò viene detto anche primogenito di coloro che risuscitano dai morti. Cosa è dunque la risurrezione se non il momento in cui risorgiamo dalla morte alla vita? Così dunque anche nel battesimo, poiché è l’immagine della morte, senza dubbio, quando ti immergi e ti rialzi, c’è l’immagine della risurrezione (De sacramentis III, 1-2)”.
Ecco la soglia. Il dentro e il fuori. Ascende huc et ostendam tibi, bisogna varcarla affinché si spalanchi la promessa. Lo dice anche la sua forma.
La pietra squadrata alla base è la terra, salda come le due colonne scolpite. Sopra, la forma circolare è come la calotta del cielo. Ecco la soglia che divide la terra dal cielo. Sopra ancora, c’è una base e un monte dove hanno piantato la croce. Il monte è plasmato secondo la forma della calotta del cielo. Non può che essere il Golgota.
Ogni monte, ogni salita prefigura il Calvario. E al di là della soglia, questo è quanto viene mostrato a chi sale.

Non ci sono segreti se non una morte che fu pubblica: Dio è sceso ed è venuto incontro fino a chinarsi sotto il peso della croce. Quattordici stazioni lo ricordano.
Se fosse un segreto, non ci sarebbe monte abbastanza alto per scoprirlo. A stento ci raffiguriamo le cose terrestri, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi può rintracciare le cose del cielo? Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai inviato il tuo Santo Spirito dall’alto? (Sap. 9-17)
Il Cardinale Pitra, chiosando l’opera di Melitone, nello Spiciliegium Solesmensis ricorda: Monte è il Salvatore. “Il monte della casa del Signore sarà preparato in cima ai monti, e si innalzerà sopra i colli” (Isaia, 2,2). Monte è la Chiesa. “Coloro che confidano nel Signore, sono come il monte di Sion: non vacilla, è stabile per sempre” (Sal. 125,1).
La forma squadrata e il semicerchio, la terra e il cielo, sono sempre soglia e passaggio. Lo è a volte anche un portale della chiesa con la sua forma squadrata e la lunetta sopra. Il portale all’esterno è anticipo e prefigurazione dell’interno: basta ribaltare un portale, stenderlo in orizzontale e si avrà la pianta della chiesa con la navata e il coro.
E altro monte, altra soglia è dentro la chiesa. Altri gradini portano su all’altare. A chi li ascende essi sussurrano quello che ebbe già a dire Il Signore a Mosè sul monte Horeb: “levati i calzari, perché questo è terreno sacro”. L’altare è la soglia dell’eternità (R. Guardini, I santi segni).
[Le foto si riferiscono al Porticato delle cappelle, presso la Chiesa di Maria Vergine Assunta di Mergozzo. La Via Crucis è stata affrescata dal pittore Giovanni Battista Ronchelli di Varese, nel 1752]