La liturgia spiegata a un amico – 4

Novembre 14, 2009 di lc

Dio è già sempre prima. O perlomeno lo è l’assoluto. E’ il primato dell’essere sul non essere. Per cui, se giri la testa, la giri perché quanto vedi è mancante e rinvia ad altro; la giri perché è chiamata dall’essere nella sua pienezza. Non è questione di desiderio o di qualche esigenza psicologica, ma di necessità di cogliere il reale in modo non contraddittorio. L’essere che si manifesta come ente è relativo ad altro, chiama altro. E questo altro che è assente e allo stesso tempo necessariamente presente ci porta a girare il collo, ci fa muovere i piedi, girare gli occhi, coniugare idee, inanellare parole. Si va oltre perché il tutto precede la parte.

Si può tentare di inseguire la completezza, accumulando. Come nello shopping (una sorta di declinazione compulsiva dell’empirismo). Oppure per sottrazione, come nel monotono roteare dei dervisci che sfinisce le parti per evocare il tutto, per arrivare al punto fermo, allo zero baricentrico che fa balenare l’unità incontraddittoria. In entrambi questi due esempi è uno sforzo: l’assoluto è cercato oltre lo stacco della propria rincorsa; è un momento di apnea. Alla lunga entrambi risultano insostenibili.

C’è anche un modo di procedere che risulta più umano, anzi che risulta umano in modo distintivo. E’ il metodo dell’esperienza unita all’ipotesi. Più semplicemente, lo si può definire anche come il metodo dello scoprire, dell’approfondire e dello spiegare, dove il mistero è svelato senza cessare di essere ancora mistero. L’assoluto si lascia percorrere ma non rinchiudere. E’ il metodo dell’unità e della differenza, dell’analogia e della trascendenza. E’ il metodo che, riconoscendo che il tutto precede la parte, si carica di tutto l’umano possibile per dirigersi verso quella pienezza, quella completezza, verso l’assoluto.

Ci sono dei passi della tradizione biblica che ricordano la necessità di questa tensione verso l’assoluto. Il primo lo troviamo nel Levitico e dice:
Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo (Le 19,2).
Questo passo poi lo si ritrova nel Vangelo di Matteo:
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48).
Qui la santità viene esplicitata come perfezione, come integrità, come completezza. E’ un richiamo a quell’orizzonte assoluto, sempre trascendente quanto necessario. Ma cosa è precisamente questa completezza? Lo spiega l’evangelista Luca che si rivolgeva a un pubblico pagano e ignaro di cosa significasse completezza nella tradizione biblica:
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro (Lc 6,36).
Nella misericordia, nel cuore grande, nell’amore è il necessario compimento dell’uomo che si rapporta all’assoluto.

Ora, questa tensione all’assoluto attraversa e costituisce l’umano: è l’orizzonte comune che fa comunicare gli uomini. E’ una tensione, ma anche una fatica. L’uomo sale la montagna, e giunto sulla cima non può che saltare per tentare di aggrapparsi al cielo. Senza riuscirci, ma stringendo a vuoto il cielo. Il cielo, l’assoluto rimane presente nell’assenza, trascendente. Ma la liturgia ci testimonia che non finisce tutto in questa tensione verso l’assoluto; in quanto azione di Dio, la liturgia mostra qualcosa di più rispetto a questo movimento. Testimonia che l’assoluto non rimane una trascendenza muta, atematica. Ci dice di Dio che va verso l’uomo.

Mi pare che si possa riscontrare questa dinamica nell’episodio del giovane ricco riportato da Marco (10,17-22). Il giovane ricco si era avvicinato a Gesù per chiedere cosa dovesse fare per avere la vita eterna, ovvero la pienezza, la completezza. Allora “Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi. ma quello rattristatosi per quelle parole se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni”. Quel giovane chiedeva regole, l’undicesimo comandamento, la parola segreta, per elevarsi nello zelo, in un ennesimo sforzo di volontà. Mentre non si accorse che la vita eterna era già lì, gli era già andata incontro. Dio lo aveva già guardato e amato. Personalmente. Ma lui non si lasciò chiamare per nome, rimase solo e per sempre “il giovane ricco”.

Adesso posso tornare indietro sull’immagine della montagna: l’uomo sale la montagna, e giunto sulla cima non può che saltare per tentare di aggrapparsi al cielo. Senza riuscirci, stringendo a vuoto il cielo. A meno che non sia il cielo ad abbassarsi, come è avvenuto tramite la croce, quella determinata croce del Golgota.

scrovegni

Giotto lo ha descritto nella Cappella degli Scrovegni, nella grande parete del Giudizio Universale. Bisogna guardare un particolare ai piedi della croce già sollevata dagli angeli. Lì si vede quel piccolo uomo che, all’ultimo momento, si aggrappa alla S. Croce per elevarsi e partecipare del cielo, della completezza, della misericordia, del tesoro in cielo.

Per un’arte sacra autenticamente cattolica

Novembre 4, 2009 di lc

san Carlone 1
Ho aderito a “Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica”.

Non posso che aderire portando con me tutta l’esperienza di Del visibile, blog nato proprio dal desiderio di capire sempre più quei segni visibili testimoni della Vita che si è fatta visibile (1Gv 1,2).

Quando l’arte incrocia la fede, e in particolare la fede cattolica, non si tratta solo di memoria da salvaguardare o di pensieri da esprimere, ma di testimonianza viva. Perché è annuncio di Gesù, annuncio del Figlio di Dio che ha scelto di farsi visibile per andare incontro all’uomo. E’ testimonianza viva e gioiosa, perché segno e annuncio di salvezza nella storia. E’, in una parola, evangelizzazione: un invito a diventare testimoni della bellezza di Gesù. L’arte, infatti, affascina se creata secondo uno spirito di verità e di carità, di mistero e di bellezza. L’arte affascina se degna del fascino di Cristo.

 

Molte volte, invece, anche tra le pagine di questo blog, si è palesata la difficoltà di trovare opere contemporanee degne testimoni di questo annuncio; molte volte ci siamo imbattuti in una diffusa sudditanza culturale che ha portato ad accettare opere che invece di essere testimoni del Verbo della Vita rimangono mute e goffe di superbia.

Chi segue questo blog sa che sono su posizioni diverse rispetto ad alcune soluzioni avanzate da questo appello. Sto stretto tra i “darwinisti” così come tra i “fissisti” dell’arte. Ma non è questo il momento dei distinguo. Star qui ad aspettare coloro che sono sulle mie stesse identiche posizioni, sarebbe comodo; ma aspetterei per sempre.

Così, se mi è data l’opportunità di unirmi in una comune preoccupazione per le condizioni in cui versano tutte le arti che hanno accompagnato la divina liturgia e in una comune testimonianza di amore verso l’annuncio di vita di cui le arti devono essere segno visibile, io mi unisco nella comune speranza che

la Chiesa possa rivelarsi, anche in questa era di mondane, irrazionali e diseducative barbarie, l’unica vera, solerte e attenta promotrice e custode di un’arte nuova e davvero “originale”, ossia in grado anche oggi, come sempre è fiorita in ogni tempo pregresso, di rifiorire dall’antico, dalla sua inclita ed eterna Origine, ovvero dal senso più intimo della Bellezza che rifulge nella Verità di Cristo.

san Carlone

La liturgia spiegata a un amico – 3

Ottobre 29, 2009 di lc

Malls rivelano l’uomo all’uomo. Malls ‘r us.

La liturgia spiegata a un amico – 2

Settembre 29, 2009 di lc

Te lo ridico in altro modo.

Unità
C’è un tratto che accomuna coloro che varcano la soglia di una chiesa: essere alla ricerca di se stessi.
Essere se stessi significa essere indivisi. E non è facile. Non per nulla il diavolo è colui che separa, colui che ci accusa di essere divisi fin dentro noi stessi e quindi in conflitto. Per contro, lo Spirito Santo è il paraclito, colui che ci difende e ci sostiene nella ricerca di essere indivisi; egli dona la pace.

Come si oltrepassa quella soglia lo troviamo nel commento di Gregorio Magno all’incipit del libro di Samuele: “Fuit vir unus (1Sam 1,1). Vir perché il suo progetto è coraggioso. Unus perché il suo amore è unico”.

Vir è un progetto. Un progetto di indivisione che ritroviamo nel comandamento più importante: amerai il Signore tuo Dio come te stesso. E’ amerai, al futuro. Non è un imperativo, come potrebbe suonare un “ama il Signore”, ordine che chiuderebbe il tempo nella soggezione, in un ordine, in un precetto, ma un futuro che indica un cambiamento, una trasformazione, una partecipazione, una adesione, un accompagnare, un crescere dell’amore stesso. E’ realistico, è umano.
Vir unus: l’uomo è un progetto d’amore. L’unità è guadagnata nell’amore. L’unità quindi non è monismo, ma incontro, relazione vitale. Ma non è neppure una relazione esclusiva, chiusa: “amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10,27). Chiede di essere amato attraverso l’amore al prossimo (Mt 25,40). Si fa trovare attraverso gli altri. C’è una potenza in questa unità lasciata alla ricerca degli uomini, alla possibile dispersione nella molteplicità, al possibile conflitto, al possibile fallimento. Ha ragione Gregorio Magno: è un progetto che richiede coraggio.

L’unità nella molteplicità si riflette nell’unità dell’edificio di una chiesa. Si oltrepassa la soglia della chiesa e ci si trova in un edificio di pietre. Le molte pietre comunicano unità, ordine, bellezza, vita. Una è la Chiesa che vi si raduna stringendosi a Lui, pietra viva: Cristo infatti è la pietra scartata che è diventata testa d’angolo. “Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (1Pt 2,4-5).

Parola
Entrare in una chiesa è l’inizio della liturgia, inizio di un servizio volto alla ricerca di una unità.
Il primo momento della liturgia è la proclamazione e l’ascolto della Parola. L’ascolto è vedere e riconoscere l’unità della storia, ovvero la storia segnata dalla salvezza. La parola è mistero che si fa intellegibile, è ri-velazione ovvero è svelare e velare nuovamente. Non è un inseguirsi vano, ma un procedere continuo nella profondità dell’essere che nel frattempo si mostra. Nella prima lettera di Pietro la parola è definito latte razionale: “come bimbi appena nati desiderate ardentemente lo schietto latte razionale (logikon) per crescere con esso verso la salvezza” (1Pt 2,2). Nella liturgia, la prima unità è nella parola, e nell’intellegibilità della parola.

La liturgia per guadagnare questa unità, indica un metodo. Nella storia della filosofia molte sono state le vie tentate per raggiungere unità e rigore nella ricerca, basti pensare al dubbio metodico, ai protocolli neopositivisti, alla falsificazione, alla completezza. Ma non c’è espediente della filosofia che sia più radicale di quello indicato dalla liturgia. Infatti, all’inizio della liturgia si chiede perdono con il confiteor. E chiedere perdono è l’atto più rigorosamente teoretico che esista. Quando chiedi perdono, autenticamente, non vuoi che rimanga fuori nulla, tutto deve essere ricapitolato, nulla tralasciato. Tutto deve essere ricompreso. Nel perdono chiedi di essere nuovamente indiviso, chiedi di essere te stesso.

“Deposta dunque ogni cattiveria e ogni menzogna, ipocrisia, invidia, gelosia e ogni sorta di maldicenza come bimbi appena nati desiderate ardentemente lo schietto latte razionale della parola per crescere con esso verso la salvezza, se davvero avete iniziato a gustare che il Signore è buono” (1Pt 2,1-3).

(continua)

La liturgia spiegata a un amico

Settembre 16, 2009 di lc

Liturgia è celebrare. Non è quindi solo un vedere, un assistere, un adempiere. Celebrare ha a che fare con la festa. L’immagine più propria è quella delle nozze, dove le parole, nel mentre le si pronuncia, si fanno carico di quanto dicono, si fanno vincolo, attesa, promessa, riconoscenza, gioia.

Celebrare è l’unione della parola con ciò che dice. C’è una parola che lo esprime bene, ed è l’Amen: l’adesione piena, il dire che è allo stesso tempo già essere.

La liturgia celebra la salvezza della storia. Dio dal principio si è legato al destino dell’uomo e della donna. Anche quando questi hanno rinnegato quel legame, il legame non è venuto meno; Dio non si è nascosto, non li ha abbandonati, ma ha continuato ad accompagnarli nella storia. Ha parlato loro sul cuore. Ha consegnato loro il proprio amore viscerale, fino a consegnare se stesso alla storia, all’umanità della carne, all’umanità della morte (Gv 3,16). Sulla croce le parole di cura di Dio hanno compiuto il proprio Amen, si sono fatte carico fino in fondo del loro significato di amore per l’umanità.

Quando Marshall McLuhan disse che il medium è il messaggio pensava al Verbo che si è fatto carne. Pensava all’Amen del Logos sulla croce.

Ed ecco lo scandalo e la follia: la pietra scartata è diventata testata d’angolo, ovvero il sacrificio non è distruzione, ma creazione, donazione, è nuova vita. Cristo infatti è il Vivente: io sono l’alfa e l’omega, dice il Signore Dio, colui che è, che era, che viene (Ap 1,8).

Questo è importante: non dice che verrà, ma che viene. Noi siamo nell’adventus Dei. Nella liturgia, la sposa è la Chiesa che dice il proprio sì, il proprio Amen a questa venuta che sta già avvenendo. E’ un andare incontro allo sposo che implica spostamento, conversione, oblazione.
L’offertorio è proprio questa processione, questo cammino del popolo di Dio che porta pane e vino, frutti del creato e del lavoro, e la propria stessa vita a essere ricreati.
La salvezza della storia passa attraverso il farsi corpo e sangue di Cristo.

La chiesa di pietra riflette le pietre vive. L’aula è il cammino del popolo di Dio lungo la storia. L’abside è l’adventus Dei. L’ambone è la parola che si consegna e l’altare è Cristo che si consegna. La cupola è il cielo che si apre nell’incontro di Dio con il suo popolo.

Ecco perché le chiese sono dipinte, con la creazione, con le storie dell’Antico Testamento, con i profeti, con gli episodi del Vangelo, con il giudizio finale; ecco perché la massima cura del disegno o dello scalpello è riservata anche alle figure altissime che l’occhio neanche distingue: nella liturgia tutta la storia, anche quella minuta, è chiamata a raccolta, tutta la storia partecipa della salvezza lì celebrata.

Paolo e la mezzaluna/2

Settembre 11, 2009 di lc

Alcune brevi considerazioni sull’articolo di Carlo Cibien sul San Paolo riportato qui sotto.

L’articolo è interessante per le sue numerose informazioni, però mi lascia perplesso nell’interpretazione di quella mezzaluna sullo scudo del soldato.

La_conversione_di_Saulo_Odescalchi

Innanzitutto i dipinti di quel periodo che raffigurano brani biblici, anche prima di Lepanto, sono pieni di mezzelune, così come di turbanti e scimitarre: è un modo per indicare un contesto orientale.

Difficile poi, per quanto Caravaggio frequentasse ambienti colti, che il riferimento simbolico si riferisse a testi tratti dal Talmud e non biblici.

Forse rimane un’altra lettura di quella mezzaluna, che provo a proporre con tutta la cautela possibile.

Quel soldato vecchio ha l’aspetto di un rabbino e quella mezzaluna sullo scudo è un crescente montante. In araldica (per il Caravaggio un sistema simbolico sicuramente più abituale rispetto al Beresìt Rabba) il crescente indica negli stemmi il ramo cadetto, ovvero il secondogenito. E Giacobbe, chiamato da Dio Israele, figlio di Isacco e fratello di Esaù, era il secondogenito. Israele infatti è il ramo cadetto.

Israele, come un vecchio soldato, bardato e statico nel proprio armamentario, si arrocca in difesa. L’altro soldato, nudo a terra, di nome Saulo, avrà il nome trasformato in Paolo.

Paolo e la mezzaluna

Settembre 11, 2009 di lc

Da ZENIT riporto l’articolo di Carlo Cibien apparso sul nuovo numero di Paulus, dedicato a “Paolo il cosmopolita”.

CARAVAGGIO E L’ARMIGERO DELLA MEZZALUNA
La misteriosa figura scomparsa dalla Conversione di Saulo (Collezione Balbi Odescalchi)

Benedetto il giorno in cui qualcuno decise di restaurare la Conversione di Saulo conservata presso la Collezione Balbi Odescalchi a Roma. Quest’opera, commissionata al Caravaggio nel settembre del 1600 da Tiberio Cerasi, tesoriere di papa Clemente VIII Aldobrandini, doveva essere collocata nella cappella da lui acquistata in Santa Maria del Popolo a Roma, di fronte alla Crocifissione di San Pietro, opera andata perduta. Le due tavole, in cipresso, non raggiunsero lo spazio loro destinato perché vennero giudicate non idonee. E qui nasce subito il primo quesito su chi avesse espresso un tale giudizio: il Cerasi? i nuovi committenti che erano subentrati alla sua morte? il Caravaggio stesso? Per rispondere in modo ragionevole, penso non sia fuori luogo l’utilità di confrontare questa versione della Conversione di Saulo con la tela che poi venne accolta e che ancora oggi si trova nella cappella Cerasi, e verificare cosa è rimasto e cosa invece è stato abbandonato. Dei cinque personaggi della prima versione (due armigeri, l’angelo, il Cristo e Saulo), nella seconda ne sono rimasti solo due (un palafreniere e Saulo). Nella prima versione, in particolare, notiamo che la figura dell’anziano armigero, che brandisce lancia e scudo, occupa un cospicuo spazio compositivo. Infatti nei due fuochi della prima versione troviamo da un lato lo scudo dell’anziano armigero, dall’altro il corpo di Saulo. Lo scudo dell’anziano armigero, inoltre, è l’unico elemento “codificato” del quadro: esso reca impressa l’immagine di una mezzaluna in cerchio dorato (foglia d’oro su base d’argento). Alcuni hanno interpretato questa mezzaluna come la rappresentazione più ovvia del nemico: i Turchi, sconfitti nel 1571 a Lepanto. Altri – a partire da Mauro Di Vito – hanno suggestivamente pensato che ci si riferisse al “mal della luna”, cioè all’epilessia. I raffinati lavori di restauro della tavola hanno messo in luce che il volto dell’anziano soldato è stato ritoccato più volte da Caravaggio. Nella versione definitiva egli ha assunto le sembianze di un vecchio dalla barba molto più lunga e bianca. Più che di un soldato, sembra il volto di un anziano rabbino corrucciato e sulle difensive: un uomo di studio abituato alla disputa verbale. È allora ipotizzabile un collegamento tra la luna e il popolo ebraico?
Israele ovvero il popolo-luna?
Per non correre il rischio di confondere più che chiarire, mi affido all’esperienza di un “divulgatore” erudito. Louis Ginzberg, nei volumi della sua opera Le leggende degli ebrei (1909-1938, edita in Italia da Adelphi), ricorda che nei commenti rabbinici al quarto giorno della creazione (Gn 1,14-19) si menziona una discussione tra la luna e Dio (cfr. Berešit Rabba VI,3). La luna vorrebbe essere più potente del sole, ma per questa sua richiesta viene punita: le sarà concesso solo un sessantesimo della sua luce. La luna otterrà tuttavia un compenso per questa riduzione: essa diventerà «simbolo di Israele e dei giusti», mentre il sole rappresenterà Esaù e gli empi, ossia la futura Roma. Inoltre la luna potrà apparire anche di giorno, mentre il sole non sarà mai visibile di notte (cfr. vol. I, Dalla creazione al diluvio, p. 42 e nota 99 a p. 212). Gli effetti si vedranno in prossimità della nascita dei due figli di Isacco, Esaù e Giacobbe (Gn 25,19-26). Spiega Ginzberg: al settimo mese di gravidanza, i due gemelli erano già in lotta tra loro. «Se Rebecca passava in prossimità di un tempio di idolatri, Esaù si dimenava; se invece arrivava nelle vicinanze di una sinagoga [...] era Giacobbe ad agitarsi nella smania di uscire dall’utero» (vol. II, Da Abramo a Giacobbe, p. 124). E se Esaù sosteneva non esserci altra vita oltre la presente (= sole), Giacobbe affermava l’esistenza di una vita futura (= luna) e proponeva: «Tu prenditi questo mondo, e io mi prenderò l’altro». E quando Rebecca indagò sul futuro dei suoi figli, si sentì dire: «Tu hai nel grembo due nazioni […] queste due nazioni possederanno ciascuna un suo mondo: l’una la Torah, l’altra il peccato. L’una genererà Salomone, costruttore del Tempio, l’altra Vespasiano, che lo distruggerà […] Israele e Roma» (ibid., p. 126). Così pure il volto “disegnato” sulla luna è quello di Giacobbe (ibid., p. 157 e nota 134 a p. 314). Recentemente l’identificazione luna-ebrei è stata ricordata dal discusso Haim Baharier – considerato uno tra i principali studiosi di ermeneutica biblica e di pensiero ebraico in Italia, allievo dei filosofi Emmanuel Levinas, Leon Askenazi e del Rabbi Israel di Gur – nella sua prima lezione di un ciclo di cinque sulla Genesi al teatro Dal Verme di Milano. La luna rappresenterebbe simbolicamente l’identità ebraica e tutta la piccolezza e la infirmitas caratteristica del popolo ebraico, che nel suo tribolato percorso può entrare in contrasto con l’alterità, ma senza mai annullarla ed esserne annullato. La condizione della luna è uno stato di opposizione alla rassegnazione, uno stato che rimane sempre progettuale nella sua esistenza. La stessa ritualità ebraica segue il ciclo lunare. L’influsso di queste tradizioni è facilmente rinvenibile anche nella mistica ebraica. Un esempio per tutti ci viene dallo scritto La Corona Regale di Shelomò ibn Gabirol, noto ai più come Avicebron. Nelle strofe XI e XII, dedicate alla luna, il mistico e filosofo ammonisce: «E coloro i quali ritengono che sia il sole il loro dio / a tale vista [dell’eclisse] si vergognino dei loro pensieri / avendo riguardo a quel che dicono. / Sappiano che c’è la divina potenza / che ha fatto tutto ciò, e tale facoltà / non è concessa al sole, / ma il potere è concesso soltanto / a Colui che ne oscura la luce. / Egli manda al sole uno dei Suoi servi [la luna], partecipe della sua bontà, / per nascondere la sua luce, / distruggere il suo simulacro / ed eliminare il suo potere» (Avicebron, La Corona Regale [XII], Nardini, Firenze 1990, p. 43). Non è difficile riconoscere nell’attività della luna – che nella sua debolezza oscura e umilia il potere solare – la missione anti-idolatrica svolta dal popolo dell’antica alleanza presso tutte le altre nazioni. Per la Chiesa patristica – prima alessandrina e poi occidentale – non sarà difficile applicare a sé il mysterium lunae, riprendendolo anche dalla cultura ellenistica (cfr. H. Rahner, «Mysterium lunae», in Simboli della Chiesa. L’ecclesiologia dei Padri, San Paolo, Cinisello Balsamo 1995, pp. 147-287).
La drammatica situazione degli ebrei nella Roma caravaggesca
Ma ai tempi di Caravaggio gli ebrei, oltre ad essere costretti al ghetto e a subire la predica coattiva – riportata in vigore da papa Gregorio XIII – erano anche “valorizzati” per la loro attività legalizzata di feneratori a servizio dei potenti. È probabile che la bolla Christiana pietas (6 ottobre 1586) di papa Sisto V, con la quale si concede agli ebrei di rientrare nelle città dello Stato pontificio, dietro pagamento di una cospicua somma, fosse sostenuta dalla convinzione che la sua economia avrebbe trovato giovamento dall’intraprendenza degli ebrei; ma nel 1593 papa Clemente VIII scaccia di nuovo gli ebrei dai piccoli centri. In controtendenza va menzionata la legge del Granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici dello stesso anno (10 giugno 1593), la cosiddetta “Livornina”, che ufficializza la presenza degli ebrei a Livorno. C’era poi il carnevale, «un vero incubo. Per gli ebrei romani, nel Medio Evo, i “Giochi di Agone e di Testaccio” prevedevano che i contendenti si sfidassero a cavallo di ebrei invece che di cavalli. Da descrizioni più tarde invece risulta l’uso di far rotolare un ebreo in una botte chiodata dal colle di Testaccio. Meglio se anziano. Benché sostituiti dal tributo di 1.130 fiorini, i “ludi carnascialeschi” hanno successivamente ripreso vigore nella via Lata, chiamata poi via del Corso, quando il Papa da Palazzo Venezia assisteva alla “corsa dei barberi, dei bufali, dei somari e degli ebrei”, con questi ultimi rimasti nel 1583, a Ghetto ormai istituito, le sole “bestie bipedi” a correre nude tra i lazzi del popolino. Poi nel 1668 papa Clemente IX abolì la corsa, sostituendola con un tributo di trecento scudi [...] Anche questo è successo agli ebrei di Roma». Così Paolo Brogi, introducendo il convegno Judei de Urbe presso la Sala Alessandrina dell’Archivio di Stato con il coordinamento dell’Università La Sapienza (cfr. Il Corriere della Sera, 4 novembre 2005, p. 9).
All’avanguardia: gli ambienti culturali frequentati dal Merisi
A parte il rogo di Giordano Bruno e il gioco della pallacorda, gli ambienti culturali romani frequentati da Caravaggio sono raffinati e all’avanguardia. Luigi Spezzaferro ha messo in luce il circolo del cardinale Francesco Maria Bourbon del Monte attraverso il quale, dal 1595, Caravaggio entra a contatto con la nuova scienza (Copernico, Kepler, Galileo) e con la nuova musica (del Monte è “protettore” dell’Accademia di Santa Cecilia). Attorno a lui ruotano il fratello Guidobaldo del Monte e il già citato Ferdinando de’ Medici. Il cardinale, di suo, è appassionato di studi alchemici e cabbalistici. Ci sono poi i banchieri papali (Ottavio e Orazio Costa, Vincenzo Giustiniani), tra cui lo stesso Tiberio Cerasi, tesoriere papale. Tra gli altri artisti, figura il poeta Giovan Battista Marino. Mia Cinotti, che ci ha regalato uno dei migliori “cataloghi” caravaggeschi (Grand Prix Elie-Faure, 1985, per il miglior catalogo ragionato), sintetizza: «Dunque il Caravaggio fra il volgere del Cinquecento e i primi del Seicento aveva stretto una fitta rete di rapporti con personaggi influenti, legati fra loro da vari interessi materiali e spirituali: alti prelati, letterati, poeti, banchieri, avvocati, dietro a taluni dei quali stavano punti d’appoggio molto differenziati, dagli Oratoriani [...] agli Agostiniani [...] fino all’area frondista della Controriforma». Forse furono proprio queste sue frequentazioni a suggerire per un verso al Caravaggio l’impostazione della prima versione e nello stesso tempo, per altro verso, a costringerlo ad eliminare nella seconda quella figura di rabbino in armi: inviso, ma pur inevitabilmente necessario ai committenti diretti e indiretti. Troppo evidente sarebbe stata l’identificazione del nemico, dell’infedele: difensore di Saulo, ma nemico di Cristo; anzi, disposto a contrapporre una spada e poi una lancia acuminata contro il presunto Messia, troppo umano per essere accolto dal popolo eletto. Quel personaggio che si difende e attacca sarebbe stato troppo scomodo e avrebbe distratto l’attenzione dal vero protagonista: il Saulo accecato, ma tuttavia capace di vedere il Cristo e di sentirne distintamente le parole ricordate in Atti 26,13-14. Il cavallo, sullo sfondo, immagine simbolica di un Saulo recalcitrante nella sua esuberanza religiosa, è ora riposizionato dalla dynamis di Cristo – da persecutore in apostolo – con il piede sollevato in attesa di comando. Se di epilessia o di pazzia si vuole parlare, essa è esclusivamente quella di Cristo «che avrebbe sofferto e che, primo tra i risorti da morte, avrebbe annunciato la luce al popolo e ai pagani» (At 26,23).
Carlo Cibien

La città ai margini

Settembre 8, 2009 di lc

L’ultimo numero della newsletter de Il Covile raccoglie una serie di interviste curate da Leonardo Servadio per Avvenire e dedicate all’urbanistica.

Wilfing Architettura

Settembre 6, 2009 di lc

Sul blog Wilfing Architettura, Del Visibile risponde a queste due domande:

- Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
- Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?

Pietra che vive (15 architetti nel 1968) – fine

Settembre 4, 2009 di lc

1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?
2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?
3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?
4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?
5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?
6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

Le sottolineature sono mie.

Arch. Mario Roggero – Torino

1 – Le indicazioni conciliari, che finalmente permettono di uscire da formulazioni rubricistiche, sono sufficienti, a mio avviso, alla progettazione dei luoghi di culto: infatti consentono ad un approfondito esame, che è sempre necessario per un progettista cosciente, indicazioni di indirizzi e non prescrizioni normative che si trasformerebbero fatalmente in formule e schemi rigidi.

2 – Le indicazioni conciliari, come sopra accennato, risolvono o meglio suggeriscono la via per soluzioni a problemi di impostazione generale. Il dettaglio viene lasciato logicamente alla competenza, alla esperienza e alla meditazione del progettista. Questi finalmente esce di minorità nei confronti delle necessità cultuali e viene reso responsabile di una personale aderenza alla liturgia.

3 – Progettare e costruire una chiesa, le rare volte che mi è stato possibile, ha sempre rappresentato una esperienza rinnovatrice nell’azione progettuale e professionale; perciò non posso che augurarmi frequenti incontri con tale tema.

4 – A questa domanda è estremamente difficile rispondere preliminarmente poiché si tratta di tener conto dell’ambiente ecologico, naturale, sociologico e religioso in cui deve sorgere la chiesa. Credo tuttavia che si possa affermare la validità del principio che deve innescare l’operazione di progettazione. Tale principio è rappresentato dalla necessità di costruire una casa per il popolo di Dio, definendo anzitutto i caratteri specifici di tale comunità e poi le sue necessità in ordine al fatto edilizio.

5 – L’uso del marmo è perfettamente legittimo e valido per la costruzione di un luogo di culto purché sia inteso tecnologicamente e decorativamente come un ingrediente del complesso e non il fondamentale fattore da esibire e da ostentare come simbolo di una ricchezza e di un lusso che nella Chiesa come in molti altri edifici del mondo moderno, non sono più legittimati da nulla. Non ci sono particolari indicazioni per elementi costruttivi o arredi liturgici specifici come non ci sono tipi particolari di lavorazione; occorre soltanto evitare ogni forma di mistificazione e di esibizionismo.
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Arch. Raffaele Selleri – Milano

1 – Le dichiarazioni Conciliari sulla Liturgia e l’arte Sacra non pretendono dare soluzione ai problemi loro connessi. Esse indicano semplicemente la strada del rinnovamento.
Certo la ricerca viene stimolata verso precise direzioni; ma è compito della Chiesa post-conciliare risolvere i problemi aperti. Ritengo che questi non troveranno soluzioni univoche; esse dovranno bensì adattarsi alle varie e quanto mai mutevoli situazioni spazio-temporali. Sarebbe errato credere che la riforma liturgica possa essersi esaurita con la semplice traduzione dei testi nelle lingue volgari. Le recenti esperienze, invece, stanno a dimostrare un’ampia esigenza di rinnovamento nelle basi cattoliche più sensibili.
Per concludere, ritengo che il discorso sia solo aperto, quindi appena agli inizi, e che, seppur confusamente, si stiano formando veramente i presupposti di un nuovo linguaggio che possa farci parlare a Dio in modo chiaro (oggi solo pochi fortunati e gli iniziati riescono ancora ad esprimersi col vecchio gergo). Ovviamente le indicazioni per la progettazione dei luoghi di culto seguiranno alle conclusioni (se di conclusioni si potrà parlare) di questo necessario rinnovamento liturgico.

2 – La riscoperta più bella della realtà cristiana, che ritengo espressa nei testi conciliari e che indirettamente dovrà determinare i futuri spazi per il culto è racchiusa, secondo me, nel paragrafo 48 della Costituzione sulla Sacra Liturgia. Esso dice: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede (Mistero Eucaristico) ma che, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione Sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano istruiti nella parola di Dio; si nutrano alla mensa del Corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo l’Ostia immacolata, non soltanto per le mani del Sacerdote, ma insieme con lui imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per mezzo di Cristo Mediatore, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti ».
In questo paragrafo leggo la necessità della dimensione comunitaria della Chiesa. Dimensione che dovrà esprimersi anche e soprattutto nella partecipazione corale alla Messa. Non più il solo Sacerdote Celebrante, ma la Chiesa tutta con lui. Fino a ieri nelle Chiese il Sacerdote e l’altare erano come su di una scena, lontani dai fedeli.
Oggi l’altare deve tornare ad essere la mensa di tutta la comunità Cristiana con la quale il Sacerdote deve celebrare.
Da questa rivalutata realtà discendono per i luoghi di culto nuove esigenze distributive e soprattutto spaziali. Ad esempio, gli altari secondari saranno elementi di disturbo e di confusione nelle nuove Chiese. Ancora, la conservazione dell’Eucarestia sarà incomprensibile sull’Altare. Le Chiese molto lunghe, o peggio ancora a navata, divideranno i fedeli anziché aiutare la loro comunione; cosi le Chiese molto grandi (eccettuate le Cattedrali) potranno distrarre, con componenti trionfaliste, dall’essenza Comunitaria.

3 – Certamente vorrei poter riavere l’opportunità di progettare una Chiesa; anche se, per quanto detto rispondendo alle domande precedenti e senza voler mitizzare oltre misura il tema, non credo che il problema sia chiarito o possa essere assegnato con chiarezza. L’architetto oggi, come d’altronde ieri, è chiamato, costruendo Chiese, ad interpretare con la sua sensibilità le nuove esigenze della Comunità. La riuscita dell’opera dipenderà soprattutto dalla verità di questa interpretazione.

5 e 6 – Tutti i materiali costruttivi, marmo compreso, possono di volta in volta essere considerati opportuni per la costruzione).e di Chiese. Certo il marmo in particolare, non potrà più avere le peculiari funzioni ad esso attribuite in alcune epoche del passato. Difficilmente quindi potrà essere chiamato ad impreziosire i luoghi di culto poiché oggi non si sente questa necessità. Non dovrà suggerire potenza temporalista e trionfalista e neppure ricercatezza o sofisticazione.
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Arch. Alfonso Stocchetti – Firenze

1 – Condizione indispensabile per la progettazione dei luoghi di culto è, a mio parere, la profonda coscienza e serietà del progettista, nell’affrontare il tema. Coscienza di voler seriamente dedicarsi alll’argomento approfondendone, con la collaborazione di specialisti, i valori e le esigenze liturgiche dettate dalle nuove indicazioni conciliari e rinunciando alle tentazioni di personalismi scenografici e monumentali ai quali facilmente si è portati dal tema in oggetto.
Soltanto a queste condizioni le recenti indicazioni conciliari sono sufficienti per la progettazione dei luoghi di culto per l’assemblea.

2 – Sostanzialmente non credo che ci siano novità nelle indicazioni conciliari dal punto di vista liturgico poiché la liturgia è rimasta come prima. Tuttavia esse chiariscono e rendono più dinamica la funzionalità della liturgia stessa adeguandola alla psicologia della Società attuale rendendola quindi più adeguata ai nostri tempi.

3 – Mi sono dedicato continuamente al problema degli edifici per il culto, sia nell’insegnamento universitario, sia negli studi (mediante pubblicazioni) e sia professionalmente dove ho progettato e realizzato Chiese e complessi parrocchiali.

4 – Senz’altro dallo studio approfondito delle istanze liturgiche funzionali e sociali.

5 – L’uso del marmo è sempre valido come del resto di tutti gli altri materiali da costruzione a patto che sia adoperato, e quindi valorizzato, nella sua vera espressione tecnologica per costruire o arredare.

6 – Non ritengo possano esserci risposte a questa domanda. I materiali da costruzione assumono valore funzionale, estetico, strutturale solo se saputi adoperare con estrema sensibilità dall’artista. Pertanto anche il marmo può essere usato come elemento costruttivo o arredo e con qualsiasi tipo di lavorazione secondo l’estro e la sensibilità del progettista.
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Arch. Giuseppe Varaldo – Torino

1 – Non ritengo le indicazioni conciliari sufficienti a risolvere pienamente i problemi della progettazione dei luoghi di culto per le comunità cattoliche; non ritenevo e non ritengo peraltro che questo fosse il compito di tali indicazioni.
Mi sembra che il loro compito, in tal materia, sia soltanto quello di delineare uno spirito, un atteggiamento di pensiero di giudizio e di azione e credo che lo stesso intendimento dei padri conciliari fosse precisamente questo nel formularle.

2 – Proprio in questo limitarsi esse testimoniano d’altra parte un deciso progresso rispetto ad atteggiamenti che avevano ispirato posizioni ufficiali della Chiesa in un passato non molto lontano.
Se si può dire, e lo si deve, che lo spirito dei documenti risulta senz’altro indispensabile per garantire taluni requisiti irrinunciabili di uno spazio moderno per la chiesa (attitudine alla partecipazione comunitaria, pertinenza semiologica, ecc.) mi pare non si possa negare che l’attivismo responsabile dell’architetto, nell’interpretare il tema e nel caratterizzare lo spazio, risulta tuttora primariamente necessario, anche dal contesto dei documenti del Concilio.
Lungi dall’aver voluto fornire norme precise o metodi esaustivi, sia pure aggiornati, di progettazione, il Concilio ha voluto anzi costituire proprio l’occasione per avviare nuove sperimentazioni in uno spirito di maggiore indipendenza dalle convenzioni e di maggiore adattamento alla varietà delle culture; al di là della rimeditazione di temi già consueti gli architetti vengono così chiamati ad avventure veramente nuove su percorsi del tutto inesplorati con maggior rispetto della loro libertà espressiva e della stessa logica interna delle operazioni progettuali, ricche di implicazioni scientifiche, tecnologiche ed estetiche.
Risulta allora legittima una certa perplessità nei confronti di taluni atteggiamenti, non solo sporadici, della letteratura specialistica postconciliare di fronte ai quali si ha spesso l’impressione che molti credano di poter dedurre quasi univocamente da una esegesi dei testi condotta sistematicamente una specie di nuova tipologia ottimale degli edifici di culto, capace in qualche modo di garantire di per sé al tempo stesso funzionalità liturgica e valore architettonico.

3 – Non sarei un architetto se non desiderassi di progettare una chiesa.
Non sono nuovo d’altra parte a questo tipo di esperienza ed il mio primo esperimento del genere mi ha visto un po’ all’avanguardia, in collaborazione con colleghi valenti, nel ricercare non senza fatica configurazioni spaziali congruenti ante litteram con lo spirito che sarebbe stato del Concilio, in anni in cui tale spirito certamente già cercava la sua espressione in sedi ben più autorevoli della nostra, ma certo non era giunto ancora in luce nelle norme vigenti e negli atteggiamenti della burocrazia competente.
Un nuovo esperimento mi consentirebbe ora di trovare rimossi molti ostacoli e di affrontare le meditazioni di allora partendo da premesse definitivamente acquisite.
Al di là della rimeditazione di quei temi rimasti attuali, mi interesserebbe tuttavia tentare piuttosto la verifica delle ipotesi avanzate dalla cultura più recente sui rapporti tra la chiesa e la città, tra le funzioni tipicamente cultuali e quelle genericamente spirituali, tra le esigenze del momento presente e quelle, incognite in gran parte, che il futuro ci presenterà ben presto nella nostra situazione caratteristica di accentuata mobilità generale.

4 – È tuttavia molto difficile dire esattamente da quali istanze partirei oggi perché si tratta di un problema complesso di congruenza tra indicazioni della cultura architettonica e indicazioni della cultura religiosa.
Ho tentato in altra sede di precisare natura e limiti della relazione tra queste due culture ed ho sottolineato, com’è peraltro diventato di moda, il momento della interdisciplinarità come momento indispensabile per superare vicoli ciechi del costume operativo del passato.
In questa sede vorrei solo riaffermare la esigenza di riflessioni sufficientemente prolungate per ovviare agli inconvenienti di troppe improvvisazioni, quella di introdurre metodi di partecipazione più estesa, da parte della stessa comunità dei credenti, ai momenti della programmazione e della verifica per ovviare agli inconvenienti di troppe superficialità ed arbitrarietà, quella della acquisizione di una maggiore cultura generale e specifica da parte degli architetti e dei committenti, quella infine di non esaurire l’integrazione disciplinare nella integrazione tra architetti e liturgisti.

5 – Alla domanda se l’uso del marmo possa essere ancora valido per la costruzione di un luogo di culto debbo rispondere ovviamente di sì, purché nel modo giusto per risolvere un giusto problema il marmo può essere usato come ogni materiale naturale e artificiale.

6 – Sarebbe tuttavia inutile pretendere di elencare minuziosamente elementi costruttivi, o arredi, o tipi di lavorazione particolarmente interessati dall’architettura per il culto. Ogni materiale è soprattutto portatore di una particolare vocazione, che tocca all’architetto scoprire e valorizzare di volta in volta. La storia dell’architettura ne ha gia evidenziato molti aspetti e tra essi qualcuno risulta certamente ancora molto attuale.
Altri e forse molti potranno tuttavia venire evidenziati nel futuro; si tratta comunque di attendere i frutti di un necessario apporto più sistematico di collaborazione tra architetti e operatori del settore del marmo: tra le diverse direzioni nelle quali tale apporto, secondo me, ha da essere avviato, non mi sembra ultima quella della ricerca di una maggiore congruenza tra le espressioni architettoniche e le tecnologie specifiche più attuali.

(fine)