Via Pulchritudinis – 3

gennaio 15, 2010 di lc

Del Beato Angelico il Vasari, nelle Vite, scrive: “Aveva costume non ritoccare né racconciare mai alcuna sua dipintura, ma lasciarla sempre in quel modo che erano venute per la prima volta, per credere (secondo ch’egli diceva) che così fosse la volontà di Dio”.

Una citazione per tornare, e forse approfondire, su quanto si diceva, ovvero: l’opera eccede l’intenzione dell’artista. Terminare è consegnare, sancire una cesura, consacrare. Che non è solo quel constatare che l’opera non appartiene più all’artista. Non è tanto ribadire un’ermeneutica continua, ma ricordare che l’artista crea partendo dal già creato, da una natura già inscritta.

Il pericolo non è che l’artista faccia male. O perlomeno è un pericolo minore. La materia più sfigurata mai cesserà di testimoniare un’eccedenza, di rivendicare una consacrazione. Il pericolo è che l’artista pretenda di creare, pensando che questo coincida con il delirio di rimanere sempre legato alla propria opera, di essere colui che presiede al senso dell’opera.

Natale 2009

dicembre 24, 2009 di lc

Betlemme l’ho vista a Baceno, in fondo alla navata di destra della chiesa di San Gaudenzio. Lì Gesù è nato, appoggiato sul manto di Maria, blu e adorno di stelle. Il cielo tocca la terra. La vita si è fatta nuda, e perciò visibile.

Auguri di Buon Natale.


Chiesa di san Gaudenzio, Baceno (VB)

Ars naturaliter christiana – 2

dicembre 18, 2009 di lc

Liturgia, Cosmo, Architettura
a proposito del ridisegno dell’area presbiterale nella chiesa madre di Sancipirello (PA), parrocchia di Maria SS. Immacolata, diocesi di Monreale

Il paese di Sancipirello va visto dall’alto. È così che si vedono le sue strade a scacchiera e la sua collocazione alle pendici del monte Jato, nell’entroterra palermitano. Il paese è sorto nel 1838 per ricostruire in luogo sicuro l’abitato di San Giuseppe Jato disastrato da una frana. È dall’alto che lo sviluppo urbanistico di Sancipirello mostra ancora la traccia della volontà di disegnare il paese come una piccola città ideale a pianta quadrata con un reticolo ordinato di strade e piazze. Ed è sempre dall’alto che si vede la chiesa di Maria SS. Immacolata stagliarsi a forma di croce sulla piazza principale. Orientata come le basiliche costantiniane di Roma, la porta della navata principale apre ai raggi del sole all’alba del 25 dicembre: il sacerdote alza il calice e il pane verso la Janua Coeli nel giorno in cui la luce segna la vittoria sulle tenebre. Il cosmo partecipa della liturgia attraverso l’architettura.

Liturgia, Cosmo, Architettura è il libro di Ciro Lomonte e Guido Santoro (Cantagalli, 2009) che presenta l’intervento che ha ridisegnato l’area presbiterale nella chiesa madre di Sancipirello, parrocchia di Maria SS. Immacolata. I due architetti, infatti, sono stati chiamati per completare questa chiesa. Chiesa costruita nell’arco di circa cent’anni, maestosa con il suo impianto basilicale composto da transetto e tre navate, ma rimasta spoglia e incompleta nell’arredo architettonico per il culto.

Oggi, con i lavori dell’area presbiterale completati, quando si entra, è la grande croce collocata al centro della zona absidale a dare la direzione: si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutto a me (Gv 12,32). Le navate diventano cammino verso Dio. E, sotto la croce, Dio si rende visibile nel sacrificio eucaristico, nel pane e nel vino consacrati sull’altare.

Ecco come S. Ambrogio descrive questo cammino, quasi come un’attrazione, verso l’altare: “dovete quindi accostarvi all’altare. Avete cominciato ad avvicinarvi, vi hanno guardato gli angeli, vi hanno visto venire… Anche gli angeli restano ammirati. Vuoi sapere cosa ammirano? Ascolta l’apostolo Pietro: ci dice che a noi sono state concesse cose che anche gli angeli desiderano vedere… cose che occhio non vide, né orecchio udì, le cose che Dio ha preparato per quelli che lo amano… Venivi dunque spinto dal desiderio, poiché avevi visto una grazia così grande, spinto dal desiderio venivi all’altare, perché sapevi che avresti ricevuto il sacramento… L’altare è l’immagine del corpo, e il corpo di Cristo sta sull’altare” (De sacramentis, IV, 5-7).
Croce e altare sono intimamente legati. L’arco trionfale, nell’intradosso, è caratterizzato da archetti concavi, a loro volta incorniciati da una trina di archetti ulteriori. È un rimando alla cortina della tenda del convegno che Mosè tese davanti all’arca dell’Alleanza. Allo stesso tempo, l’altare posto proprio sotto l’arco trionfale mostra che non c’è più luogo segreto: il velo del tempio è squarciato, Dio si dona fino alla nudità della croce.

L’ambone, collocato sul lato destro, è luogo dove il vangelo è proclamato. E poiché il Verbo si è consegnato fino a incarnarsi, morire e risorgere al terzo giorno, uno è l’annuncio che non può andare perduto: “Gioisca la terra inondata da così grande splendore; la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo”. Per questo l’ambone, come da tradizione, ricorda il sepolcro vuoto: il diacono che canta l’Exsultet nella veglia pasquale rappresenta l’angelo che dà l’annuncio della risurrezione di Gesù alle donne che giungono al mattino dopo il sabato per ungere il corpo del Signore.

La forma della chiesa segue la liturgia, e la liturgia mostra l’azione salvifica di Dio nella storia degli uomini. Passato, presente, futuro con tutta la loro forza magmatica e centrifuga trovano unità in Cristo, Signore del tempo, l’alfa e l’omega, il principio e la fine (Ap 21,6); nella sua incarnazione e risurrezione ogni momento è abbracciato. Il presente della liturgia è presenza di Cristo: la liturgia infatti può dire hodie, oggi, ed esprime nell’hodie la pienezza del tempo salvifico che viene offerto da Dio in Cristo. E attraverso il dono dello Spirito Santo la memoria di ciò che non c’è più e l’attesa di ciò che non è ancora, così come i molteplici luoghi, tutti, fino a quelli più sperduti, trovano unità e fondamento in quel hodie.

L’Apocalisse, che è il libro liturgico per eccellenza, ci conduce nella celebrazione del dies domini, ci parla di questa pienezza del tempo, e del suo essere già e non ancora, di una definitività a cui ogni uomo è chiamato a partecipare e che ha già avuto inizio in Cristo. E il libro dell’Apocalisse è matrice fondamentale delle forme di questo presbiterio: in alto, la volta del cielo si apre in una stella a dodici punte e si fa profonda nella luce dell’oro attraverso sette gradini, che è numero simbolo di pienezza. Il dodici richiama i dodici apostoli e i dodici patriarchi, le dodici fondamenta e le dodici porte della Gerusalemme Nuova. La stessa forma quadrata in cui è inscritta la stella anticipa l’immenso cubo della Gerusalemme Nuova che giungerà dall’alto: il quattro è segno della terra e il cubo prefigura il compimento di quanto è terreno. La stella a dodici punte della cupola si riflette nel pavimento di marmo, due volte: dodici più dodici. Come i vegliardi descritti nell’Apocalisse: tutta la storia, l’antica e la nuova alleanza, patriarchi e apostoli sono radunati attorno all’altare (Ap 4,4).

La Chiesa, che secondo Gregorio Magno vive nel tempo dell’aurora dove luce e tenebre si mescolano, apre le porte delle sue navate al sole che sorge e ci conduce, dalla soglia del già e non ancora, verso i cieli nuovi e la terra nuova.

La pubblicazione Liturgia, Cosmo, Architettura presenta, anche tramite molte foto, tutti gli interventi che sono stati fatti: dalla risoluzione delle infiltrazioni d’acqua per risalita capillare alla collocazione della nuova sacrestia nella profondità della zona absidale, dalla sede del celebrante al leggio, dall’uso della luce alle geometrie dell’ornamento. Ogni particolare è stato concepito per servire la liturgia, ogni scelta partecipa della dinamicità di un popolo in cammino verso la Trinità.

La lettura del libro, che si avvale anche di un illuminante saggio introduttivo di Padre Uwe Michael Lang, conduce nella spiegazione di ogni particolare. Ma di questo intervento, tre sono i punti che vorrei ancora sottolineare, tre valori cruciali per cui la Chiesa di Sancipirello può essere presa come caso esemplare.

1. La chiesa è stata costruita dalla sua comunità: inizialmente, ancora nel secolo scorso, portando lì le stesse pietre che servivano per costruire i muri e, in tempi più recenti, permettendo all’arciprete Don Renzo Cannella di raccogliere man mano le offerte necessarie per avviare i recenti lavori. In questo modo chi progetta e costruisce risponde direttamente alla comunità. Se guardiamo alla storia delle comunità cristiane, questo modo di procedere può sembrare una ovvietà. Eppure, se guardiamo ai giorni nostri, i casi più problematici dell’architettura sacra nascono proprio da uno scollamento tra comunità e progettualità. Sancipirello è un esempio attuale della modalità in cui le comunità cristiane hanno saputo creare e mantenere, nel corso dei secoli, quasi per intero, il loro patrimonio culturale.

2. La comunità non ha preteso di sostituirsi alla competenza del progettista, ma ha sostenuto quel progettista capace di esprimere un linguaggio architettonico condiviso. Linguaggio che non può che essere generato dalla lingua prima, fondativa e comune propria della Rivelazione. L’opera che voglia definirsi cristiana non può sottrarsi alla parola di Dio che ha preso dimora tra gli uomini. Ed è nel rispetto di questa comunione che possono essere accolti la singolarità della capacità creativa e l’influsso particolare del genius loci. A loro volta, seguendo il percorso inverso, creatività e luogo con la loro singolarità risalgono al linguaggio condiviso dalla comunità e lo arricchiscono, affinché non ci sia appiattimento nella reiterazione del “già detto”. La tradizione deve nascere continuamente dalla vita.

3. Il problema di ogni comunità cristiana è che rischia di essere analfabeta. Di quella lingua prima, materna che è la Rivelazione, poche sono le parole conosciute. E anche l’arte cristiana risulta muta se manca quel codice comune. Per questo è da salutare con gratitudine una pubblicazione come questa che si concentra proprio nel far comprendere il legame tra le forme architettoniche e la liturgia. Ogni comunità dovrebbe averne almeno una che entra nello specifico della propria chiesa. Proprio come impegno pastorale. Perché se la liturgia si rispecchia nell’architettura, questa una volta riconosciuta e percorsa assume un valore sacramentale e, attraverso una mistagogia, conduce a riscoprire la bellezza della fede cristiana.

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Ciro Lomonte – Guido Santoro, Liturgia, Cosmo, Architettura, Cantagalli, Siena, 2009, pp. 80, 26 tavv. col.

Alcune pagine iniziali del libro possono essere lette sul sito Il Covile.

La memoria che conta

dicembre 11, 2009 di lc

Non di rado mi capita di accompagnare persone nella visita di una chiesa.  Di solito riprendo il metodo utilizzato in questo blog, ovvero costruisco un itinerario fatto di arte, testo biblico, liturgia, filosofia. Il riscontro più bello è quando gli stessi parrocchiani della chiesa visitata ti dicono: “ho visto quanto ho sempre avuto, senza mai accorgermene, sotto gli occhi”.

In effetti, mediamente, le chiese sono percepite come sale funzionali dove si prega e si prende messa. Anche lì dove c’è una certa attenzione alle fattezze della chiesa, solitamente non si va oltre al mi piace – non mi piace. L’edificio chiesa inteso come Corpo Mistico e letto nell’unità delle sue parti  rimane sconosciuto, con il rischio di risultare non un mistero da scoprire ma un enigma, alla fin fine, facilmente scansabile.

Vien da pensare, allora, a quei libri che le parrocchie fanno sulla propria parrocchia, specie in occasione di ricorrenze importanti. E vien da pensare al fatto che, il più delle volte, il capitolo dedicato alla chiesa parrocchiale venga affrontato dal punto di vista strettamente storico. Così è facile trovare riprodotte decine di pagine di vecchi manoscritti e antichi elenchi che ricapitolano quanti scudi fosse costato il ciborio, quanti fiorini il candeliere, quante lire l’acquasantiera, quanti marenghi la pala d’altare. E poi ci sono pagine e pagine dello storico dell’arte che di quel pittore che ha fatto quel dipinto lì ti dice tutte le altre opere che ha fatto di qua e di là. Rare le volte che si trovino alcune pagine dedicate all’architettura e all’arte della chiesa lette attraverso la liturgia. Quasi che chi ha fatto e pagato la chiesa abbia fatto e pagato la chiesa perché fossero rammentati soldi e nomi di chi ha fatto e pagato la chiesa.

Messina a Milano

dicembre 9, 2009 di lc

Apre domani Spazio Crocevia, a Milano, con una mostra dedicata alle opere sacre di Francesco Messina. Riporto qui il comunicato stampa.

FRANCESCO MESSINA. OPERE SACRE
10 dicembre 2009 – 16 gennaio 2010

Spazio Crocevia, la sede di Crocevia – Fondazione Alfredo e Teresita Paglione, è dedicato allo studio e alla valorizzazione della dimensione religiosa nelle espressioni artistiche del nostro tempo. A inaugurare il nuovo centro (via Appiani 1, MM3 Turati), destinato a ospitare esposizioni e eventi culturali, sarà giovedì 10 dicembre alle ore 18 una mostra dedicata all’opera sacra di Francesco Messina.

Tra coloro che hanno fatto grande la scultura italiana del Novecento, Messina è oggi un artista ingiustamente dimenticato. “Credimi – gli diceva l’amico Lucio Fontana – non è più il tempo per una scultura come la tua. Viviamo nell’era atomica e domani, o fra qualche anno, il mondo può scomparire. E tu credi ancora alla posterità. Sei proprio matto”. Eppure Francesco Messina, così poco incline alle mode, caparbiamente ancorato a un’arte capace di sfidare il tempo, appare oggi, in un momento in cui è forte il bisogno di valori più saldi e profondi, scultore di estrema attualità.
Fino al 16 gennaio nella mostra Francesco Messina. Opere sacre, a cura di Elena Pontiggia e Giovanni Gazzaneo, quindici sculture e un nucleo importante di disegni fanno luce sull’ispirazione religiosa dell’artista, rimasta costante per tutta la carriera (basti pensare che alla sua prima Biennale del 1922 presentò un Cristo morto). Una vita artistica svoltasi tra l’altro per la quasi totalità proprio a Milano, dove Messina giunse nel 1932 e dove morì nel 1995 (era nato nel 1900 a Linguaglossa, in Sicilia). La mostra dà conto, nel differenziarsi di linguaggi e soggetti, dell’instancabile ricerca di una scintilla della bellezza divina nell’uomo. L’umanesimo religioso di Messina appare declinato così nelle diverse raffigurazioni dei Progenitori (in mostra anche il Pianto di Adamo del 1929), nei bozzetti per il Monumento di Pio XII e per quello a Santa Caterina da Siena, in quel capolavoro della ritrattistica che è l’immagine del cardinale Schuster, in cui la gracilità fisica si fa controparte di una granitica saldezza morale e spirituale. Come scrive Elena Pontiggia nel testo in catalogo (disponibile in mostra) “L’invenzione iconografica dell’artista non nasce solo da una ricerca stilistica o da un’esigenza formale, ma dal desiderio di esprimere con più concretezza l’umanità del tema sacro. In fondo si potrebbero rivolgere a Messina le parole che lui stesso in una sua poesia indirizzava a Delos: “Nei tuoi marmi palpita il cuore”.

Crocevia – Fondazione Alfredo e Teresita Paglione è un progetto dedicato alla conoscenza e alla valorizzazione della sfera del sacro nelle arti contemporanee. La Fondazione è intitolata al collezionista Alfredo Paglione e sua moglie Teresita Olivares, violoncellista colombiana, scomparsa nel gennaio 2008.

Spazio Crocevia
Milano, via Appiani 1
FRANCESCO MESSINA. OPERE SACRE
A cura di Giovanni Gazzaneo e Elena Pontiggia
Dal 10 dicembre 2009 al 16 gennaio 2010
Orario 16-19, festivi chiuso, sabato su appuntamento

Via pulchritudinis- 2

novembre 26, 2009 di lc

Il serpente dunque non crea. Pensiamo a quanto è descritto nella Genesi. Il serpente si inserisce nella creazione stravolgendone il senso. In modo parassitario instilla il sospetto verso l’Origine della creazione: nel dono insinua il possesso; nel mistero consegnato ai giorni della vita fa balenare un sapere sottratto. Quanto si mostra infinito nella confidenza di un passeggiare nel giardino il serpente lo copre con la maschera di un’ermeneutica illimitata.

Il brano della Genesi ricapitola i rischi a cui è esposta la relazione con l’Origine, con l’Oltre, con Dio.

Il primo rischio è quello di rapportarsi con l’Origine come se fosse una potenza che schiaccia il cielo sull’uomo.  L’Oltre è alterità antagonista, il tremendum che annienta. E’, per farla breve, quanto annuncia il serpente di libri della casa editrice Adelphi.

Il secondo rischio è quello di esorcizzare il tremendum dell’Oltre con il niente del proprio oltre. E qui abbiamo tutte le velleità tecno-esistenzialistiche  profuse in modo particolare con l’età moderna. Ovvio notare che questa seconda modalità non è che un sussulto mal riposto, una variazione temporanea della prima: i mostri si svegliano di notte.

Se la prima opzione trova immagine nell’informe, la seconda si diletta dell’iperrealismo, fotografico o concettuale.

Ecco allora arte e religione accomunate da un rapportarsi al sacro, detto genericamente anche l’oltre, l’altro, il separato. Il sacro può affacciarsi come arbitrio, come mondo oppiaceo e orgiastico, come distruzione, come violenza, come negazione dell’umano.  Oppure, religione e arte possono  restituire al sacro l’evidenza sensibile di un’Origine che si rapporta all’umano attraverso la consegna di una alleanza. Un’Origine che non divora la storia ma le dà tempo, un tempo di redenzione dove gli uomini possono portare a compimento la propria esistenza.

Nell’annuncio cristiano tale compimento prende una forma precisa e unica e avviene nella conformazione dell’uomo alla forma cristologica.

Via pulchritudinis – 1

novembre 24, 2009 di lc

Pensate se un artista potesse creare qualcosa di totalmente falso. Qualcosa che riposa stabilmente sulla propria falsità. Quale potenza non dimostrerebbe un simile artista! Simile a un dio al di là dell’essere.

Ma questo non è dato: falso e totale non stanno assieme, e neppure falso e stabile. Tutti gli artisti, per quanto insignificanti, restituiscono un minimo residuo di vero. Non c’è da scandalizzarsi. Non ammetterlo implicherebbe che qualcosa è fuori dall’essere. E invece, fosse anche la verità di una domanda mal posta, qualcosa lì c’è sempre: un ferro storto ci parla del diritto; la miseria invoca la pienezza della misericordia. Quel qualcosa, fosse anche solo un aliquid qualsiasi, chiama altro, chiede senso. Che da sé non si dà. E ciò che chiede senso è già vero. Residuo ineludibile. Un qualsiasi aliquid è più potente di tutta la falsità, proprio perché non permette alla falsità di essere tutta.

Questo residuo di vero deve essere difeso. Nonostante i piccoli demiurghi che pretendono di renderlo nullo e si chiamano fuori, pasticciano fetecchie e propinano cose insulse.  Quel residuo è condizione di possibilità della parola, della ragione, dell’incontro e, in ultima analisi, della conversione. Senza avremmo solo salti nel buio. Non avremmo l’esperienza cristiana.

Il qualcosa, il vero, il bene, il bello, la speranza trovano il proprio bastione nel primato dell’essere sul non essere.

Pellegrini nel mondo verso la bellezza infinita

novembre 23, 2009 di lc

Riporto qui un commento di Pietro De Marco al discorso rivolto da Benedetto XVI agli artisti il 21 novembre 2009.  L’articolo è tratto dal blog Settimo Cielo di Sandro Magister.

Mi pare un buon inizio per continuare poi la riflessione.

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1. In pagine essenziali dedicate alla croce e alla nuova estetica della fede l’allora cardinale Joseph Ratzinger (”Ferito dal dardo della bellezza”, in “Il cammino verso Gesù Cristo”, 2003) rifletteva sul contrasto tra il salmo 44 (“Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo…”) e Isaia 53, 2 (“Non ha bellezza né apparenza…”), nel percorso della liturgia delle ore della settimana santa.

La manifestazione del Figlio è nella bellezza o nella iniquità? La bruttezza del volto irriconoscibile conduce alla Verità? La realtà non è forse iniqua ?

Rispondeva Ratzinger che la Rivelazione è proprio nella dialettica dei due volti.

Infatti, senza la bellezza, l’irriconoscibile uomo dei dolori non è trasceso nel Risorto. La sola iniquità della Croce, come la sola bruttezza del mondo, sarebbero dunque menzogna. Ma proseguiva: “E’ un trucco astuto della menzogna quello di presentarsi come l’unica verità, quasi che fuori e al di là di essa non ne esista alcun’altra. Soltanto l’icona del Crocifisso, in sé aperta alla resurrezione, è capace di liberarci da quest’inganno, oggi così prepotente”.

Nel discorso della Cappella Sistina agli artisti papa Benedetto ha come ripreso ed esteso quelle sue note precedenti il pontificato. L’arte scuote, ferisce “come un dardo”, fa soffrire, risveglia l’uomo “aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” e, richiamandolo al suo destino ultimo, “lo riempie di nuova speranza”.

In questo senso il papa può evocare il detto di Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare” (in “Le jour et la nuit. Cahiers, 1917-1952″, Paris, Gallimard, 1952). Solo in questo senso, sottolineo, poiché il detto suggerisce più frequentemente ai nostri contemporanei un’altra cosa: che cioè “l’arte deve scomporre e rompere la forma, mostrificare per far vedere, per evitare la distrazione dell’attenzione” (Jonathan Crary, “Suspensions of Perception: Attention, Spectacle and Modern Culture”, citato da Judit Török). Così trovo scritto in apertura di un ciclo di mostre-provocazioni di pochi anni fa, che pretendono astutamente di far danzare la ricerca della verità sul confine della pornografia, dell’autoerotismo, dei travestimenti di identità, dell’estetica del nulla.

Per Benedetto, invece, in questa pratica che si vuole “abbagliante fino allo stordimento”, priva di trascendenza, coltivata sull’onda di rivolte filosofiche esauste, questo tipo di arte “imprigiona [gli uomini] in se stessi, e li rende ancora più schiavi, privi di speranza e di gioia”. Da qui si capisce, ad esempio, il senso e il fallimento dell’installazione di Mark Wallinger nella cripta del Duomo di Milano: a partire dalla presunzione-illusione dell’artista e dei suoi committenti ecclesiastici di educare la nostra attenzione all’Incarnazione di Dio con una estetica del nulla.

2. Contro l’abitudine di tanti artisti e del loro pubblico a subire questa ideologia dell’abietto, e di certi teologi ad autenticarla evangelicamente, Benedetto XVI ripropone la “via pulchritudinis”, ossia “una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica”.

La proposta è rivolta anzitutto agli artisti, che capiscono perfettamente cosa sia “pulchritudo”, anche se la rinnegano. Il papa fa perno su “Gloria” di Hans Urs von Balthasar: “La bellezza ha preso congedo dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione”. Nell’annunciare agli artisti la ricchezza e la necessità del dialogo con la Rivelazione, troviamo dunque un invito a non avere paura. E la “paura” da superare non è quella per l’abisso della perdita, dello smarrimento, che anzi l’artista ama mettere in scena. È, al contrario, la paura della bellezza. “Non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare [...] con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita!”.

Questa realtà pellegrinante verso la bellezza è la Città di Dio, che ha convocato molto presto gli artisti a sé, e che gli artisti hanno servito ed esaltato. Ed è il rifiuto, la lotta contro la Città di Dio, a servizio di altre Città o del solo artista, che ha portato l’arte occidentale, oggi non ieri, a subire “la legge della formazione degli idoli”, secondo la formula di Hans Sedlmayr nel suo “La rivoluzione dell’arte moderna” (1955).

L’arte si è piegata a più idoli prima deificandosi e poi, consapevole della impossibile autodeificazione, perdendosi, abolendosi. Si finge onnipotente mentre celebra l’assenza di speranza, il negativo, la polvere.

Il gioco disordinante e maligno del “trickster” (studiato da Arpad Szakolczai, in “Sociology, Religion and Grace”, e da Agnes Horvath) si nega alla grazia. L’artista libero dalla bellezza è irretito da se stesso (il Gehlen di “Quadri d’epoca”). Il dis-ordine ferisce l’uomo con un dardo mortale (Christopher Alexander, Nikos Salíngaros).

Questa funzione “perturbante” dell’arte apre solo illusoriamente al sacro; lo falsifica e infine lo allontana. Gioca, sguazza nella partita anticristiana dell’umano degrado e della sua paradossale assolutizzazione. E illude l’artista.

3. Si discute in queste settimane nella Roma cattolica sulla differenza tra arte convocata al dialogo e arte guidata ad edificare il tempio cristiano e decorarne le pareti. Fasi diverse, certo, ma una sola realtà; e concordo con quanto scrive Lucetta Scaraffia su “L’Osservatore Romano” del 22 novembre. La intercomunicazione tra le arti e la Città di Dio è certamente preliminare alla urgente ricerca di una nuova e migliore arte sacra. Se le chiese hanno bisogno della visibile bellezza, è altrettanto evidente – anche se non è stato così negli ultimi anni – che l’artista non può veicolare negli spazi sacri dei surrogati del divino, degli idoli del non-senso o dei simboli di “decostruzione” umana e cosmica, ossia il brutto che si oppone alla “pulchritudo”.

Ma vi è un momento che precede, e che è più vasto delle ragioni immediate del dialogo e della collaborazione, fosse pure il grande progetto del padiglione del Vaticano alla Biennale di Venezia del 2011.

In papa Benedetto la convocazione degli artisti è anzitutto l’annuncio all’arte di una salvazione delle sue grandezze e miserie e dei suoi stessi dèmoni, nella loro ricomposizione sotto la “bellezza infinita” dell’ordine cristiano di senso.

La oggettiva presenza della Santa Sede a Venezia prenderà, quindi, significato se eviterà di confermare il rapporto tra chiesa e artisti a criterio variabile o senza criterio del passato recente, se cioè accoglierà artisti che non siano sacerdoti del trash e della cieca performance, senza trascendenza, fosse solo per sudditanza alla maniera e ai mercati artistici.

Le “contrade dell’a-significante, dell’a-soggettivo e del senza-viso” (Deleuze e Guattari) sono ancora le utopie giustificative, gli approdi promessi di molte arti. Non debbono più contare su una confusa indulgenza.

Mancare di capacità critica non è conforme all’intelletto cristiano. Al “noi abbiamo bisogno di voi” del messaggio del Concilio Vaticano II agli artisti va articolato un coraggioso, non meno vero, messaggio della Chiesa cattolica: “voi avete bisogno di noi”, di noi portatori della fedele trasmissione della Rivelazione cristiana. Una bellezza che i “tagli” di Lucio Fontana da soli, e per il solo fatto di essere spiragli, non lasceranno mai intravedere.

(Di Pietro De Marco, Firenze, 22 novembre 2009).

Seguirà rinfresco

novembre 21, 2009 di lc

Oggi, incontro con gli artisti in Cappella Sistina. Se questi vanno in giro a dire quanto dichiarato alle agenzie, stiamo freschi.

Giuseppe Tornatore: “Una carezza alla cultura in un periodo in cui riceve solo schiaffi”.

Lo scrittore iraniano Kader Abdolah con al collo una sciarpa verde: “omaggio al popolo iraniano che chiede libertà e che la sua voce venga ascoltata”.

I fratelli Taviani: “anche nelle stanze del potere temporale si dovrebbe diffondere l’importanza nella vita di tutti dell’arte”.

Massimo Ranieri spera che proprio la Chiesa possa essere “un grande mecenate per l’arte, visto che stiamo attraversando un periodo terribile”.

Samuel Maoz, Leone d’oro quest’anno a Venezia per ‘Lebanon’: “Mi pare che il Papa abbia detto un grande no all’odio e alla guerra e un grandi sì all’amore e all’arte”.

Baglioni:”chiamata a un ideale che è la ricerca sempre più attenta e appassionata della bellezza”.

Bocelli emozionatissimo “nel sentire nelle parole del Papa questa fiducia rinnovata nella nostra attività d’artisti”.

Raoul Bova “ha messo in rilievo i valori più alti del nostro mestiere, che non è solo gossip”.

Peter Greenaway: “bello l’incontro in Cappella Sistina, apoteosi del rapporto tra arte e religione”.

Castellitto: “Gli artisti sono fedeli anche se non credono, perché sono fedeli alla propria immaginazione”.

Margaret Mazzantini: “credo che l’arte in assoluto abbia a che fare con la spiritualità, chiede un senso religioso di rispetto della vita”.

Susanna Tamaro: “il messaggio del Papa è stato semplice e profondo, quindi particolarmente efficace”.

Dodi Battaglia: “uno dei punti più belli del messaggio del Papa è stato il suo invito a essere mediatori di speranza” (uno dei pochi attenti!).

Nanni Moretti: si è sottratto a ogni domanda.

Antonello Venditti parla di una “giornata memorabile”: “io mi trovavo nelle prime file e l’acustica non era delle migliori perciò ho perso le bellissime parole che ha pronunciato il Pontefice. Tutti ci guardavamo ma nessuno ha avuto il coraggio di dire che non si sentiva”.

Mi resta la curiosità di sapere cosa abbia dichiarato Arbasino.

La liturgia spiegata a un amico – 4

novembre 14, 2009 di lc

Dio è già sempre prima. O perlomeno lo è l’assoluto. E’ il primato dell’essere sul non essere. Per cui, se giri la testa, la giri perché quanto vedi è mancante e rinvia ad altro; la giri perché è chiamata dall’essere nella sua pienezza. Non è questione di desiderio o di qualche esigenza psicologica, ma di necessità di cogliere il reale in modo non contraddittorio. L’essere che si manifesta come ente è relativo ad altro, chiama altro. E questo altro che è assente e allo stesso tempo necessariamente presente ci porta a girare il collo, ci fa muovere i piedi, girare gli occhi, coniugare idee, inanellare parole. Si va oltre perché il tutto precede la parte.

Si può tentare di inseguire la completezza, accumulando. Come nello shopping (una sorta di declinazione compulsiva dell’empirismo). Oppure per sottrazione, come nel monotono roteare dei dervisci che sfinisce le parti per evocare il tutto, per arrivare al punto fermo, allo zero baricentrico che fa balenare l’unità incontraddittoria. In entrambi questi due esempi è uno sforzo: l’assoluto è cercato oltre lo stacco della propria rincorsa; è un momento di apnea. Alla lunga entrambi risultano insostenibili.

C’è anche un modo di procedere che risulta più umano, anzi che risulta umano in modo distintivo. E’ il metodo dell’esperienza unita all’ipotesi. Più semplicemente, lo si può definire anche come il metodo dello scoprire, dell’approfondire e dello spiegare, dove il mistero è svelato senza cessare di essere ancora mistero. L’assoluto si lascia percorrere ma non rinchiudere. E’ il metodo dell’unità e della differenza, dell’analogia e della trascendenza. E’ il metodo che, riconoscendo che il tutto precede la parte, si carica di tutto l’umano possibile per dirigersi verso quella pienezza, quella completezza, verso l’assoluto.

Ci sono dei passi della tradizione biblica che ricordano la necessità di questa tensione verso l’assoluto. Il primo lo troviamo nel Levitico e dice:
Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo (Le 19,2).
Questo passo poi lo si ritrova nel Vangelo di Matteo:
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48).
Qui la santità viene esplicitata come perfezione, come integrità, come completezza. E’ un richiamo a quell’orizzonte assoluto, sempre trascendente quanto necessario. Ma cosa è precisamente questa completezza? Lo spiega l’evangelista Luca che si rivolgeva a un pubblico pagano e ignaro di cosa significasse completezza nella tradizione biblica:
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro (Lc 6,36).
Nella misericordia, nel cuore grande, nell’amore è il necessario compimento dell’uomo che si rapporta all’assoluto.

Ora, questa tensione all’assoluto attraversa e costituisce l’umano: è l’orizzonte comune che fa comunicare gli uomini. E’ una tensione, ma anche una fatica. L’uomo sale la montagna, e giunto sulla cima non può che saltare per tentare di aggrapparsi al cielo. Senza riuscirci, ma stringendo a vuoto il cielo. Il cielo, l’assoluto rimane presente nell’assenza, trascendente. Ma la liturgia ci testimonia che non finisce tutto in questa tensione verso l’assoluto; in quanto azione di Dio, la liturgia mostra qualcosa di più rispetto a questo movimento. Testimonia che l’assoluto non rimane una trascendenza muta, atematica. Ci dice di Dio che va verso l’uomo.

Mi pare che si possa riscontrare questa dinamica nell’episodio del giovane ricco riportato da Marco (10,17-22). Il giovane ricco si era avvicinato a Gesù per chiedere cosa dovesse fare per avere la vita eterna, ovvero la pienezza, la completezza. Allora “Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi. ma quello rattristatosi per quelle parole se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni”. Quel giovane chiedeva regole, l’undicesimo comandamento, la parola segreta, per elevarsi nello zelo, in un ennesimo sforzo di volontà. Mentre non si accorse che la vita eterna era già lì, gli era già andata incontro. Dio lo aveva già guardato e amato. Personalmente. Ma lui non si lasciò chiamare per nome, rimase solo e per sempre “il giovane ricco”.

Adesso posso tornare indietro sull’immagine della montagna: l’uomo sale la montagna, e giunto sulla cima non può che saltare per tentare di aggrapparsi al cielo. Senza riuscirci, stringendo a vuoto il cielo. A meno che non sia il cielo ad abbassarsi, come è avvenuto tramite la croce, quella determinata croce del Golgota.

scrovegni

Giotto lo ha descritto nella Cappella degli Scrovegni, nella grande parete del Giudizio Universale. Bisogna guardare un particolare ai piedi della croce già sollevata dagli angeli. Lì si vede quel piccolo uomo che, all’ultimo momento, si aggrappa alla S. Croce per elevarsi e partecipare del cielo, della completezza, della misericordia, del tesoro in cielo.