La magnifica arte

Giugno 22, 2009 by lc

Prendiamo, ad esempio, il Cristo Giallo di Paul Gauguin.

gauguin christ-jaune

Il Crocifisso è rappresentato con una sua forza, una forza ancestrale. Un palo verticale fisso nella campagna, un asse orizzontale, un giusto suppliziato, alcune donne che pregano. Tutti i colori sono in relazione a questo centro.  Gauguin, riconosce la potenza di questa scena, e sceglie di prenderne le distanze, si allontana. Mette di mezzo quelle donne. Sono queste donne bretoni che si inginocchiano, che pregano, che riflettono quella forza ancestrale in una ritualità. Il pittore può starsene più indietro, osservare la scena con occhio da antropologo e restituire il suo protocollo su tela, come se quel giallo non lo riguardasse. Chi si avvicina al quadro di Gauguin non prega, ma vede una scena che rappresenta la preghiera.

Prendiamo ora un altro esempio, le 14 opere dal titolo Via Crucis di Frank Stella.

frank stella 1

Qui l’artista non ha rappresentato nulla, ma per via di astrazione toglie ogni mediazione fino a rimanere con quanto non è più ulteriormente sottraibile (perlomeno secondo l’artista). Questo tipo di astrazione vuole giungere a presentare il concreto. Immagini, metafore, ironia, qualunque cosa ti dica “più in là” è bandita. E’ una via che porta ad avvicinare il naso. Anche se tenuta a distanza, l’opera risulta talmente vicina che nulla è più distinguibile. C’è solo quello che si vede. E’, per fare un parallelo, come se l’apostolo Tommaso si fosse avvicinato per vedere e toccare la ferita del costato, ma senza poi poter rialzare la schiena, cercare gli occhi e riconoscere il maestro. Frank Stella pretende una mistica di sola andata.

Questi qui sopra sono due esempi, uno di eccessiva lontananza, l’altro di eccessiva vicinanza. Non è detto che lontananza e vicinanza siano sbagliate. Sbagliato è fissarle come criteri unici.

Faccio un esempio letterario che ritorna nella via crucis. Nel salmo 22, c’è un continuo muoversi tra l’esperienza della vicinanza di colui che si vede stretto dai nemici con quel “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, e l’esperienza della distanza che invece permette una visione ampia, capace di annunciare “alle generazioni che verranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: ecco l’opera del Signore”. Qui l’occhio è allenato a creare lo spazio dentro al quale si muovono morte e silenzio, ma anche speranza e affidamento. E’ lo spazio che riesce a render conto della storia e della vita, dei corpi e dei volti.

Ecco, per iniziare, l’arte deve allenare ad attraversare questo spazio. Deve rendere grande e resistente l’anima di colui che la guarda. Deve allenarlo ad essere magnificato.

Ciò che non siamo

Giugno 18, 2009 by lc

«Ciò che non siamo capaci di capire è perché le pubbliche autorità promuovono ufficialmente scuole d’arte che, a causa della loro estrema arbitrarietà sogettiva e della loro arrogante esclusività, non possono contribuire in nessun modo alla cosa pubblica.

Allo stesso tempo ci opponiamo, con uguale vigore, a un falso e pietrificato conservatorismo che, mancando la volontà di un rinnovamento reale, ha avuto soltanto l’effetto di rinforzare le correnti che sono in rivolta contro la sua mediocrità, e ha conferito loro il prestigio di essere “audaci” e la cui restaurazione, oggi, darebbe solo un nuovo impeto a quelle correnti rivoluzionarie.

Sfortunatamente dobbiamo, in coscienza, affermare che molte della autorità ecclesiastiche responsabili – spesso soltanto a causa di un senso inadeguato dell’arte – applicano indiscriminatamente in modo erroneo il nome di “arte” a una mediocre mezza-arte sacra, sia essa vecchia o nuova, e che sono ancora oggi troppo indulgenti nei confronti di essa come altri lo furono nei confronti dell’”avant-garde” di ier l’altro quando essa fece la sua apparizione nell’arte delle gallerie».

Hans Sedlmayr, Memorandum sull’arte ecclesiastica cattolica, 1962

14 opere dal titolo “Via Crucis” di Frank Stella

Giugno 15, 2009 by lc

Allora Frank Stella ha realizzato una serie di 14 opere dal titolo “Via Crucis”. Una scelta apprezzabile, non fosse che, invece di rimanere appese nel suo studio, pare siano destinate alla chiesa romana di Tor Tre Teste, quella progettata da Richard Meier. Ecco due foto di queste pezzi d’arte, fatti di metallo attorcigliato.

frank stella 1

frank stella 2

Secondo me queste opere non possono essere collocate in una chiesa. Semplicemente perché sono iper-devozionali. Una devozione che non si eleva da un percorso personale, intimo, unico, magari anche autentico, ma che rimane fondamentalmente insindacabile quanto incomunicabile.

L’arte cristiana riconosce un lessico comune che definisce la stessa comunità cristiana.  La creatività dell’artista, quindi, esercita una libertà che riconosce un’appartenenza: non è arbitrio, ma riconosce alla comunità cristiana la libertà di partecipare dell’opera artistica.

Alla base di questo lessico comune c’è una consegna ricevuta, condivisa, annunciata: il Verbo di Dio si è fatto carne. L’arte cristiana è parola seconda che si fonda, non su un sentimento da inseguire lungo le curve del Calvario, né su un’idea brillante o una necessità incombente, ma sulla rivelazione di Dio in Gesù di Nazaret. Fin dal principio del cristianesimo, la rappresentazione iconografica ha direttamente a che fare con la retta fede nell’incarnazione del Verbo di Dio.

La pratica della via crucis non può astrarsi fino a perdere la parola, la storia e il corpo. Altrimenti non è più via crucis ma via degli affetti, devozione emozionata che rimane al massimo espressione di una soggettività autoreferenziale.

Ma penso si possa fare anche una considerazione di carattere più ampio.

Frank Stella è un artista rigoroso. Tutti ormai abbiamo letto su wikipedia quella sua frase “nei miei lavori esiste solo ciò che si può vedere”. Questo principio, o perlomeno questa asserzione, esprime bene il suo minimalismo. Minimalismo raggiunto per astrazione: non c’è più rappresentazione, che è pur sempre una finzione, un mondo ricostruito, una proiezione, ma tutto viene man mano sottratto. Rimane solo il segno puro nella sua matericità che rimanda, o pretende di rimandare solo a se stesso. L’arte astratta infatti è concretissima. Un peso che, anche se leggero come un segno, rimane comunque un peso che non si alza da se stesso.

L’astrazione è una delle vie che l’arte negli ultimi due secoli ha intrapreso per perseguire un ideale di purezza e di originarietà. L’arte negli ultimi due secoli ha fatto di tutto per sapersi sciolta dalla storia, dalla tradizione, dal saper fare. L’arte ha da essere pura e assoluta. E quando la storia ha l’ardire di perdurare, è sfregiata o derisa; mai essa potrà più ergersi a modello. L’arte, e quindi l’artista, ha da essere il principio.

Se perseguìta con rigore, l’astrazione permette di distruggere ogni segno, di scomporre la materia fino a tritarla, fino a ritrovare un segno puro, un nuovo concreto, una materia disposta a un nuovo inizio. L’astrazione qui non si eleva dal singolare all’universale, ma pretende di restituire l’idea concreta. Ogni artista diventa un piccolo demiurgo.

In architettura, giusto per fare un esempio, il cemento è immagine, è materia iconica (diciamo così) della potenza dell’astrazione: la forza di una materia senza memoria pronta a tutto.

Il fatto è questo. Che questo tipo di astrazione gioca al ribasso, fino a ritrovarsi con un punto, una linea, una superficie. Da piccolo demiurgo l’artista qui pensa di trovarsi all’origine, di dominare sugli elementi primi, di poter iniziare a creare e dare il nome alle cose. Ma tutto quello che riesce a fare è mettere un punto vicino all’altro, una riga vicina a una macchia, un colore vicino a un’altro colore. Magari riesce anche a ritrovarsi tra le mani alcuni sprazzi di emozioni che saltan fuori dalla tela, ma non crea nulla che sia vita. Questa deve essere sempre presupposta, perché precede l’onnipotenza dell’artista. La vita non sorge per incastro. Piuttosto, il piccolo demiurgo è condannato a vederla morire.

Insomma, per tornare alla nostra via crucis, Frank Stella con la sua astrazione si è guadagnato la sua materia prima, il suo concreto, le sue linee, i suoi punti e le sue superfici. Ma per quanto le incastri, quelle ricomposizioni rimangono estranee alla vita, alla parola, al corpo, alla storia.

Lo scenario, e oltre

Giugno 11, 2009 by lc

A una prima ricognizione, il panorama generale delle chiese costruite dopo il Concilio vaticano II è sconsolante: da un lato, abbiamo opere che reiterano stancamente antichi e nobili modelli e, dall’altro, opere solitamente avvitate attorno alla soggettività dell’architetto che declina per l’occasione la sua personalissima idea di “sacro”.

Ma fermarsi a questo scenario non basta.

Io sono stufo di inseguire, lamentandomi, o tempora o mores!, le chiese brutte. Allo stesso modo, non mi esalta vedere rispolverare idee recuperate in sacrestia. Inutile ripetere quello che fa Langone e accoliti. Il fatto è che quando le posizioni si cristallizzano in uno scenario di opposti, ne esce una stasi che uccide ogni corpo vivo.

Il lavoro, e quindi un risorgere, mi pare sia altrove. Trovare chiese non solo contemporanee, ma nuove. Nuove perché gravide di tutta la storia che le ha generate (non solo quindi della storia degli ultimi cinquant’anni). E belle di una bellezza forte delle proprie ferite. Ecco il compito. Non per mediare, non per stilare compromessi, non per tiepidezza, ma per trovare testimonianze di un’ermeneutica della continuità.

Oakland Cathedral of Christ the Light

Maggio 30, 2009 by lc

Oakland Cathedral of Christ the Light


Oakland Cathedral of Christ the Light,
originally uploaded by m.bibelot.

 

Ecco la nuova cattedrale di Oakland “Christ the Light”: legno e vetro, struttura tronca ed ellissi che si intersecano a formare la figura della mandorla. 

“Abbiamo cercato di onorare la tradizione liturgica millenaria della Chiesa, ma anche di accogliere questo particolare momento storico, quando la comunità globale – così compiutamente riflessa nello spirito multiculturale di Oakland – e le sfide contemporanee sono benpresenti nella nostra coscienza” (arch. Craig W. Hartman, Skidmore Owings & Merrill).

L’avrete vista sull’ultimo numero di Chiesa Oggi (il sito invece non è ancora aggiornato). La rivista, inoltre, invita studiosi, professionisti e appassionati ad inviare una loro opinione su questa opera a chiesaoggi@dibaio.com per “iniziare un dialogo aperto”. 

del visibile su twitter

Maggio 27, 2009 by lc

Post in 140 battute. Qui accanto una widget avverte che del visibile si aggiorna anche via twitter.

Get that almost baptized feeling!

Maggio 24, 2009 by lc

Ogni tanto vado a vedere cosa combina la Roman Catholic Church di New York, che sicuramente ha già mostrato di saper utilizzare i media. Forse, ora, anche un po’ troppo.

Qui la pagina web che riprende il video lanciato su youtube: soulwow.

Ah, dimenticavo, pare che la campagna abbia avuto anche un discreto successo.

S. Maria delle Grazie al Naviglio – Milano

Maggio 20, 2009 by lc

100 anni fa, il Cardinal Ferrari consacrava la chiesa di S. Maria delle Grazie al Naviglio, a Milano. Nel contesto dei festeggiamenti per il centenario della chiesa, il 10 maggio scorso, ho avuto modo di condurre il pubblico, tra cui molti parrocchiani, in un percorso di lettura della chiesa: arte, architettura, arredi, ogni elemento parla della fede cristiana. 

Questo momento fa parte dell’iniziativa più ampia “I Centenari” che l’Associazione Cardinal Ferrari, storica associazione di Milano con cui collaboro, sta portando avanti per fare memoria di questo grande vescovo della diocesi ambrosiana. Iniziativa avviata l’anno scorso, questa è circa la decima chiesa in cui l’associazione interviene. Il Cardinal Ferrari, dal 1894 al 1921, ha consacrato 280 chiese.

Metto qui di seguito il canovaccio del percorso fatto il 10 maggio 2009; percorso che ovviamente cambia per ogni chiesa e che, in ogni caso, non supera mai i 30 minuti. 

S Maria delle Grazia al Naviglio 

Facciata Maria Grazie Naviglio

Chiesa di S. Maria delle Grazie al Naviglio – Milano

Cento anni fa, è stata costruita questa chiesa. Ed è stata edificata in un modo che non fosse solo funzionale, che non servisse solo a delle necessità pratiche (un tetto per ripararsi dalla pioggia, degli spazi dove sedersi e dove deambulare, delle porte per tener fuori il freddo, ecc.), ma è stata edificata in modo che parlasse della fede cristiana. In modo che fosse annuncio. 

Infatti, le forme architettoniche di una chiesa, e tutti i suoi particolari, come i quadri, le vetrate, gli arredi liturgici, sono lì perché accompagnano colui che entra, da solo o con la comunità, e indicano un percorso che conduce all’incontro con Dio. L’edificio non parla di se stesso, ma rispecchia la comunità che vi si raccoglie nel suo andare incontro al Signore.

Se guardiamo anche alla parola “chiesa” indica l’edificio fatto di pietra, ma indica anche (e soprattutto) la comunità di fedeli. E nella lettera di Pietro (2,5) è scritto “Voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”. Le pietre dell’edificio, quelle che reggono la struttura, si rapportano ad altre pietre, alle pietre vive, alle persone della comunità di fedeli

Ora, qual è questo percorso che la chiesa come edificio indica alla chiesa come comunità? Ne delineo uno in quattro brevi tappe.

 

1° momento: entriamo in chiesa, varchiamo la soglia della chiesa

Passando attraverso la porta della Chiesa, entrando in Chiesa, i fedeli costituiscono anche fisicamente una comunità. Una comunità che si unisce nel nome di Cristo. Il segno di croce fatto all’ingresso ricorda anche questo.

interno S Maria Grazie Naviglio

L’aula, qui strutturata con le tre la navate separate dalle colonne di granito rosa di Baveno, esprime un unirsi, una comunione, ma anche, allo stesso tempo, nella sua lunghezza, un cammino. Abbiamo, quindi, il costituirsi di una unità e l’indicazione di un cammino. E la direzione è data ed  esplicitata dall’abside, in particolare dal Crocifisso, qui sottolineato anche dal mosaico fatto con tessere di oro, che diffonde una luce quasi senza tempo.

Quindi anche solo il risalire la chiesa nella sua lunghezza esprime, diventa immagine di un essere in cammino verso il Signore.

Ma la chiesa ci dice molto di più. Ci richiama al fatto che il nostro percorso non rimane isolato ma fa parte di un cammino molto più ampio che si inserisce dentro la storia della salvezza. Storia della salvezza che qui vediamo resa presente dalle vetrate.

vetrate S Maria Grazie Naviglio

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Se iniziamo a guardare dal fondo vediamo ricapitolata tutta la storia, dalla creazione di Adamo ed Eva (Ish e Isha, uomo e donna) e poi Abramo, Mosé, Davide, Rut, Ester, i profeti e altri ancora. 

Risalendo la chiesa (che è come risalire la storia) incontriamo poi le vetrate con gli apostoli: man mano che ci si avvicina all’altare, dove c’è il pane e nel vino, dove c’è l’eucaristia, dove si rende presente Cristo, qui abbiamo gli apostoli, i testimoni diretti della vicinanza di Dio tra gli uomini. 

Le due vetrate in fondo all’abside fanno riferimento a coloro che continuano oggi a essere testimoni, e si riferiscono specificamente a questa chiesa, a questa comunità: c’è Maria a cui è dedicata questa chiesa, c’è il vicolo delle lavandaie qui sui Navigli, c’è la facciata della chiesa, ci sono persone che ricordano persone e fatti concreti di questa comunità parrocchiale.

 

2° momento: siamo giunti di fronte al presbiterio

Questo cammino, che abbiamo riconosciuto anche nella struttura della chiesa, non è affidato solo alla comunità, non è solo la persona e la comunità che vanno verso Dio ma è Dio, per primo, che viene incontro.

E qui la chiesa ci mostra come Dio viene incontro.

Al centro, sull’altare, abbiamo subito la sintesi: Dio Padre, lo Spirito Santo (in forma colomba) e Gesù, il Figlio, in croce.

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Abbiamo la SS. Trinità: Dio uno e trino che esprime una perfetta comunione. Lo Spirito Santo posto in mezzo esprime proprio l’agire di questa comunione.

Qui siamo posti davanti al mistero più grande, ma un mistero che non ci esclude, è un mistero che si fa avanti, fino a farsi visibile. Certo rimane ancora profondissimo, inesauribile. Ma allo stesso tempo siamo chiamati a partecipare di questo mistero.

Infatti questo altare è come se ci ricordasse l’affermazione di Gesù “chi vede me vede il Padre”. Il figlio è immagine visibile, è icona del Padre.

Il mistero di Dio si rivela nel Crocifisso, si rivela nell’amore che si dona totalmente.

Dicevamo… Dio viene incontro al cammino dell’uomo. E qui nella chiesa molti elementi ci fanno vedere più in specifico, ci fanno capire più in profondità come questo avviene.

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Innanzi tutto c’è l’ambone, luogo della parola di Dio. Infatti  Dio è venuto incontro all’uomo parlandogli: le sacre Scritture riportano proprio quel processo di avvicinamento di Dio all’uomo, quel andargli incontro, quelle parole che lo hanno educato nel tempo, un po’ alla volta, ad avere confidenza con lui. 

Qui vediamo due pulpiti, questi anche oggi continuano a sottolineare l’importanza della parola. E ci si avvicina si vede che nel legno sono scolpite scene del Nuovo Testamento e dell’Antico Testamento. Proprio per sottolineare le relazioni feconde del percorso storico, come il Nuovo Testamento illumini l’Antico Testamento, e come l’antico renda comprensibile il nuovo.

E poi c’è l’altare, simbolo di Cristo stesso. Perché Dio non si è limitato a parlare, ma si è fatto uomo lui stesso. 

Dio non è rimasto nascosto, ma ha come piegato il cielo per venire incontro all’uomo e alla donna. E non ha solo parlato ma ha agito, ha iniziato una alleanza, una storia della salvezza, ha agito liberando il suo popolo, e si è consegnato a chi lo ascoltava, anzi si è talmente consegnato da farsi lui stesso uomo: il verbo si fece carne. Si è consegnato in tutto, fino a morire.

Gesù è il Verbo incarnato. Scrive un teologo, de Lubac: “Niente delle verità antiche, niente degli antichi precetti è andato perduto, ma tutto è passato a uno stato migliore. Tutte le Scritture si riuniscono nelle mani di Gesù come il pane eucaristico”.

 

3° momento: la libertà davanti all’eterno

Abbiamo visto che Dio viene incontro come Parola e cibo di vita eterna, unite nella persona di Cristo.

Cristo ha condiviso tutto con l’uomo: ha vissuto, ha insegnato, ha pregato, è morto, e con la risurrezione ha testimoniato a quale pienezza di vita è chiamato tutto il creato. Ha testimoniato a nostro favore affinché sofferenza e morte non avessero l’ultima parola.

A questo punto ci troviamo davanti a un’altra, una nuova soglia, non più una soglia di mattoni, ma una soglia che è dentro il nostro cuore, cuore che è chiamato a rispondere in piena libertà a Dio che gli viene incontro nella persona di Gesù. Siamo chiamati a una trasformazione, è il “cuore di pietra che è chiamato a diventare un cuore di carne”. 

Trasformazione che non è per niente scontata, che implica attesa e fatica. Ma che sappiamo anche contenere l’esperienza del centuplo ora e fa pregustare la pienezza del Regno dei Cieli.

Come questa chiesa ci parla di questa trasformazione a cui siamo chiamati?

Abbiamo visto che da un lato c’è il cammino dell’umanità verso Dio, dall’altro c’è Dio che viene incontro all’umanità. Qui tra navata e presbiterio è come il luogo di incontro di questo due dinamiche. E tra navata e presbiterio la chiesa si alza: è come se la volta del cielo si aprisse.

Alzando lo sguardo vediamo la forma ottagonale, abbiamo la cupola che appoggia sul tiburio. Abbiamo 8 lati.

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Il numero 8 richiama l’8 ottavo giorno; il numero otto indica il giorno del Signore. 

Se il sette è legato ai sette giorni della creazione e quindi alla Legge dell’Antico Testamento, l’otto si riferisce al Nuovo Testamento, al completamento e all’inveramento della legge antica, alla nuova creazione resa possibile dalla venuta e dalla resurrezione di Gesù Cristo. Sette è gia perfetto; otto è la sovrabbondanza della perfezione con Cristo, la sovrabbondanza della grazia.

L’ottagono contraddistingue spesso anche i battisteri proprio perché il battesimo segna l’inizio, ricrea l’uomo nuovo, introduce alla vita nuova, alla rinascita in Cristo. L’ottagono quindi fa riferimento a una trasformazione. A conferma di questo, se guarderete sopra al fonte battesimale vedrete ripetersi anche lì la forma dell’ottagono.

Ora, la cupola ottagonale è come se dicesse che la volta del cielo si apre e si apre per far discendere la pace. All’uomo trasformato in Cristo sia apre la pace, caparra di vita eterna.

E’ una breve preghiera tratta dal Messale che sintetizza tutto in modo mirabile:

Dio dei viventi, suscita in noi

il desiderio di una vera conversione,

perché rinnovati dal tuo Santo Spirito

sappiamo attuare in ogni rapporto umano

la giustizia, la mitezza e la pace,

che l’incarnazione del tuo Verbo

ha fatto germogliare.

 

4° momento: usciamo dalla chiesa

Tutto questo percorso che abbiamo compiuto può sembrare difficile, astratto, lontano, riservato a pochi. Invece anche questa chiesa, ci dice il contrario. 

I santi che possiamo vedere ai lati della chiesa, sulle vetrate, nelle statue sui dipinti, ma anche quelli a cui ognuno può essere legato sono esempi che testimoniano la storia di persone concrete che hanno accolto la parola si sono nutriti di essa, si sono lasciati ricreare dallo Spirito Santo e hanno incarnato la parola nella loro vita a servizio di tutti.

Ecco quindi che prima di uscire possiamo avere come un conforto e un aiuto nel compiere in noi questo percorso che abbiamo fatto.

Come questo avvenga lo ha ricordato anche papa Benedetto XVI a un’udienza di questa estate (20 agosto 2008):

[...] Giorno dopo giorno la Chiesa ci offre la possibilità di camminare in compagnia dei santi. 

La loro esperienza umana e spirituale mostra che la santità non è un lusso, non è un privilegio per pochi, un traguardo impossibile per un uomo normale; essa, in realtà, è il destino comune di tutti gli uomini chiamati ad essere figli di Dio, la vocazione universale di tutti i battezzati. 

La santità è offerta a tutti; naturalmente non tutti i santi sono uguali, e non necessariamente è un grande santo colui che possiede carismi straordinari. 

Ce ne sono infatti moltissimi i cui nomi sono noti soltanto a Dio, perché sulla terra hanno condotto un’esistenza apparentemente normalissima. E proprio questi santi “normali” sono i santi abitualmente voluti da Dio. Il loro esempio testimonia che, soltanto quando si è a contatto con il Signore, ci si riempie della sua pace e della sua gioia e si è in grado di diffondere dappertutto serenità, speranza e ottimismo. 

 

Chiesa

 

di S. Maria delle Grazie al Naviglio – Milano

Cento anni fa, è stata costruita questa chiesa. Ed è stata edificata in un modo che non fosse solo funzionale, che non servisse solo a delle necessità pratiche (un tetto per ripararsi dalla pioggia, degli spazi dove sedersi e dove deambulare, delle porte per tener fuori il freddo, ecc.), ma è stata edificata in modo che parlasse della fede cristiana. In modo che fosse annuncio. 
Infatti, le forme architettoniche di una chiesa, e tutti i suoi particolari, i quadri, le vetrate, gli arredi liturgici, sono lì perché accompagnano colui che entra, da solo o con la comunità,
e indicano un percorso che conduce all’incontro con Dio. L’edificio non parla di se stesso, ma rispecchia la comunità che vi si raccoglie nel suo andare incontro al Signore.
Se guardiamo anche alla parola “chiesa” indica l’edificio fatto di pietra, ma indica anche (e soprattutto) la comunità di fedeli. E nella lettera di Pietro (2,5) è scritto “Voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”. Le pietre dell’edificio, quelle che reggono la struttura, si rapportano ad altre pietre, alle pietre vive, alle persone della comunità di fedeli
Ora, qual è questo percorso che la chiesa come edificio indica alla chiesa come comunità?
Ne delineo uno in quattro brevi tappe.
1° momento: entriamo in chiesa, varchiamo la soglia della chiesa
Passando attraverso la porta della Chiesa, entrando in Chiesa, i fedeli costituiscono anche fisicamente una comunità. Una comunità che si unisce nel nome di Cristo. Il segno di croce fatto all’ingresso ricorda anche questo.
L’aula, qui strutturata con le tre la navate separate dalle colonne di granito rosa di Baveno,
esprime un’unirsi, una comunione, ma anche, allo stesso tempo, nella sua lunghezza, un cammino.
Abbiamo, quindi, il costituirsi di una unità e l’indicazione di un cammino. E la direzione è data ed  esplicitata dall’abside, in particolare dal Crocifisso, qui sottolineato anche dal mosaico fatto con tessere di oro, che diffonde una luce quasi senza tempo.
Quindi anche solo il risalire la chiesa nella sua lunghezza esprime, diventa immagine di un essere in cammino verso il Signore.
Ma la chiesa ci dice molto di più. Ci richiama al fatto che il nostro percorso non rimane isolato ma fa parte di un cammino molto più ampio che si inserisce dentro la storia della salvezza. Storia della salvezza che qui vediamo resa presente dalle vetrate.
Se iniziamo a guardare dal fondo vediamo ricapitolata tutta la storia, dalla creazione di Adamo ed Eva (Ish e Isha, uomo e donna) e poi Abramo, Mosé, Davide, Rut, Ester, i profeti e altri ancora. 
Risalendo la chiesa (che è come risalire la storia) incontriamo poi le vetrate con gli apostoli: man mano che ci si avvicina all’altare, dove c’è il pane e nel vino, dove c’è l’eucaristia, dove si rende presente Cristo, qui abbiamo gli apostoli, i testimoni diretti della vicinanza di Dio tra gli uomini. 
Le due vetrate in fondo all’abside fanno riferimento a coloro che continuano oggi a essere testimoni, e si riferiscono specificamente a questa chiesa, a questa comunità: c’è Maria a cui è dedicata questa chiesa, c’è il vicolo delle lavandaie qui sui Navigli, c’è la facciata della chiesa, ci sono persone che ricordano persone e fatti concreti di questa comunità parrocchiale.
2° momento: siamo giunti di fronte al presbiterio
Questo cammino, che abbiamo riconosciuto anche nella struttura della chiesa, non è affidato solo alla comunità, non è solo la persona e la comunità che vanno verso Dio ma è Dio, per primo, che viene incontro.
E qui la chiesa ci mostra come Dio viene incontro.
Al centro, sull’altare, abbiamo subito la sintesi: Dio Padre, lo Spirito Santo (in forma colomba) e Gesù, il Figlio, in croce. 
Abbiamo la SS. Trinità: Dio uno e trino che esprime una perfetta comunione. Lo Spirito Santo posto in mezzo esprime proprio l’agire di questa comunione.
 
Qui siamo posti davanti al mistero più grande, ma un mistero che non ci esclude, è un mistero che si fa avanti, fino a farsi visibile. Certo rimane ancora profondissimo, inesauribile. Ma allo stesso tempo siamo chiamati a partecipare di questo mistero.
Infatti questo altare è come se ci ricordasse l’affermazione di Gesù “chi vede me vede il Padre”. Il figlio è immagine visibile, è icona del Padre.
Il mistero di Dio si rivela nel Crocifisso, si rivela nell’amore che si dona totalmente.
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Dicevamo… Dio viene incontro al cammino dell’uomo… E qui nella chiesa molti elementi ci fanno vedere più in specifico, ci fanno capire più in profondità come questo avviene.
  
Innanzi tutto c’è l’ambone, luogo della parola di Dio. Infatti  Dio è venuto incontro all’uomo parlandogli: le sacre Scritture riportano proprio quel processo di avvicinamento di Dio all’uomo, quel andargli incontro, quelle parole che lo hanno educato nel tempo, un po’ alla volta, ad avere confidenza con lui. 
  
Qui vediamo due pulpiti, questi anche oggi continuano a sottolineare l’importanza della parola. E ci si avvicina si vede che nel legno sono scolpite scene del Nuovo Testamento e dell’Antico Testamento. Proprio per sottolineare le relazioni feconde del percorso storico, come il Nuovo Testamento illumini l’Antico Testamento, e come l’antico renda comprensibile il nuovo.
E poi c’è l’altare, simbolo di Cristo stesso. Perché Dio non si è limitato a parlare, ma si è fatto uomo lui stesso. 
Dio non è rimasto nascosto, ma ha come piegato il cielo per venire incontro all’uomo e alla donna. E non ha solo parlato ma ha agito, ha iniziato una alleanza, una storia della salvezza, ha agito liberando il suo popolo, e si è consegnato a chi lo ascoltava, 
anzi si è talmente consegnato da farsi lui stesso uomo: il verbo si fece carne. Si è consegnato in tutto, fino a morire.
Gesù è il Verbo incarnato. Scrive un teologo, de Lubac: “Niente delle verità antiche, niente degli antichi precetti è andato perduto, ma tutto è passato a uno stato migliore. Tutte le Scritture si riuniscono nelle mani di Gesù come il pane eucaristico”.
 
 
3° momento: la libertà davanti all’eterno
Abbiamo visto che Dio viene incontro come Parola e cibo di vita eterna, unite nella persona di Cristo.
 
Cristo ha condiviso tutto con l’uomo: ha vissuto, ha insegnato, ha pregato, è morto, e con la risurrezione ha testimoniato a quale pienezza di vita è chiamato tutto il creato. Ha testimoniato a nostro favore affinché sofferenza e morte non avessero l’ultima parola.
 
A questo punto ci troviamo davanti a un’altra, una nuova soglia, non più una soglia di mattoni, ma una soglia che è dentro il nostro cuore, cuore che è chiamato a rispondere in piena libertà a Dio che gli viene incontro nella persona di Gesù. Siamo chiamati a una trasformazione, è il “cuore di pietra che è chiamato a diventare un cuore di carne”. 
Trasformazione che non è per niente scontata, che implica attesa e fatica. Ma che sappiamo anche contenere l’esperienza del centuplo ora e fa pregustare la pienezza del Regno dei Cieli.
Come questa chiesa ci parla di questa trasformazione a cui siamo chiamati?
Abbiamo visto che da un lato c’è il cammino dell’umanità verso Dio, dall’altro c’è Dio che viene incontro all’umanità. Qui tra navata e presbiterio è come il luogo di incontro di questo due dinamiche. E tra navata e presbiterio la chiesa si alza: è come se la volta del cielo si aprisse.
Alzando lo sguardo vediamo la forma ottagonale, abbiamo la cupola che appoggia sul tiburio. Abbiamo 8 lati.
Il numero 8 richiama l’8 ottavo giorno; il numero otto indica il giorno del Signore. 
Se il sette è legato ai sette giorni della creazione e quindi alla Legge dell’Antico Testamento, l’otto si riferisce al Nuovo Testamento, al completamento e all’inveramento della legge antica, alla nuova creazione resa possibile dalla venuta e dalla resurrezione di Gesù Cristo. Sette è gia perfetto; otto è la sovrabbondanza della perfezione con Cristo, la sovrabbondanza della grazia.
L’ottagono contraddistingue spesso anche i battisteri proprio perché il battesimo segna l’inizio, ricrea l’uomo nuovo, introduce alla vita nuova, alla rinascita in Cristo. L’ottagono quindi fa riferimento a una trasformazione. A conferma di questo, se guarderete sopra al fonte battesimale vedrete ripetersi anche lì la forma dell’ottagono.
Ora, la cupola ottagonale è come se dicesse che la volta del cielo si apre e si apre per far discendere la pace. All’uomo trasformato in Cristo sia apre la pace, caparra di vita eterna.
E’ una breve preghiera tratta dal Messale che sintetizza tutto in modo mirabile:
 
Dio dei viventi, suscita in noi
il desiderio di una vera conversione,
perché rinnovati dal tuo Santo Spirito
sappiamo attuare in ogni rapporto umano
la giustizia, la mitezza e la pace,
che l’incarnazione del tuo Verbo
ha fatto germogliare.
4° momento: usciamo dalla chiesa
 
Tutto questo percorso che abbiamo compiuto può sembrare difficile, astratto, lontano, riservato a pochi. Invece anche questa chiesa, ci dice il contrario. 
 
I santi che possiamo vedere ai lati della chiesa, sulle vetrate, nelle statue sui dipinti, ma anche quelli a cui ognuno può essere legato sono esempi che testimoniano la storia di persone concrete che hanno accolto la parola si sono nutriti di essa, si sono lasciati ricreare dallo Spirito Santo e hanno incarnato la parola nella loro vita a servizio di tutti.
Ecco quindi che prima di uscire possiamo avere come un conforto e un aiuto nel compiere in noi questo percorso che abbiamo fatto.
Come questo avvenga lo ha ricordato anche papa Benedetto XVI a un’udienza di questa estate (20 agosto 2008):
[...] Giorno dopo giorno la Chiesa ci offre la possibilità di camminare in compagnia dei santi. 
La loro esperienza umana e spirituale mostra che la santità non è un lusso, non è un privilegio per pochi, un traguardo impossibile per un uomo normale; essa, in realtà, è il destino comune di tutti gli uomini chiamati ad essere figli di Dio, la vocazione universale di tutti i battezzati. 
La santità è offerta a tutti; naturalmente non tutti i santi sono uguali, e non necessariamente è un grande santo colui che possiede carismi straordinari. 
Ce ne sono infatti moltissimi i cui nomi sono noti soltanto a Dio, perché sulla terra hanno condotto un’esistenza apparentemente normalissima. E proprio questi santi “normali” sono i santi abitualmente voluti da Dio. Il loro esempio testimonia che, soltanto quando si è a contatto con il Signore, ci si riempie della sua pace e della sua gioia e si è in grado di diffondere dappertutto serenità, speranza e ottimismo. 

La religione insegna come si va in cielo.

Maggio 18, 2009 by lc

Ma non è detto che sia tanto diverso da come va il cielo.

Segnalazione presa da wxre.

Tradizionali, sperimentati, durevoli

Maggio 13, 2009 by lc

“Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8).

E le chiese di cemento a vista, le troverà ancora?

Perché oggigiorno ci saranno anche miscele innovative, ma le facciate in cemento edificate negli anni ‘70 sono per lo più sbecchettate e da restaurare. Del resto la “Nota sulla costruzione della nuove chiese – 1993″ ricorda: … si scelgano materiali tradizionali, sperimentati, durevoli, noti per le loro caratteristiche, evitando sperimentazioni e tecniche inedite che comportano rilevanti spese di manutenzione nel breve periodo. In proposito, si ricorda che il cemento armato a vista crea seri problemi se non viene eseguito con particolare cura.

In ogni caso, sicuramente il Figlio dell’uomo non troverà i fogli di polistirolo nella Chiesa di Vetro progettata da Mangiarotti-Morassutti a Baranzate.

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Chiesa Mater Misericordiae – Baranzate (MI), progetto Mangiarotti-Morassutti, 1958.